LA PIANTA DIVENTATA MIMETICA PER SFUGGIRE ALL’UOMO

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L’articolo “Commercial harvesting has driven the evolution of camouflage in an alpine plant”, pubblicato di recente sul Current Biology, da Yang Niu e Hang Sun del Kunming Institute of Botany dell’Accademia cinese delle scienze, e da Martin Steven dell’Università di Exeter, illustra di come le piante di Fritillaria Delavayi si mimetizzino nelle aree in cui più vengono raccolte dagli esseri umani. Le Fritillaria che vivono lungo i pendii rocciosi delle montagne cinesi dell’Hengduan, negli ultimi anni hanno adottato un camouflage perfetto per confondersi tra le rocce, e riuscire così a sfuggire alla predazione umana. La Fritillaria Delavayi è un’erba perenne che produce un singolo fiore all’anno dopo il quinto anno di vita. I suoi bulbi vengono utilizzati in medicina cinese da oltre 2.000 anni, come prezioso e richiestissimo rimedio contro la tosse.

I ricercatori cinesi e britannici sono convinti che “Questo suggerisce che gli esseri umani ne stiano “guidando” l’evoluzione verso nuove forme di colore, perché le piante meglio mimetizzate hanno maggiori possibilità di sopravvivenza. E’ straordinario vedere come gli esseri umani possano avere un impatto così diretto e drammatico sulla colorazione degli organismi selvatici, non solo sulla loro sopravvivenza, ma sulla loro stessa evoluzione Molte piante sembrano usare il mimetismo per nascondersi dagli erbivori che potrebbero mangiarle, ma qui vediamo l’evoluzione del camuffamento in risposta ai raccoglitori umani. E’ possibile che gli esseri umani abbiano guidato l’evoluzione delle strategie difensive in altre specie vegetali.”

La nuova scoperta si aggiunge ad un elenco crescente di specie influenzate nell’evoluzione direttamente dall’essere umano. La Fritillaria Delavayi, che di norma è verde con fiore giallo, nelle zone di raccolta tradizionali si confonde alla perfezione con i sassi del posto; le sue foglie scure e l’inflorescenza grigia sembrano piccole rocce poggiate sul suolo, rendendole così meno individuabili.

Beatrice Pallotta

HANNO FATTO RIVIVERE LE PIANTE DI 32 MILA ANNI FA!

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Nonostante non sia ancora possibile rianimare un essere umano crio-conservato a lungo termine, i ricercatori sono riusciti a far riprendere vita a semi vegetali del periodo del Pleistocene. I frutti intatti di una pianta della specie Silene Stenophylla sono stati trovati congelati in Russia, nella Siberia nord orientale, durante una perforazione dei ghiacci. Dopo una manciata di tentativi, le piante ancestrali sono tornate a nuova vita…

Le piantine rianimate hanno ripreso a germogliare dopo un “letargo” durato 32 mila anni. I frutti delle Silene Stenophylla erano sepolti a 38 metri di profondità, sotto spesse lastre di ghiaccio, ad una temperatura di -7 °C. La scoperta è stata del tutto casuale. Le perforazioni erano finalizzate alla ricerca di circa 70 antiche tane di scoiattoli per motivi di studio. All’interno delle piccole cavità scavate dai roditori, per mettere da parte scorte di cibo e di altri piccoli materiali, c’erano anche i frutti della Silene. Probabilmente una serie di eventi meteorologici seppellì e congelò le casette sotterranee degli scoiattoli, in una specie di crio-imbalsamazione praticamente perfetta.

Fino ad oggi, gli esperimenti erano riusciti a recuperare una vita vegetale di “soli” 2000 di età, grazie ad un team scientifico russo guidato da Svetlana Yashina. Un record ampiamente battuto dalle nuove vite ancestrali rinate in questi giorni. Come ha dichiarato il paleontologo Grant Zazula, curatore dell’esperimento: “Questa scoperta aumenta incredibilmente la nostra comprensione della vitalità potenziale contenuta in una vita antichissima congelata.” Il procedimento scientifico si è basato sull’estrazione del DNA dai tessuti, perchè qualsiasi tentativo di far germogliare i semi era fallito durante i precedenti esperimenti. Le piantine inizialmente sembravano identiche a quelle ancora oggi presenti in natura. Ma una volta fiorite, hanno mