LE “VIBRAZIONI” DEL CIBO

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Se si vuole trovare i segreti dell’universo, occorre pensare in termini di energia, di frequenza e di vibrazione.” – Nikola Tesla

La vitalità è una caratteristica importante di tutti gli organismi e della loro capacità di vivere e di sopravvivere. E’ un’energia radiante emessa in frequenze, chiamate “Angstroms”. Alcuni alimenti hanno un contenuto altissimo di questa energia vitale, dovuto principalmente alla loro purezza e freschezza. Altri invece sono portatori di energia “morta”, devitalizzante ed inutile.

Qualche decennio fa André Simoneton, ingegnere elettronico francese, dimostrò che le radiazioni energetiche vibrazionali emesse da un organismo sano si aggirano intorno ai 6500 Angstroms. Quando sono più basse significa che un organismo non è in buona salute, ne’ fisica, ne’ psichica.

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La frequenza umana può essere aumentata o diminuita dall’influenza di altre radiazioni, di cui un ruolo importante è rivestito dagli alimenti, dalle bevande, dall’ambiente, dallo stile di vita. Inoltre, le emozioni ed i pensieri possiedono una loro frequenza vibrazionale.

Il cibo quindi è importante non solo per il suo apporto di vitamine, proteine e calorie, ma anche per la sua quantità di “vibrazioni energetiche” capaci di ben sostenere la vita.

ALZARE LA FREQUENZA VIBRAZIONALE

Gli alimenti con vibrazioni al di sopra dei 6500 Angstrom, quindi i più carichi di radiazioni benefiche, sono:

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la frutta fresca matura, le spremute, i succhi appena preparati; 

gli ortaggi ed i legumi crudi o cotti con temperatura non superiore ai 70 gradi. Il grano, i farinacei, la farina ed il pane integrale, i dolci fatti in casa;

la frutta oleaginosa ed i loro oli essenziali, le olive, le mandorle, i pinoli, le noci, i semi di girasole, le nocciole, la noce di cocco e la soia; 

il burro appena preparato, i formaggi non fermentati, la crema del latte e le uova di giornata. 

Gli alimenti con vibrazioni da 6500 a 3000 Angstrom, a contenuto medio di vibrazioni vitali sono: 

il latte fresco appena munto, il burro, le uova non di giornata, il miele, lo zucchero di canna, il vino, l’olio di arachidi e le verdure scottate.

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Gli alimenti inferiori, con vibrazioni dai 3000 Angstrom in giù, sono:

la carne cotta, i salumi, le uova dopo il 15 giorno, il latte bollito, il te, il caffè, le marmellate, il cioccolato, il pane bianco, tutti i formaggi fermentati.

Gli alimenti “morti,” senza alcuna vibrazione sono:

le conserve alimentari, le margarine, i prodotti di pasticceria e di farina raffinata e quelli industriali in genere, i liquori e gli alcoolici, lo zucchero bianco.

La possibilità vibratoria degli alimenti non resiste a cotture oltre i 70° Celsius. L’unica eccezione è la patata

Beatrice Pallotta

COME I TRAUMI CAMBIANO IL DNA

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La relazione con l’ambiente influenza profondamente la biologia del corpo, ma anche i pensieri, le emozioni, i sentimenti, si imprimono come informazioni biochimiche in ogni singola cellula. Durante la prima infanzia in particolare, i traumi affettivi e le avversità si stampano come nuove impronte “epigenetiche”, capaci di attivare o disattivare le espressioni del corredo genetico. I nuovi inserti epigenetici ,(dal greco επί, epì = “sopra” e γεννετικός, gennetikòs = “relativo all’eredità familiare”) hanno la capacità di condizionare lo stato generale dell’individuo, la sua salute, l’equilibrio psicologico, le sue capacità di adattamento agli ambienti naturali e le abilità affettive e sociali.

La mappatura epigenetica si genera attraverso le esperienze ed i “contatti” emotivi con la vita stessa, e si trasmette familiarmente ai discendenti per le successive 2 o 3 generazioni. Essendo però un protocollo funzionale sensibile a nuovi stimoli, può essere cambiato e ristrutturato lavorando principalmente su una nuova consapevolezza di se’, nonché su scelte di vita mirate a favorire la “neurogenesi”, cioè al processo rinnovativo dello schema epigenetico esperienziale.

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La percezione degli stimoli emotivi e le modalità reattive bio-chimiche all’emozione stessa, condizionano tra l’altro le scelte di vita fondamentali, la salute mentale, la tendenza all’obesità, la comparsa di paologie tumorali, il processo fisiologico dell’invecchiamento. Le nuove impronte epigenetiche, compaiono soprattutto nella prima infanzia, ma anche nella genetica degli adulti profondamente feriti dagli avvenimenti della loro vita. La letteratura scientifica riporta molti esempi, tra cui le recenti osservazioni epigenetiche su donne e ragazzi vittime di abusi e di violenza, e quelle sulla predisposizione ad obesità e diabete dei figli e dei nipoti di donne sottoposte alla fame forzata da lunghe carestie belliche. Sono in essere ricerche che collegano l’epigenetica alla transessualità di genere.

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L’epigenoma può essere ri-condizionato da molti interventi volti a ristrutturare le “forme” del pensiero dovute ad emozioni tossiche, e a tutto ciò che esse comportano a danno della salute ma anche delle psiche: dalla trasmissione inconsapevole ai propri figli di credenze inutili ed errate, fino a comportamenti palesemente autodistruttivi, come l’abuso di alcol e stupefacenti, etc.

ALIMENTAZIONE ED EPIGENOMA

La scienze genetiche hanno dimostrato che le diete ricche di vegetalimodificano l’epigenoma.

Il cibo biologico non cotto, frutta e frutta secca, verdura, legumi, semi germogliati, sono preventivi del cancro al colon retto, alla prostata, alle sindromi metaboliche, all’eccesso di colesterolo, all’osteoporosi, alle patologie degenerative e cardiovascolare. Inoltre, l’alimentazione a base vegetale conferisce stabilita’emotiva e psichica, e dona brillantezza al pensiero. Per converso, gli studi hanno dimostrato che una dieta troppo ricca di metionina (carni e formaggi) può produrre l’aggravamento di stati d’ansia e depressivi, e di patologie cerebrali come la schizofrenia e le psicosi.

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MEDITAZIONE, TRAINING AUTOGENO, YOGA

La meditazione attiva e disattiva i sistemi epigenetici, come le neuroscienze hanno ampiamente illustrato con numerosi esperimenti. La meditazione, come pure il training autogeno e la pratica dello yoga, aumentano la percezione e la qualità del “piacere”, rinvigoriscono il sistema immunitario e quello ormonale, rafforzano l’autostima, mettono in equilibrio gli emisferi cerebrali, “lucidano”ed ampliano le potenzialità mentali.

Maggiore è il tempo che si dedica alla meditazione e più essa agisce in profondità:

3 MINUTI agiscono sul campo elettromagnetico del cuore e sulla circolazione sanguigna

11 MINUTI migliorano il sitema nervoso e ghiandolare

22 MINUTI mettono in coerenza i 3 cervelli

31 MINUTI influenzano l’attività dell’intero sistema endocrino, e le “intenzioni” mentali iniziano ad agire su tutte le cellule del corpo e i loro campi elettromagnetici.

62 MINUTI modificano le reti neurali dell’intero cervello e del sistema neuro-vegetativo.

L’epigenoma inoltre è sensibile ai suoni, al timbro della voce, alla recitazione dei mantra

IL DIALOGO E LA PSICOTERAPIA

La psicoterapia interviene attraverso tecniche di dialogo specifiche finalizzate a rimuovere traumi profondi legati alla prima infanzia. Rimodulando le risposte emotive automatiche, essa interviene quindi anche a livello epigenetico.

ALLARME ITERFERENTI AMBIENTALI

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Esistono nell’ambiente sostanze con funzioni patogene anche a livello epigenetico definite come Endocrine Disruptors Chemical (EDC). Queste sostanze sono rappresentate dai pesticidi, dalle molecole plastiche (come il Bisfenolo A che ricopre l’interno delle confezioni delle conserve), gli ftalati (presenti nei cateteri, come nei cosmetici), i detergenti (contenuti in una vasta gamma di prodotti: dalle vernici al sapone dei piatti), i PCB, le diossine, i prodotti di scarico degli inceneritori, gli idrocarburi emessi dai veicoli, le onde elettromagnetiche dei cellulari e dei pc.

Beatrice Pallotta

BIODIVERSITA’: I FRUTTI ANTICHI

I frutti e gli ortaggi “antichi” stanno conoscendo una nuova notorietà e un crescente interesse da parte degli appassionati del gardening e del green living. Verdure e frutti d’epoca fanno capolino in tanti orti e balconi urbani, mentre diverse aziende italiane che si occupano di agricoltura sostenibile e di biodiversità, si stanno occupando della loro coltivazione e reintroduzione nel mercato.

Le piante “antiche” sono il risultato un lungo processo evolutivo e di selezioni dei contadini sulle coltivazioni dei loro poderi. Fino a pochi decenni fa, ogni regione italiana aveva le sua varietà: ciascun ortaggio e frutto possedeva forme, colori, sapori e storie, diverse ed uniche. In un certo senso, i prodotti tradizionali e tipici di un luogo raccontavano la vita di una popolazione e della loro amata terra. Le attuali esigenze produttive e di distribuzione globali hanno dimenticato l’originalità e la purezza di molti prodotti legati alle grandi tradizioni locali, a vantaggio di altri più commerciali e redditizi. Il ritorno a frutti e piante alimentari vintage risponde alle nuove esigenze contemporanee, sempre più orientate verso la ricerca di prodotti biologici ed eco-sostenibili. Arricchire il nostro spazio verde con frutti d’epoca, è un modo per celebrare le nostre tradizioni e ottenere prodotti biologici sempre più gustosi e salutari. Il green vintage propone un ampio ventaglio di piante bellissime, semplici da curare, e dai frutti iper-nutrienti: secondo le ultime ricerche, alcuni tra essi hanno un contenuto di vitamina C pari al 30% ed oltre!

IL PERO LIMONE

Il Pero limone è un albero fruttifero caratterizzato da una fioritura precoce, per questo motivo non si coltiva in collina e nelle zone fredde senza protezioni. Il frutto è sferoidale, giallo-verde, la buccia è ruvida. La polpa è compatta e molta astringente come quella del Limone, da qui il nome. Questa pianta è originaria della zona di Piacenza, dove è chiamata “Per Limon”.

LE QUALITA’: il Pero limone per la sua compattezza e consistenza, si presta ad essere consumato cotto. Grazie alla sua tenuta durante la cottura, è in ottimo ingrediente per la preparazione di mostarde e confetture. Può essere consumato anche crudo. Il frutto è ricchissimo di vitamina C e di fibre.

LE CURE: si esegue la piantagione dei Pero limoni nel tardo autunno, cioè nei mesi di novembre e dicembre (prima dei geli), anche se è comunque possibile la piantagione in tempi successivi in pieno inverno, in assenza di terreno gelato. Altro periodo utile alla piantagione è febbraio – marzo o al massimo fino a metà aprile. Questi alberi crescono bene nei terreni di buona fertilità, profondi e permeabili.

MELE E PERE COTOGNE

Sono frutti appartenenti all’omonima pianta, il Cotogno (Cydonia oblonga), forse la più antica fra quelle conosciute nella storia, ne esiste traccia infatti già dal 2.000 a.C. E’ probabile che la mela biblica di Eva fosse propria una cotogna! Prediletta dai Romani, la mela cotogna divenne un ingrediente molto utilizzato dalla cucina medioevale e rinascimentale nei condimenti di arrosto di carni.

CARATTERISTICHE: in Italia è uno degli alberi da frutto di più facile coltivazione, dato che non teme il gelo invernale, né la siccità e il caldo. Il Cotogno è un piccolo albero, di dimensioni che non superano i 4-5 metri di altezza, con una bella chioma allargata, e fogliame caduco. Le nuove foglie primaverili, ricoperte da una sottile peluria, sono grandi, ovali, e di colore chiaro. A inizio primavera avviene la fioritura, con fiorellini a cinque petali, di colore bianco, rosato o aranciato, simili a rose mignon. In estate ai fiori seguono i frutti, pomi dalla forma tondeggiante o allungata.

PROPRIETA’: i frutti cotogni sono ricchissimi di pectina, che aiuta a tenere sotto controllo i livelli di colesterolo e glicemia. La mela cotogna è una grande alleata della digestione e combatte la stitichezza e le infezioni gastrointestinali. I frutti cotogni si consumano cotti.

LE GIUGGIOLE

Il Giuggiolo chiamato con il nome scientifico Ziziphus jujub, è un fruttifero della famiglia delle Rhamnaceae. La pianta ha origini nell’Asia orientale in particolare nella Cina meridionale e India, dove è noto come dattero cinese. In Italia è coltivato soprattutto in Toscana e in Veneto, ma la pianta può crescere spontaneamente un po’ ovunque.

LE CURE: il Giuggiolo sviluppa in estate (giugno/agosto) un copioso numero di fiori bianchi di piccolissime dimensioni; la maturazione dei frutti avviene ad inizio autunno, tra settembre e ottobre. I suoi frutti hanno una dimensione simile a quella di un’oliva, la buccia è rossastra, la polpa gialla. Questa pianta ama il sole, ma si adatta bene anche a crescere in semiombra. Affronta bene gli inverni rigidi e le estati aride. È molto resistente, raramente si registrano attacchi da parte di afidi, cocciniglia o altri fastidi.

IL BRODO DI GIUGGIOLE: le giuggiole si possono consumare subito dopo la raccolta oppure si possono conservare essiccandole o in alcol. Si prestano per preparare confetture e sciroppi, o per farcire dolci secchi e biscotti. Il frutto del giuggiolo è inoltre l’ingrediente principale della ricetta di un particolare liquore, conosciuto come il “brodo di giuggiole”. Principalmente prodotto in Veneto nella zona dei colli Euganei, il brodo di giuggiole si realizza con acqua, frutti di giuggiole appassiti, vino e zucchero. Le proprietà alcoliche della bevanda sono minime, il suo sapore è dolce e molto piacevole.

LE VIRTU‘: le proprietà delle giuggiole sono note fin dall’antichità. Per gli alti contenuti di azoto e di potassio i datterini italiani migliorano la circolazione del sangue, e attivano l’attività dei succhi gastrici, favorendo la digestione. Contengono inoltre sostanze anti-aging e anti-radicali liberi.

IL POMODORO RICCIO FIORENTINO

Il Pomodoro riccio o Costoluto fiorentino è una tipica varietà di pomodoro dal frutto globoso-appiattito e molto costoluto dal peso medio di 150-170 gr. I pomodori ricci sono apprezzati per la preparazione di sughi, passate e al gratin; se viene raccolto di colore tra verde e rosso è ottimo per insalate singole o miste. La pianta è a crescita indeterminata e può essere coltivato in ogni tipo di suolo preferendo quelli ricchi di sostanza organica, neutri, drenanti e a medio impasto (morbido e soffice al tatto) nei quali si avranno i risultati migliori. Il Riccio è una varietà antica che, nel corso della sua storia, è stato più volte rinominato: alcuni lo conoscono come “Nostrano”, altri come “Rosso Grosso”. Rosso scarlatto, con solcature verdi, venne dimenticato dagli anni Cinquanta in poi dalla grande industria, che lo ritenne erroneamente come difettoso. Oggi il Pomodoro Riccio è invece riproposto con grande successo in orti e menù assolutamente biologici.

ASSAPORANDO NUOVE ANTICHITA’

Ogni regione italiana ha una lunga serie di piante alimentari da riscoprire e rivalutare. Ne citiamo solo alcune che stanno facendo tendenza nei giardini e in cucina.

Il Biricoccolo
Le prugne più diffuse sono le goccia d’oro, santa rosa e black amber. Il biricoccolo è invece una varietà dal gusto a metà tra susina e albicocca. Ottimo per confetture, si utilizza anche per produrre un caratteristico liquore.

La Pera moscatella
La Moscatella, dalla buccia rossastra, è una pera molto profumata e saporita. Si può mangiare sciroppata con zucchero, cannella, chiodi di garofano e scorza di limone.

La Zucca da mostarda
La sua diffusione è ancora limitata. La polpa, bianchissima, veniva impiegata nel secolo scorso per la preparazione della mostarda che accompagna il tradizionale lesso di carne.

L’Albicocca reale di Imola
Molto grande, dalla buccia quasi rossastra, è un frutto di grande qualità.

Il Fico rosso
Il Fico rosso è a rischio estinzione. Da sempre impiegato per la produzione di marmellate casalinghe, può essere conservato per tutto l’inverno essiccato al sole oppure cotto nel forno caldo

L’Azzeruolo rosso
Piccolissimo frutto, quasi più piccolo di una moneta, l’Azzeruolo rosso, molto simile a una mela, era diffusissimo durante il Rinascimento.

Il Sorbo E’ uno dei frutti antichi più ricco di proprietà benefiche, ottimo per confezionare marmellate o per la preparazione di un particolare sidro, molto apprezzato in alcune regioni della Francia e della Germania.

Il Melograno Si tratta di un albero davvero bello e decorativo. I suoi frutti caratteristici contengono un mix di vitamine e di sali minerali potentissimo. Predietto negli Stati Uniti, il Melograno sta tornando alla ribalta anche in Italia, dove cresce senza alcun problema.

ANCHE I FIORI ANTICHI SONO UN MUST

Negli ultimi anni fa “tendenza” il vintage, il gusto dell’antico, al fine di conservare con intelligenza la nostra storia e le nostre radici, anche attraverso la tutela della biodiversità. Il giardinaggio ha accolto con entusiasmo il trend del “ritorno al passato”, riproponendo ed incoraggiando la coltivazione di piante d’epoca. Molte piante da fiore stanno tornando di moda negli spazi verdi delle grandi città. Ne segnaliamo alcune:

–Le zinnie, piante robustissime, fioriscono in piena estate;
–il tagete, che si colloca bene in gruppi misti insieme ad altre piante da fiori annuali;
–le phlox. Garantiscono una fioritura per un lungo periodo;
–le salvie da fiore, che creano un bel tappeto fitto che sul terreno;
–le fucsie, indicate per l’ombra luminosa; –i girasoli, bellissimi e decorativi, evocano semplicità e allegria;
–i fiordaliso, un tempo crescevano in prati, campi di grano, terreni incolti e ai bordi delle strade;
–le petunie, quasi scomparse a favore della surfinia; –le peonie, che erano le regine dei giardini degli anni Sessanta.

Il giardino vintage richiama l’attenzione alla tutela e salvaguardia di varietà bellissime che rischiano di essere dimenticate a vantaggio di quelle prodotte in serie. Allo stesso tempo si propone come custode di un enorme patrimonio di varietà di fiori e arbusti preziosissimi. L’archeologia botanica valorizza l’ambiente e preserva la biodiversità.

Beatrice Pallotta

I NEURONI SPECCHIO E L’EMPATIA

L’empatia è la capacità di comprendere profondamente un’altra persona. Le emozioni, i sentimenti, le narrazioni di chi ci sta di fronte, coinvolgono e prendono vita in uno “spazio” di condivisione comune, dove non c’è più alcuna differenza emotiva tra chi comunica il proprio vissuto e chi lo riceve.

Lasciarsi coinvolgere intimamente nelle esperienze altrui a tal punto da riprodurle in se’, è una caratteristica specifica degli esseri umani e di alcuni primati evoluti. Nel passato lo scrittore J.W.Goethe definì poeticamente l’empatia come “l’affinità elettiva” tra le anime e molti studiosi cercarono di scoprire con la ragione scientifica la spiccata predisposizione umana per “l’ascolto condiviso dell’altro”. La recente scoperta dell’esistenza dei “neuroni specchio” da parte della neuroscienza italiana (G.Rizzolatti, Università di Padova, 1991), ha ricondotto l’empatia all’azione imitativa di alcuni circuiti neurali predisposti all’apprendimento e al condizionamento. La capacità empatica si apprende e si sviluppa come ogni altro “gesto” motorio per l’azione dei neuroni capaci di connettersi con “l’anima” propria e di quella altrui.

IO SO COSA PENSI

I neuroni-specchio o mirrors sono unità cellulari del tessuto nervoso, che si attivano quando osserviamo qualcuno compiere una determinata azione. (Per esempio se mangio una banana sotto il tuo sguardo, in te si attiveranno gli stessi neuroni che rispecchiano questa azione, anche se tu non stai mangiando il frutto). Ma anche le emozioni si comunicano tra le persone allo stesso modo, seguendo un percorso di riflesso neurale, ed è per questo che sorridere è contagioso e diffonde allegria, mentre un volto aggrottato può creare un forte disagio emotivo all’interlocutore. I mirrors inoltre sono così veloci da anticipare le emozioni e i movimenti possibili dell’altro, come nel caso degli scambi-palla tra calciatori.

I neuroni-specchio permettono all’essere umano di essere una vera macchina da apprendimento cognitivo e psicologico. Vilayanur Ramachanrdan, noto neuroscienziato, ha dichiarato che “I neuroni a specchio saranno per la psicologia quello che per la biologia è stato il DNA”. Imitazione ed emulazione hanno consentito alla conoscenza umana di evolversi e di diffondersi grazie all’attività dei mirrors che si estende fin alla sfera emotiva, forse animica, degli individui. La “cultura” familiare e collettiva è responsabile quindi dell’acquisizione e della propagazione di valori, sentimenti, idee, capacità empatiche.

UN GRANDE CUORE MIRRORS

I neuroni specchio mettono in luce l’importanza delle relazioni tra gli individui. L’apprendimento, le emozioni, i sentimenti, viaggiano da una persona all’altra quasi inconsapevolmente seguendo invisibili reti neurali. I mirrors hanno bisogno degli altri per attivarsi. Quando ciò non avviene, in casi di isolamento infantile, l’incapacità empatica o dispatia si può manifestare anche con gravi patologie psichiatriche in età adulta.

Vivere senza lo specchio degli altri veicola verso l’emarginazione personale e al manifestarsi di una reale “atrofia” cerebrale, con assottigliamento delle aree corticali del sistema limbico.

Esistono inoltre diverse malattie e sindromi causate anche da un mal funzionamento o assenza dei circuiti mirrors, come la Sindrome di Asperger e l’Autismo.

Beatrice Pallotta

LE PIANTE CHE PURIFICANO L’ARIA

La natura è da sempre una delle migliori alleate dell’essere umano. Le piante in particolare migliorano la nostra salute e ci sollevano l’umore grazie alla loro stessa vicinanza, attraverso interazioni benefiche “invisibili” che solo recentemente sono state esplorate e riconosciute dagli studiosi e dalla scienza.

Grazie alle ricerche, negli ultimi anni le piante, il gardening, e più in generale il contatto con la natura, si sono imposti come nuove esigenze eco-friendly in grado di migliorare profondamente la qualità di vita dell’uomo moderno, sempre più costretto a vivere in ambienti chiusi come uffici, studi, appartamenti striminziti, carichi di inquinamento e di elettro-smog. Le piante più gettonate del momento sono infatti quelle da “interni”, il cui ruolo decorativo tradizionale è stato superato e sostituito dalle funzioni benefiche e salutari che queste piante ci offrono con generosità. Un ambiente lavorativo come un ufficio, arricchito da piante ed altri elementi naturali, non solo sarà più bello ed elegante, ma diverrà un luogo sano, vitale, a sostegno della qualità e della produttività del lavoro stesso.

IL GARDENING DELLA NASA

La presenza di vegetazione favorisce la salute delle persone in diversi modi. Ma alcune piante sembrano più adatte di altre per migliorare il senso di benessere e di comfort di chi è costretto a sostare per molte ore in ambienti chiusi. Alcuni vegetali riescono a modificare in meglio il microclima di qualsivoglia ambiente interno, da quello di una stanza di un appartamento o ufficio, fino ad arrivare agli ambienti sigillati di astronavi e stazioni spaziali! Fu proprio la NASA, il famoso ente di studi spaziali americano, a studiare inizialmente gli effetti dei vegetali indoor negli anni Ottanta, studi proseguiti fino ad oggi anche da enti di ricerca spaziali italiani ed europei: il nostro astronauta Nespoli per esempio, sta lavorando su progetti di orti spaziali e…marziani! Nonostante gli studi, diverse interazioni tra vegetali, ambienti ed esseri umani, sono ancora avvolte nel mistero. Riassumendo, ecco i principali vantaggi che si possono ottenere ospitando le piante in qualsiasi ambiente indoor di abitazioni, uffici, scuole, negozi, sale d’aspetto, etc.

Le piante assorbono gli inquinanti. La NASA ha finanziato i primi studi sull’utilizzo di piante per depurare l’aria nelle stazioni spaziali. Molte piante da fogliame comuni riducono i livelli di alcuni inquinanti tra cui il monossido di carbonio e la formaldeide. Ulteriori ricerche hanno anche provato come le piante da interni siano in grado di rimuovere altri inquinanti atmosferici quali l’ozono, il toluene e il benzene. Umidità relativa. Le piante da fogliame fanno aumentare l’umidità relativa degli interni, in modo da rendere l’aria più salubre e confortevole. Quando l’umidità relativa è molto bassa, i raffreddori diventano più frequenti e il mobilio in legno si asciuga e si crepa. Polveri. Il posizionamento di piante lungo il perimetro di una stanza riduce il deposito di polveri oltre il 20% anche al centro della stessa stanza. Acustica. Le piante possono riflettere, diffrangere o assorbire suoni, a seconda delle frequenze dei suoni stessi. In generale, secondo le ricerche, le piante hanno fornito i migliori risultati nel ridurre i suoni ad alte frequenze in stanze con superfici dure. Benessere. Molti studi, nei quali è stato chiesto ai soggetti di descrivere come si sentissero in presenza o assenza di piante, hanno rilevato un certo numero di sensazioni positive associabili alla loro presenza. Persone in stanze con piante hanno manifestato un miglior grado di attenzione rispetto a coloro che lavoravano in stanze prive di vegetali. Gli intervistati inoltre si sono sentiti significativamente più “spensierati e allegri” e “cordiali ed affettuosi” nella stanza con le piante, rispetto a quelli nella stanza senza elementi vegetali. Riduzione dello stress. Le piante diminuiscono l’ansia e favoriscono il relax. (Contrastano vivacemente lo stress anche se osservate solamente in foto, figuriamoci con il contatto diretto!) Produttività. Convivere con le piante sul luogo di lavoro, aumenta la concentrazione, la prontezza, la memoria, l’abilità mentale e quella manuale. Marlon Nieuwenhuis, ricercatrice della Cardiff University, sintetizza così i risultati dell’ultimo lavoro in materia di piante in ufficio: “Semplicemente arricchendo uno spazio lavorativo spartano con delle piante, la produttività cresce del 15%. Un risultato straordinario, in contrasto con i principi di management che impongono un design minimalista per gli ambienti di lavoro, eliminando gli elementi decorativi non funzionali all’attività lavorativa. Un risultato che, allo stesso tempo, mostra una nuova via per rendere il lavoro in ufficio più piacevole, più confortevole e anche più produttivo”.

PIANTE CHE PURIFICANO L’AMBIENTE: LE MIGLIORI

I maggiori effetti benefici delle piante derivano dalla loro capacità di effettuare scambi gassosi con l’atmosfera circostante, proprio come i nostri polmoni. Se dai loro stomi o pori, situati a livello delle foglie, liberano l’ossigeno vitale per tutti gli organismi viventi, in direzione opposta, attraverso la stessa via, possono assorbire altri gas, non solo essenziali per la funzionalità della pianta stessa, quali l’anidride carbonica necessaria per la fotosintesi clorofilliana, ma anche un certo quantitativo degli agenti inquinanti indoor. Le sostanze tossiche sono quindi degradate dalla pianta stessa che le può trasformare in composti innocui quali acidi organici, zuccheri e amminoacidi. Le piante migliori per gli ambienti chiusi suggerite dalla NASA e dalle altre ricerche internazionali sono queste:

  1. Areca: la pianta più efficace per la purificazione dell’aria secondo lo studio della NASA è la palma Areca. Soprannominata “l’ umidificatore più efficiente”, l’Areca può sostituire integralmente l’uso di umidificatori elettrici. Inoltre filtra le tossine e alcune sostanze chimiche gassose. Coltivazione: le piante di Areca gradiscono le posizioni molto luminose, ma non devono essere esposte ai raggi diretti del sole. Crescono regolarmente a temperature che variano tra i 18 e i 22° C. La pianta necessita di una buona dose di acqua, ma bisogna fare attenzione ai ristagni.
  2. Raphis Excelsa: la Palma Lady o Rhapis Excelsa, è una pianta molto versatile, che può essere mantenuta in climi asciutti o umidi ed è molto resistente alla maggior parte dei tipi di insetti. La Rhapis Excelsa è la specie più nota e più diffusa della sua specie: è nota infatti anche come la “Signora delle Palme”. Può raggiungere i 3-4 metri di altezza, ma la crescita è molto lenta. Ha foglie che ricordano il bambù, le foglie sono a ventaglio e i fiori rosati. Si coltiva come l’Areca, ma la Raphis si adatta meglio in esterno.
  3. Chamaedorea (Palma bamboo): si tratta di una pianta rigogliosa che offre grandi prestazioni come purificatore dell’aria interna. La Palma di bamboo è facile da coltivare nelle case e negli uffici commerciali. Ha degli steli lunghi e nodosi simili a quelli del bambù, da qui il nome. Questa palma cresce molto – può raggiungere i 2 metri – ed è bene impiegare contenitori di dimensione adeguata. Nei sottovasi si aggiunge della ghiaia per mantenere umido il terriccio.
  4. Dracaena: la Dracaena o deremensis, è una pianta che, se posta in luoghi luminosi e ben irraggiati, purifica l’aria inquinata degli ambienti interni, presentando anche grande facilità di coltivazione. La temperatura minima d’inverno non deve essere inferiore ai 12° C, e la Dracaena è sensibile alle correnti d’aria. In estate, se possibile, questa pianta gioverà dell’aria aperta, ma al riparo dai raggi diretti del sole. Il terriccio ideale per la Dracaena è una miscela di terra concimata, terra di foglie e torba in parti uguali, con eventuale aggiunta di torba per aumentare il drenaggio. Durante il periodo estivo, può essere fertilizzati con concimi biologici azotati per piante verdi o fondi di caffè.. La Dracaena può adattarsi in vasi molto piccoli.
  5. Ficus alii: il Ficus alii o Ficus macleilandii è un buon rimedio in qualsiasi casa o ufficio dove l’aria è inquinata. Nonostante non sia molto difficile da curare, è necessario indossare dei guanti durante le operazioni di gestione della pianta se in presenza di allergia al lattice. Questa bella pianta è un Ficus dalle foglie strette e dal portamento ricadente. Alberello di origine asiatica, di facile coltivazione e molto ornamentale, ha una gradevole forma con rami flessuosi e arcuati, carichi di foglie lunghe e appuntite. Si tratta di una pianta di recente diffusione in Italia, in grado di mantenere le foglie meglio e più a lungo e dei Ficus benjamina. Alle nostre latitudini cresce bene in appartamento, e può trascorrere la bella stagione all’aperto: la temperatura ottimale è di circa 18°C, ma sopravvive fino a 10°C.
  6. Aloe vera. L’Aloe è una pianta succulenta che richiede poche cure: le è sufficiente un ambiente luminoso e necessita di innaffiature moderate. Possiede numerose proprietà, oltre a quella di depurare l’aria delle nostre abitazioni. È una pianta antinfiammatoria e cicatrizzante, utile per le difese immunitarie, per proteggere e riparare i tessuti e contro le malattie reumatologiche di origine autoimmune. Per questi scopi terapeutici, si usa la gelatina interna alle grandi foglie. L’Aloe ha bisogno di un vaso abbastanza largo ma basso, dato che le radici generalmente sono poco sviluppate. Il periodo ideale per seminare l’Aloe Vera coincide con il mese di marzo in quanto non deve essere esposta a temperature più basse rispetto ai 20°C. Un’alternativa è rappresentata dalla moltiplicazione per talea. Per seguire questa strada si prelevano i polloni (germogli) laterali da una pianta madre, lasciandoli riposare al buio per un paio giorni. A questo punto le talee di Aloe Vera potranno essere piantate. L’Aloe vera genera il gel nelle foglie quando esposta al sole. In interno, per ottenere un buona quantità della gelatina benefica, si dovrà ricorrere all’uso di lampade per 8 ore al giorno.

IL CACTUS E IL PC

Alcune piante grasse sono in grado di assorbire le radiazioni emesse dai computer, dai cellulari e da altri elettrodomestici. Infatti negli anni ’80 l’Istituto svizzero di Geobiologia di Chardonne, ha pubblicato una ricerca secondo la quale si accertava un netto miglioramento di sintomi come stanchezza ed emicrania, in molti impiegati che avevano lavorato al loro computer con accanto una pianta di cactus, il Cereus Peruvianus. Se posto in una stanza, questo cactus sarebbe in grado di ripulire dalle radiazioni elettromagnetiche tutto l’ambiente. Il Cereus Peruvianus è stato oggetto di studio presso varie università: anche la prestigiosa rivista Nature ha pubblicato una ricerca in cui si dimostra l’efficacia di questo cactus come bio-difesa dall’elettrosmog. Questa pianta succulenta è originaria del sud del Brasile, dell’Argentina e del Perù. Ha un lungo fusto ricco di spine, di colore azzurrino nelle parti più giovani che diventano verde scuro con l’età. In vaso i Cereus fioriscono raramente. solo le piante che hanno raggiunto grandi dimensioni possono produrre, durante il periodo estivo, fiori ermafroditi di grandi dimensioni, di colore bianco, rosa o rosso, profumati. Si aprono solo alla notte e sono di breve durata. I frutti sono bacche carnose rosse e nella maggior parte delle specie sono commestibili. Tra le specie più comuni e più belle in grado di assorbire le onde elettromagnetiche sono stati individuati inoltre il Filodendro, bellissimo rampicante, e la Tillandsia cyanea.

L’ELETTRO-SMOG SI TROVA…A CASA NOSTRA!

L’aria di casa può essere più inquinata di quella che si respira in strada, e può contenere un mix di sostanze chimiche ad alto rischio che esalano proprio dall’ambiente domestico. “Tra le più temibili c’è la formaldeide, rilasciata dai mobili in truciolato, ma usata a volte anche come disinfettante e impregnante dei tessuti e del legno: l’International Agency for Research on Cancer (larc) l’ha classificata come sostanza cancerogena e responsabile di irritazioni delle mucose delle vie aeree, tosse, congiuntivite”, ci spiegano i professori dell’Università di Milano che hanno svolto un’importante ricerca sull’argomento. “Non è però la sola: nell’aria degli appartamenti possono celarsi i vapori liberati dai prodotti per l’igiene della casa, soprattutto quelli profumati, le muffe, gli acari, e, non ultime, le onde elettromagnetiche emesse da wi-fi, pc, telefonini, babyphone e forni a microonde ormai onnipresenti nelle case italiane e temibili al pari degli altri inquinanti. Gli studi più recenti hanno dimostrato che queste radiazioni non hanno solo effetti termici. Producono anche un aumento dei radicali liberi, quindi dello stress ossidativo, e possono determinare anche rotture cromosomiche e alterazioni del Dna. Sono potenzialmente cancerogene e non a caso l’Oms ha incluso l’elettro-smog tra le principali emergenze del Pianeta”.
Beatrice Pallotta

IL CERVELLO DEL CUORE

Ancora oggi non si conoscono del tutto le complessità del funzionamento del cuore, centro di vita e specchio delle emozioni. Il cuore ha un suo cervello, del tutto indipendente dal sistema nervoso centrale. Nel cervello del cuore le emozioni vengono identificate e rielaborate in messaggeri chimici, in informazioni, che raggiungeranno con il flusso sanguigno ogni centimetro del corpo. Nei ragionamenti del cuore ci sono il piacere, l’amore, la paura, il dispiacere, dunque le emozioni più importanti per il genere umano. Un antico testo indiano dice: “Vasto come questo spazio esterno è il minuscolo spazio dentro al nostro cuore: in esso si trovano il cielo e la terra, il fuoco e l’aria, il sole e la luna, la luce che illumina e le costellazioni, qualunque cosa quaggiù vi appartenga e tutto ciò che non vi appartiene, tutto questo è raccolto in quel minuscolo spazio dentro al vostro cuore”

TRASMISSIONE E CONNESSIONE

Quando viene concepito un bambino, il suo cuore inizia a battere prima che l’organo deputato ad essere la “mente” dell’intero organismo, cioè il cervello, si sia formato. A dare il segnale di avvio al battito del muscolo cardiaco fetale è un minuscolo circuito di gangli neurali, un mini-cervello posto nel miocardio. Il “cervello del cuore” è la prima sorgente di input e di informazioni dell’intero organismo, e ha una sua vita neurale del tutto indipendente da quella cerebrale. Il cuore è intelligente, produce una sua energia e ha una sua specifica “coscienza”. La neuro-cardiologia lo descrive come fonte di un ampio campo elettro magnetico (circa 60 volte) più grande di quello delle onde cerebrali) che agisce da segnale sincronizzatore in tutto il corpo. Il cuore orchestra l’intero equilibrio psico-fisico dell’essere umano, e le sue variazioni dipendono soprattutto dalle emozioni. Il campo elettrico cardiaco si irradia all’interno, ma si espande anche all’esterno, con una grande onda dall’ampiezza di circa 3 metri. Il campo energetico si propaga ad onde circolari e si può connettere con altri campi vitali per uno scambio di reciproche informazioni. (Gli animali sanno avvertire le onde magnetiche cardiache anche da 20 metri di distanza La frequenza del battito e la gittata cardiaca coinvolgono bio-chimicamente ogni cellula del corpo, stimolando l’intera attività ormonale e neurale. Il cervello cardiaco produce ormoni specifici come l’ANF, neuro-peptide anti-stress, e l’oxitocina, meglio conosciuta come l’ormone dell’amore: messaggeri chimici fondamentali per la sopravvivenza e per la generazione di nuove vite. L’oxitocina, stimolatore del parto e dell’allattamento, è un ormone coinvolto anche nei processi cognitivi, nelle capacità di tolleranza e di adattamento, nei comportamenti sessuali, nei legami affettivi e sociali, e le sue concentrazioni sono le stesse di quelle del cervello. Dal cuore provengono anche i flussi adrenalinici, eccitatori dell’intero organismo. Quando il cervello del cuore si sincronizza con il cervello della testa, tutto il corpo funziona a pieni regimi del benessere, e l’energia è elevata. In caso di disarmonia tra i due organi, il cuore inizia a produrre l’ormone antistress ANF, per ristabilire l’omeostasi.

VERSO LA COERENZA CARDIACA

Per equilibrare corpo e mente e per mettere in armonia i cervelli del cuore e della testa, per creare quindi la “coerenza cardiaca” esistono diverse tecniche, antiche e moderne di tipo respiratorio, ed altre all’avanguardia di stampo tecnologico. La naturopatia moderna si rivolge a questo scopo alle tecniche di respirazione e al training autogeno. Le emozioni che generano il miglior stato di coerenza cardiaca, secondo gli studi scientifici, sono: la gratitudine, l’amore, la generosità, la compassione, la pace interiore, la gioia, l’appagamento.

Beatrice Pallotta

Make Happiness your Goal

Due inediti bigliettini scritti a mano da Albert Einstein sono stati venduti a Gerusalemme per 1,50 milioni di dollari. Durante un’asta gestita dalla “Winner’s auctions and exhibitions”, la prima nota manoscritta è stata valutata 1,3 milioni e la seconda 200mila. Cifre astronomiche per poche righe.

Cosa contengono di così prezioso gli sbiaditi foglietti di Einstein? In uno c’è scritto: «Una vita tranquilla e modesta porta più gioia del perseguimento del successo legato a un’agitazione perenne»;

nell’altro invece: «Dove c’è volontà, c’è la strada». Due nuovi aforismi sulla felicità che il genio della relatività aveva in serbo per pochi intimi. Gli appunti risalgono al novembre del 1922, e sono stati scritti dallo scienziato durante un viaggio in Giappone. Einstein venne raggiunto da un corriere mentre si trovava all’Hotel Imperial di Tokyo. Non avendo spiccioli per la mancia, dette all’uomo queste due piccole annotazioni scritte in tedesco come ricompensa. Un vero tesoro per i fortunati eredi del fattorino, ma anche per l’umanità che oggi, a distanza di quasi 100 anni, può ascoltare nuove riflessioni sull’argomento “felicità”, lo stato d’animo più inseguito, sognato e desiderato da tutti, scienziati e filosofi compresi!

La felicità è rincorsa da una platea immensa di persone, ma sono in pochi quelli che la conoscono veramente. Certi scienziati cercano di carpirne i segreti e la studiano da anni, indagando su ipotesi secolari e nuove conoscenze. Non c’è da stupirsi quindi che i datati aforismi di Albert Einstein abbiano avuto una tale risonanza. I segreti della felicità sono sempre di grande attualità anche oggi che, in parte, sono stati rivelati dalle scienze psicologiche e mediche. La felicità infatti sembra seguire alcune regole di base, a volte sorprendenti per la loro apparente semplicità. Senza dubbio l’ambiente e la genetica hanno la loro importanza, ma la felicità è soprattutto una scelta, uno stile di vita consapevole, un atto dovuto a noi stessi e agli altri. Vediamo al dettaglio le più moderne teorie sulla felicità.

LE POSITIVE RELAZIONI CON GLI ALTRI costituiscono uno dei segreti per vivere una vita serena, longeva e felice. È quanto è emerso da uno studio recente dell’università di Harvard, negli Stati Uniti, durato ben 75 anni, il cui obiettivo era comprendere cosa renda felici realmente gli esseri umani. Se si dispone di amici intimi, una grande e amorevole famiglia, o di forti legami con la comunità, si è più felici. Questo studio, tra i più lunghi della storia, suggerisce che sarebbero proprio le relazioni a guidarci verso la felicità . “Anno dopo anno – ha affermato Hernest Waldinger, direttore della ciclopica ricerca – abbiamo osservato questo: le persone che se la passano meglio sono proprio quelle che possono contare sull’appoggio della famiglia, degli amici, della loro comunità”. Anche se l’80% delle persone crede che la felicità derivi dal denaro e il 50% dal successo nel lavoro, la verità è tutta un’altra: i più felici e più sani, mentalmente e fisicamente, sono coloro che negli anni sono riusciti a creare reti di rapporti interpersonali positivi. Ma a far la differenza non è la quantità dei rapporti, ma la loro qualità. Le coppie sposate che hanno raccontato ai ricercatori di litigare e di non sentire un grande coinvolgimento verso l’altro, sono risultate essere meno felici, paragonabili a persone che non erano sposate o conviventi. Tra le ragioni di una cattiva salute fisica e mentale, ci sarebbero proprio le “faide” familiari.I legami di sangue sono infatti fondamentali per l’essere umano: “I conflitti familiari minano la nostra energia e la nostra salute” sottolinea a proposito Waldinger. La fiducia negli altri e il poter contare sulla loro vicinanza sono fattori che contribuiscono a renderci felici.

L’ESERCIZIO FISICO in generale rilascia endorfine nel cervello, che migliorano il tono dell’umore. Se l’allenamento è regolare, il moto positivo dell’animo si estende anche ai giorni in cui non ci si allena. “Nei giorni di allenamento, l’umore delle persone migliora significativamente dopo l’esercizio e rimane lo stesso nelle successive giornate di riposo. Con l’eccezione del senso di calma che si perde poco dopo”, ci dicono gli esperti a proposito.

TRASCORRERE DEL TEMPO CON LE PERSONE FELICI O CON I LORO AMICI, perchè la felicità è contagiosa!I ricercatori hanno scoperto che quando una persona diventa felice, anche il suo miglior amico ha una probabilità del 25 per cento in più di diventarlo anche lui. Anche il fortunato compagno di una persona felice ha un 8 per cento maggiore di probabile felicità, e i vicini di casa – pure loro! – hanno una probabilità in più del 34 per cento. L’effetto epidemia della felicità può diffondersi per tre gradi, fino agli amici degli amici!

TRASCORRERE 60 MINUTI AL GIORNO ALL’APERTO, secondo una serie di studi pubblicati negli ultimi anni, migliora l’umore per il rilascio di endorfine, nutre di ossigeno tutte le cellule, e da’ sprint alla mente, aumentando le capacità cognitive, creative e la memoria. A fare bene sono soprattutto la luce del sole, anche in un giorno nuvoloso, l’aria fresca, il contatto con la natura. Viene meglio se si praticano sport, anche leggeri, come la camminata veloce.

IMPEGNARSI AD ESSERE FELICI favorisce che ciò accada per davvero. Quando le persone cercano attivamente di essere felici, migliorano il loro stato d’animo, sentendosi alla fine più felici di chi non lo fa. (In un esperimento hanno fatto ascoltare musiche allegre ai partecipanti per due settimane, chiedendo solo ad alcuni di concentrarsi sulla loro felicità, e non sui brani ascoltati. Alla fine dell’esperimento, questo piccolo gruppo ha registrato un deciso miglioramento dello stato d’animo, mentre l’umore degli altri partecipanti è rimasto invariato).

DARE UN SIGNIFICATO ALLA VITA, scoprendo i propri punti di forza e usarli. Porsi obiettivi sempre nuovi, dare un senso alla propria vita, garantisce un buon livello di soddisfazione e di appagamento generale e può donare longevità. Saper trovare in se’ le migliori attitudini per realizzare i propri sogni, allunga la vita e migliora la salute.

OCCUPARSI DEGLI ALTRI. Tutti quelli che aiutano gli altri, siano essi persone, animali o piante, sono più felici. Nelle statistiche il volontariato annovera meno casi di depressione, maggiore benessere e una riduzione del 22 per cento del rischio di malattie cardiovascolari.

LAVORARE CON SODDISFAZIONE rende felici.«La felicità sul lavoro non si misura solo sui soldi, sullo scatto di carriera o sui giorni di ferie. La felicità sta altrove: sta nel creare cornici in cui ci sia fiducia, cooperazione, squadra. Dove l’ambiente non è ostico», affermano Daniela Di Ciaccio e Veruska Gennari, fondatrici dell’agenzia 2BHappy, il primo «acceleratore di felicità» italiano.

La loro ricetta per la felicità prevede un vero allenamento psico-fisico, gentilezza verso il prossimo, apertura alle esigenze altrui e sorrisi alle persone che si incontrano.

VIVERE VICINO ALL’ACQUA sia essa di mare,di fiume o di lago, stimola beneficamente il cervello. In prossimità dell’acqua si producono più dopamina, serotonina e ossitocina, sostanze che aumentano la sensazione di benessere e il buonumore. Secondo nuovi studi, chi vive nei pressi di un corso d’acqua è più felice rispetto agli altri del 5,2%.

Beatrice Pallotta

IN CASA IL PARADISO!

La Danimarca è uno dei Paesi più felici del mondo. Secondo l’Istituto di Ricerca della Felicità di Copenaghen, la propria casa è il luogo ideale dove inventare il proprio paradiso personale e ricaricarsi delle energie migliori. Basta avere un angolino speciale dove ci si senta al sicuro, dove sia possibile riflettere, leggere, stare semplicemente in pace con se stessi. L’importante è che questo piccolo paradiso venga illuminato da una finestra, meglio se aperta quando è possibile. Questo mini-rifugio inoltre sarà reso più confortevole arredandolo con bei cuscini, tappeti, candele colorate, piante. Nella personale zona-comfort non possono mancare varie ed eventuali consolazioni come le tisane, il cioccolato fondente, la musica, libri e taccuini, per coccolarci e ritrovare il buon umore.

FACEBOOK CREA DIPENDENZA

I social abbassano l’autostima e mettono di cattivo umore. Così hanno relazionato gli ultimi monitoraggi. Se accedere a Facebook e simili inizialmente eccita e diverte, col passare del tempo l’umore si fa via via più tetro. Quel che lega al gioco sociale virtuale è la curiosità di vedersi apprezzato, riconosciuto, dagli altri. I “like”e la connessione con gli altri utenti, innalzano nel sangue la dopamina, l’ormone della gioia da ricompensa. I social creano dipendenza, come delle vere droghe. Quando si esaurisce l’iniziale scarica di dopamina, lentamente l’entusiasmo si trasforma in melanconia. Da qui si manifesta in molti utenti la voglia irrefrenabile di riottenere il piacere da “consenso”all’infinito! I social sembrano concepiti sul modello delle slot machine, note per creare la pericolosa dipendenza. Non esiste infatti molta differenza tra la continua ricerca di un nuovo like e quella di una vincita al gioco d’azzardo o a un “gratta e vinci”.

B.P.

DNA E DIVORZI

Secondo i più recenti studi, il divorzio è una predisposizione scritta nel DNA di chi è figlio di coppie divorziate. La possibilità di separarsi dal proprio compagno non dipenderebbe quindi solo dalle scelte e dai conflitti personali, ma sarebbe incisa nel corredo genetico. I ricercatori della Virginia Commonwealth University in collaborazione con l’Università di Lund in Svezia, sono gli autori di questa sconcertante rivelazione scientifica, che ha consegnato il timone della gestione dei percorsi di vita di milione di persone, ai geni ereditati da mamma e papà.

Il DNA è quindi il vero regista occulto del “destino” sentimentale di una moltitudine crescente di esseri umani?

I luminari della sorprendente ricerca, i professori Jessica Salvatore e Kenneth Kendler, in un comunicato stampa ufficiale, hanno dichiarato che: “Quasi tutta la letteratura scientifica precedente ha sottolineato che il divorzio si trasmette attraverso le generazioni solo psicologicamente, ma i nostri risultati li contraddicono, suggerendo invece che i fattori genetici siano più importanti”.

Fino ad oggi infatti, psicologia e psicoanalisi avevano individuato le radici dei conflitti di coppia nelle esperienze vissute nella prima infanzia e durante l’adolescenza, nei traumi e nei ricordi rimossi, nelle imitazioni inconsapevoli. Ma le nuove scoperte della genetica sembrano smentire l’impianto di Freud: le vere cause dell’instabilità sentimentale sono biologiche e non psicologiche. O meglio, non solo.

D’altro canto le“prove”scientifiche parlano chiaro. Jessica Salvatore e Kenneth Kendler, analizzando i Registri svedesi di tutta la popolazione, hanno scoperto che i bambini adottati e cresciuti da coppie stabili, ricalcano da adulti lo stesso percorso sentimentale dei genitori biologici. Se i genitori naturali sono stati lacerativi nelle questione amorose, anche i loro figli abbandonati ed adottati da coppie“armoniche”ed unite, tenderanno a ripetere lo stesso copione dei genitori e dei fratelli “di sangue”. L’attitudine a separarsi dal proprio compagno non dipenderebbe quindi dal “nutrimento”affettivo e dalle cure parentali, ma farebbe parte del corredo genetico. La ricercatrice Jessica Salvatore, tra l’altro psicologa, ha scritto:”Abbiamo trovato tutte le prove scientifiche che dimostrano che i fattori genetici sono i responsabili della trasmissione intergenerazionale del divorzio”. La ricerca ha vagliato migliaia e migliaia di casi diversi, comprovati dal Registro Anagrafico svedese, e fa parte di un’analisi ad ampio spettro della UE sul comportamento coniugale di tutti gli Europei. Nel nostro continente i divorzi sono in continuo aumento, come le famiglie mono-genitoriali e quelle “allargate”. Un tessuto sociale nuovo, al quale le istituzioni, la scuola, gli educatori, i consultori, devono saper rispondere adeguatamente.

La buona notizia è che nel genoma non sono iscritti solo tratti immutabili, come il colore degli occhi e la statura ad esempio, ma anche impronte variabili, chiamate “epigenetiche”, che possono essere ricondizionate, rieducate, persino cancellate. La scrittura epigenetica indica alcune “predisposizioni” che si attivano su stimoli specifici, circostanze e situazioni che potrebbero non manifestarsi mai nel corso di una vita intera..

L’epigenetica fa parte delle nuove conquiste della conoscenza e della tecnologia scientifica. Ormai è assodato che la relazione con l’ambiente influenza profondamente la biologia del corpo, ma anche i pensieri, le emozioni, i sentimenti, si imprimono come informazioni biochimiche in ogni singola cellula. Durante la prima infanzia in particolare, i traumi affettivi e le avversità si stampano nel DNA come impronte “epigenetiche”, capaci di attivare o disattivare le espressioni del corredo genetico. I nuovi inserti epigenetici ,(dal greco επί, epì = “sopra” e γεννετικός, gennetikòs = “relativo all’eredità familiare”) hanno la capacità di condizionare lo stato generale dell’individuo, la sua salute, l’equilibrio psicologico, le sue capacità di adattamento agli ambienti naturali e le abilità affettive e sociali. La mappatura epigenetica si genera attraverso le esperienze ed i “contatti” emotivi con la vita stessa, e si trasmette familiarmente ai discendenti per le successive 2 o 3 generazioni. Essendo però un protocollo funzionale sensibile a nuovi stimoli, può essere cambiato e ristrutturato lavorando principalmente su una nuova consapevolezza di se’, nonché su scelte di vita mirate a favorire la “neurogenesi”, cioè al processo rinnovativo del protocollo epigenetico.

L’epigenoma può essere ricondizionato da molti interventi volti a ristrutturare le “forme” del pensiero dovute ad emozioni tossiche, e a tutto ciò che esse comportano a danno della salute ma anche delle psiche: dalla trasmissione inconsapevole ai propri figli di credenze inutili ed errate, fino a comportamenti palesemente autodistruttivi, come l’abuso di alcol e stupefacenti, etc.

Inoltre esistono diversi modi per tutelarsi dagli effetti possibili di queste scomode eredità.

L’ALIMENTAZIONE: Il cibo biologico non cotto, frutta e frutta secca, verdura, legumi, semi germogliati, sono preventivi del cancro al colon retto, alla prostata, alle sindromi metaboliche, all’eccesso di colesterolo, all’osteoporosi, alle patologie degenerative e cardiovascolare. Inoltre, l’alimentazione a base vegetale conferisce stabilita’ emotiva e psichica, e dona brillantezza al pensiero. Per converso, gli studi hanno dimostrato che una dieta troppo ricca di metionina (carni e formaggi) può produrre l’aggravamento di stati d’ansia e depressivi, e di patologie cerebrali come la schizofrenia e le psicosi.

MEDITAZIONE, TRAINING AUTOGENO, YOGA: La meditazione attiva e disattiva i sistemi epigenetici, come le neuroscienze hanno ampiamente illustrato con numerosi esperimenti. La meditazione, come pure il training autogeno e la pratica dello yoga, aumentano la percezione e la qualità del “piacere”, rinvigoriscono il sistema immunitario e quello ormonale, rafforzano l’autostima, mettono in equilibrio gli emisferi cerebrali, “lucidano”ed ampliano le potenzialità mentali. L’epigenoma inoltre è sensibile ai suoni, al timbro della voce, alla recitazione dei mantra. Maggiore è il tempo che si dedica alla meditazione e più essa agisce in profondità:

3 MINUTI agiscono sul campo elettromagnetico del cuore e sulla circolazione sanguigna

11 MINUTI migliorano il sistema nervoso e ghiandolare

22 MINUTI mettono in coerenza i 3 cervelli

31 MINUTI influenzano l’attività dell’intero sistema endocrino, e le “intenzioni” mentali iniziano ad agire su tutte le cellule del corpo e i loro campi elettromagnetici.

62 MINUTI modificano le reti neurali dell’intero cervello e del sistema neuro-vegetativo

IL COUNSELING E LA PSICOTERAPIA: Il counseling orienta, suggerisce ed aiuta le persone nelle scelte di vita critiche, aprendole a nuove prospettive positive e vitali. La psicoterapia interviene invece nel profondo, nell’inconscio, nei traumi legati alla prima infanzia ed ai comportamenti che ne conseguono.

FIGLI DI AMORI SVANITI

I risultati della ricerca di Jessica Salvatore e Kenneth Kendler sugli effetti a lungo termine del divorzio sui discendenti, riporta l’attenzione al fenomeno crescente delle separazioni in Europa ed alle sue conseguenze. La percentuale di famiglie composte da un solo genitore è aumentata considerevolmente negli ultimi decenni, ed il divorzio genitoriale costituisce la causa principale di questo sorprendente aumento. In Italia, divorzia una coppia su 4, e sono in netto aumento quelli che si separano dopo 17/18 anni di convivenza. In seguito all’introduzione del “divorzio breve” nel 2015, le istanze giuridiche sono più che raddoppiate.

Le conseguenze sui bambini possono essere molto dolorose. I figli degli “amori svaniti” hanno un tasso più alto di separazione, divorzio e comportamenti a rischio rispetto a quelli di coppie stabili (situazioni critiche nel 65% dei casi). Il prezzo più alto lo pagano le donne, con tanti sintomi psicosomatici e depressione. Le bambine hanno un’anticipazione media della pubertà di almeno 3 anni rispetto al passato. Fino al diciannovesimo secolo, le ragazze raggiungevano l’età del menarca tra i 15 e i 17 anni. Oggi non è un’eccezione “diventare signorina” a 9 anni. Una bimba che sviluppa il corpo di un adulto prima dei suoi coetanei, può soffrire di inadeguatezza e di conflitti. Non è solo la metamorfosi del corpo a causare confusione e disorientamento, ma anche le relazioni con gli altri, in primis con i genitori, possono entrare in crisi. L’età anagrafica e la maturazione delle esperienze non corrispondono alla evoluzione somatica, e sono in tanti i genitori che si sentono spaesati di fronte all’anticipo della pubertà delle proprie figlie.

La psicosomatica ha individuato diversi disturbi che compaiono frequentemente nei figli dei divorziati. La salute psico-biologica di questi minori spesso è compromessa da sindromi di iperattività e deficit di attenzione (ADHD), e hanno più del doppio di possibilità dei loro coetanei cresciuti con una coppia unita di sviluppare disturbi psicologici, emarginazione, abuso di alcool e droghe. Possono avere inoltre sintomi da stress cronico, come ipersecrezione di cortisolo e di altri ormoni che influiscono sulla tiroide. Secondo alcuni studi epigenetici italiani (Dr. Vezzetti), i figli degli amori svaniti sarebbero predisposti all’insorgenza di alterazioni della Interleukina-6, con conseguente vulnerabilità ai tumori, al Lupus eritematoso, al morbo di Alzheimer, al mieloma, e altre malattie a carico del sistema immunitario.

NIENTE ALIBI, IL DANNO RESTA

Per la psicologia, il divorzio dei genitori costituisce una «base di vulnerabilità» nel bambino. La separazione toglie ai piccini la fiducia di base essenziale per la costruzione di un’identità sicura di sé. In seguito, da teen-agers, mentre si conquistano l’età adulta, il modello di riferimento rappresentato dai genitori è frammentato, conflittuale, o assente. Può mancare la fiducia e l’apertura serena all’altro, proprio nell’età in cui si affacciano alle prime esperienze amorose.

Umberto Galimberti descrive così il trauma del divorzio sui figli: “ Quando due genitori si separano o divorziano pensano al loro rancore, al diritto di rifarsi una vita secondo lo schema che hanno in testa in ordine alla loro felicità, pensano ai soldi e alla divisione dei beni. E ai figli? Di solito ai figli non pensano, quando addirittura non li utilizzano come strumenti di ricatto.
Può essere che certe separazioni siano auspicabili rispetto all’inferno che si viene a creare in una famiglia dove l’odio ha preso il posto dell’amore, ma si abbia il pudore di non pensare che la scelta scivoli indifferente sulla testa e nel cuore dei loro figli senza conseguenze. La ragione è molto semplice: i bambini quando sono piccoli si relazionano ai genitori esclusivamente su base affettiva, e il venir meno di questa base destruttura in maniera radicale la loro identità, che avvertono misconosciuta o almeno messa in secondo piano rispetto a ciò che interessa ai loro genitori. E non avendo strumenti a disposizione per farsi sentire, subiscono il disinteresse genitoriale, iniziando ad assaporare fin da piccini la sofferenza della loro impotenza. Quando invece sono adolescenti, il danno non è minore, nell’età in cui, come vuole la natura, ci si stacca dei genitori ma col bisogno d’essere accompagnati nei primi passi di autonomia, i figli adolescenti si sentono abbandonati e subdolamente invitati a prender la parte del padre o della madre, quando ancora sono incerti circa la loro identità in continua trasformazione. Già si fa fatica a crescere, e costringerli a sobbarcarsi le scelte sbagliate dei propri genitori in una stagione della vita dove sia i piccoli sia gli adolescenti ancora non sanno chi sono e non hanno strumenti per capire perché vien loro meno la protezione di cui hanno assoluto bisogno, significa caricare di difficoltà la loro crescita. Detto questo, non dico che non ci si debba separare o divorziare, rammento solo a chi lo fa di non rimuovere il danno che i figli ineluttabilmente subiscono, anche se con le loro facce un po’ enigmatiche e molto sfiduciate non lo danno a vedere.”

Indubbiamente le nuove conquiste degli studi della genetica, delle neuroscienze e della nuova visione quantistica della fisica, stanno creando scompiglio all’interno di molti sistemi scientifici ed umanistici. Le ricerche sul DNA e sull’epigenetica raccontano a modo loro la storia dell’umanità, della sua evoluzione e della sua capacità di adattarsi alle avversità, siano esse ambientali che socio-affettive. Come ci ricorda a proposito lo psicoanalista E. Kohut: “Proprio come un albero, entro certi limiti, riesce a crescere intorno a un ostacolo in modo da esporre le foglie ai raggi del sole che alimentano la vita, così il Sé, nella sua ricerca evolutiva, abbandonerà il tentativo di continuare in una particolare direzione e cercherà di procedere in un’altra.”

La vita vince sempre, in un modo o nell’altro.

Beatrice Pallotta

ISTAT

Questi sono i dati sono dell’ultimo rapporto dell’Istituto nazionale di Statistica (ISTAT) su matrimoni, separazioni e divorzi in Italia, pubblicati il 14 novembre 2016, un anno dopo l’introduzione del “divorzio breve”

Nel 2015 sono stati celebrati in Italia 194.377 matrimoni, circa 4.600 in più rispetto al 2014. Si tratta dell’aumento annuo più consistente dal 2008. Nel periodo 2008-2014, i matrimoni sono diminuiti in media al ritmo di quasi 10.000 l’anno. Aumenta la propensione alle prime nozze: 429 per 1.000 uomini e 474 per 1.000 donne. Gli sposi celibi hanno in media 35 anni e le spose nubili 32 (entrambi quasi due anni in più rispetto al 2008).

Le seconde nozze, o successive, sono 33.579, quasi 3.000 in più rispetto al 2014 (+9%). L’incidenza sul totale dei matrimoni raggiunge il 17%. Prosegue l’aumento dei matrimoni celebrati con rito civile. Sono 88.000, l’8% in più rispetto al 2014, il 45,3% del totale dei matrimoni.

I matrimoni in cui almeno uno dei due sposi è di cittadinanza straniera sono circa 24.000 (12,4% delle nozze celebrate nel 2015), in calo di circa 200 unità rispetto al 2014.

Per l’instabilità coniugale, i dati del 2015 risentono degli effetti delle recenti variazioni normative. In particolare l’introduzione del “divorzio breve” fa registrare un consistente aumento del numero di divorzi, che ammontano a 82.469(+57% sul 2014). Più contenuto è l’aumento delle separazioni, pari a 91.706 (+2,7% rispetto al 2014). La durata media del matrimonio al momento della separazione è di circa 17 anni. In media i mariti hanno 48 anni, le mogli 45 anni. La propensione a separarsi è più bassa e stabile nel tempo nei matrimoni celebrati con il rito religioso. A distanza di 10 anni dalle nozze, i matrimoni sopravviventi sono, rispettivamente, 911 e 914 su 1.000 per le coorti di matrimonio del 1995 e del 2005. I matrimoni civili sopravviventi scendono a 861 per la coorte del 1995 e a 841 per quella del 2005.

Nel 2015 le separazioni con figli in affido condiviso sono circa l’89% di tutte le separazioni con affido. Soltanto l’8,9% dei figli è affidato esclusivamente alla madre (si tratta dell’unico risultato evidente dell’applicazione della Legge 54/2006 sull’affido condiviso).

La quota di separazioni in cui la casa coniugale è assegnata alla moglie sale al 60% e arriva al 69% per le madri con almeno un figlio minorenne. Si mantiene stabile la quota di separazioni con assegno di mantenimento corrisposto dal padre (94% del totale delle separazioni con assegno nel 2015)

UN PRECEDENTE STORICO

Un’altra celebre osservazione scientifica che conclamò l’esistenza dell’epigenoma del DNA, è stato quella passata alla Storia come “L’ inverno della carestia”. In Olanda, nel 1944, alle ultime battute della Seconda Guerra Mondiale, l’esercito tedesco bloccò l’accesso ai rifornimenti in alcuni territori dei Paesi Bassi. L’inverno fu duro, nevoso e gelato, e quella povera gente era già molto sofferente da anni di guerre a cui si aggiunse, in ultimo, lo strazio della fame. Il forzato regime di carestia fu così spietato che ridusse l’introito giornaliero di cibo a non più di 500 calorie pro capite. Le vittime da deprivazione da nutrimento furono i più deboli, i bimbi e gli anziani, a decine di migliaia. Tra le vittime di quell’inverno di guerra, il monitoraggio a lungo termine degli studiosi ha aggiunto i figli delle donne in gravidanza di quel periodo. Molti fra loro, da adulti hanno sviluppato obesità, diabete, malattie cardio-vascolari, pressione alta. E come loro, anche i loro stessi figli. La carenza alimentare e la paura della fame, si sono impresse nel loro DNA come nuova informazione biologica epigenetica, predisponendoli ad un rapporto ansioso e compulsivo con il cibo, una vera ossessione, come se fossero loro stessi a rischio di un’imminente, terribile carestia.

Beatrice Pallotta

IL GIARDINO ZEN

Il giardino giapponese esprime la filosofia e le forme di una tecnica basata sull’osservazione della natura. E’ proprio l’analisi dell’ambiente naturale nella sua bellezza incontaminata a fornire le linee essenziali del giardino giapponese che, agli occhi di chi lo guarda per la prima volta, appare magnifico, suggestivo, emozionante. come un’opera d’arte spettacolare.

Il giardino del Sol Levante è universalmente riconosciuto un’eccezione nell’arte dei giardini, non solo perchè rievoca alla perfezione la bellezza dei paesaggi nipponici, ma soprattutto per la sua capacità di trasmettere armonia e tranquillità interiori, quasi fosse il luogo di residenza “ideale” per tutti gli esseri umani. Lo compongono pochi elementi fondamentali distribuiti con maestria, che danno origine a giochi di prospettive e di forme differenti, regalando l’illusione di uno spazio del tutto privo di confini precisi. Acqua, pietre, alberi, sabbia, si fondono in un unico scenario mai monotono e ripetitivo, che anzi cambia sorprendentemente secondo il punto di vista da cui lo si osserva. Il giardino giapponese o Zen è l’espressione più tipica del minimalismo e dell’apparente semplicità della filosofia buddista.

IL GIARDINO DI PIETRA

Il termine originale del magnetico giardino giapponese è “Karesansui”, giardino di pietra, che racchiude in se’ una molteplicità di segnali e di simboli filosofici spesso misteriosi e “magici”.

La maggior parte dei giardini Zen si avvale di elementi rocciosi, solidi e persistenti, come il fondamento dell’intera composizione. Le rocce sono infatti le protagoniste assolute dei paesaggi incantevoli che si vengono a creare, e si selezionano in base alla loro provenienza: le pietre di montagna si distribuiscono sul suolo, mentre quelle provenienti dalle coste marine o fluviali si impiegano lungo i bordi dei sentieri, dei piccoli ruscelli e sui fondali dei laghetti. Le pietre hanno sempre il loro aspetto naturale, mai devono essere levigate o manipolate con strumenti, ma lasciate che siano lavorate nel tempo dall’erosione dell’acqua e del vento. Infatti le rocce quadrate, sferiche, o troppo regolari e colorate, sono le prime ad essere accantonate quando si impianta questo particolare giardino d’Oriente. Le pietre inoltre rivestono ruoli decorativi e funzioni differenti: possono riprodurre animali, come le tartarughe e gli aironi che portano fortuna e longevità ad esempio, oppure per creare composizioni di paesaggi in miniatura, come montagne, cascate, ruscelli, spiagge. Le rocce dovranno essere stabili e in armonia tra loro e l’ambiente che le circonda, per ottimizzare la loro “forza energetica”, dirigendole verso le direzioni prescelte. Per la cultura giapponese le pietre esprimono poesia e trasmettono pace, armonia ed energia quando le si guarda con sincera ammirazione, come se avessero una “personalità”, un’anima.

L’ISOLA E L’ACQUA

L’isola è una parte importante della struttura del giardino Zen. Anticamente il “giardino-isola” veniva costruito con l’intenzione di riprodurre in miniatura un autentico paesaggio marino. L’acqua conteneva infatti un preciso riferimento spirituale ed era venerata come sacra, mentre le isole erano considerate delle vere e proprie divinità. Presso le abitazioni il giardino ospitava spesso un grande lago assolutamente navigabile, che nel tempo si restrinse progressivamente fino a raggiungere nell’epoca contemporanea le dimensioni di un piccolo stagno. Il lago del giardino giapponese moderno viene riprodotto con la sabbia, il cui ondeggiante disegno allude appunto al movimento delle onde del mare. Anche la costruzione di ponti e ponticelli ha origini molto antiche, quando l’elemento acqua era predominante, e solo in seguito assunsero una funzione essenzialmente decorativa. A volte, quando l’acqua è poco profonda, vengono utilizzate grosse pietre sul fondale per consentire passaggi semplici e divertenti da una sponda all’altra. Ancora oggi in Giappone si è mantenuta la tradizione di bagnare all’arrivo degli ospiti le superfici dei percorsi in pietra, per inondare il giardino di una deliziosa freschezza. La sabbia, che inizialmente serviva per asciugarsi i piedi bagnati lungo i percorsi del giardino più umidi, sostituì nel tempo le acque del grande lago. Nelle creazioni “secche” Zen il “mare di sabbia” diventa l’elemento principale del giardino che miniaturizza il moto ondoso dei fiumi e dei mari.

ALBERI BONSAI

Muri e recinzioni naturali sono fondamentali nel giardino giapponese, che si configura in spazi limitati ma perfettamente studiati, come se fossero scenografie teatrali o set cinematografici. I confini vengono segnati da siepi geometriche potate alla perfezione, o da filiere in bambù lavorato, elementi rustici, ma allo stesso tempo elegantissimi e raffinati. L’elemento “vegetale”, anch’esso simbolico e importante, non è mai prevalente come nei nostri giardini occidentali, ma si integra con discrezione e armonia nell’insieme della composizione. Spesso i vegetali sono solo evocati dalla presenza del muschio sulle rocce, o del tutto tralasciati, lasciando ai minerali il compito di suscitare sensazioni ed emozioni. Gli alberi e gli arbusti eventualmente presenti si posizionano in un insieme armonico, dove una specie non prevale mai sull’altra. In Giappone la mano dell’uomo modifica la forma dell’albero già durante le prime fasi della sua crescita con precise tecniche di potatura e di legatura tramandate nei secoli. Con la legatura del tronco attraverso l’uso di particolari fili metallici e le potature si costruisce l’architettura principale della pianta, che verrà così plasmata e condizionata, mantenendola inalterata con il trascorrere del tempo. Nel giardino Zen non si coltivano vegetali “utili”, casomai presenti nelle parti secondarie meno visibili, preferendo invece la presenza di essenze sempreverdi, di alberi a crescita lenta come i pini e gli aceri, e di alberelli nani e di bonsai. Le piante rampicanti vengono riservate alla copertura di tralicci e di chioschi, e le piante tropicali, tra cui il bambù, alla costruzione di palizzate. Il giardino giapponese moderno ha rivalorizzato la presenza dei fiori come le azalee, le ortensie, il glicine, i rododendri, che crescono con facilità all’ombra degli alberi, e di quelli che amano l’acqua, come il loto, l’iris e le ninfee.

LE PIANTE SIMBOLICHE

La cultura giapponese divide le piante in maschili e femminili: quelle maschili sono slanciate, possenti, spigolose; le femminili invece sono più basse, rassicuranti, tonde, esili.

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Piante maschili- Yin: nel giardino Zen sono le piante maschili a dare il benvenuto agli ospiti. Si posizionano di preferenza alberi maschili all’ingresso, avendo cura di lasciare i loro rami più bassi molto lunghi. In questo modo i visitatori saranno obbligati a passarci sotto con il capo piegato, in segno di rispetto alla natura e per richiederle protezione. Altre piante maschili si sistemano in zone isolate o simboliche, come vicine ad una statua o a un ruscello. Le piante maschili incarnano il mito di una vita conquistata duramente, ma duratura. (“Wabi-sabi”- bellezza triste”.)

Piante da fiore-Yang: le piante da fiore sono esclusivamente femminili. Rappresentano la bellezza della natura, e come tali sono ritenute il must dell’eleganza dell’intero giardino. Simbolicamente rappresentano la pazienza e l’effimero della bellezza della natura. (La pazienza di Madre Natura che lavora intensamente per poter fiorire di una bellezza così fugace, estemporanea.)

Piante a foglia caduca: la caduca per eccellenza è la pianta sacra acero. L’acero cresce lentamente e, in autunno, la caduta delle foglie d’acero è considerato dai giapponesi quasi fosse un evento religioso. (Per superstizione, un’usanza giapponese consiglia di non raccogliere ne’ di spazzare le foglie d’acero prima che sia caduta l’ultima foglia dall’albero.)

DIY: COME CREARE UN GIARDINO GIAPPONESE

Creare un giardino Zen è un ottimo modo per ridurre lo stress, migliorare la concentrazione e il senso generale di benessere. Come afferma la filosofia buddista, questo giardino racchiude in se’ i principi di naturalezza (Shizen), semplicità (Kanso) e austerità (Koko): in un certo senso avere cura di un giardino Zen significa prendersi cura di se stessi, come se il giardino fosse lo specchio della nostra interiorità e della nostra vita. Nel sesto secolo dopo Cristo, furono proprio i monaci buddisti Zen a ideare i primi progetti di questo giardino “terapeutico”, finalizzandolo a diventare il luogo ideale per la meditazione. Inizialmente infatti il giardino ospitava le esercitazioni dei monaci più giovani alle prese con l’apprendimento della meditazione e della concentrazione. In seguito divenne una vera e propria scuola all’aperto, dove i Maestri Zen spiegavano i principi e i concetti della filosofia buddista agli ospiti dei templi. Nonostante il design e la struttura dei giardini siano stati perfezionati nel corso degli anni, l’idea centrale è rimasta sempre la stessa. Riassumiamo in pochi step come ideare un perfetto giardino Zen:

I GIARDINI ZEN IN ITALIA

In Italia esistono diversi giardini Zen realizzati ad arte dai più famosi architetti giapponesi. Si possono ammirare presso importanti musei e università. I più significativi sono:

giardini giapponesi del MAO a Torino: si trovano all’interno del Museo Orientale di Torino. Si tratta di un giardino “verde” accostato ad uno “secco” – chiamato in giapponese Karenansui – privo di vegetazione, ma formato da sabbia e pietre. I giardini giapponesi del MAO si rifanno a uno degli aspetti del Giappone che da sempre affascina l’Occidente, il rapporto particolare con la natura, il senso di essere partecipi dei suoi ritmi e di contemplarne l’aspetto divino. Questa attenzione si trasforma quasi in una sorta di religione.

Giardino giapponese in stile Sen’en a Roma: questo giardino presenta ben 1453 metri quadrati di spazio. Nel giardino, il primo realizzato in Italia da un architetto giapponese, Ken Nakajima, compaiono tutti gli elementi essenziali e tradizionali del giardino di stile sen’en (giardino con laghetto), che ha raggiunto l’attuale splendore perfezionandosi attraverso i periodi Heian, Muromachi (XVI-XVII sec.) e Momoyama (fine XVII sec.): il laghetto, la cascata, le rocce, le piccole isole, il ponticello e la lampada di pietra, tôrô.

Giardino giapponese di Firenze: si trova al giardino delle Rose di Viale Poggi, creato dall’architetto Yasuo Kitayama nel 1998. Ora vive un periodo di rinascita e riqualificazione: è stato installato un ponticello e una copertura in legno smontabile dedicato alla cerimonia del tè. Per i Giapponesi, ogni cosa è abitata: la pietra, il muschio, ogni albero, foglia e fiore celano uno spirito. Il giardino Zen tenta di ricreare lo spazio vitale di questi spiriti con lo scopo di attirarli e di garantire il loro appagamento.

Beatrice Pallotta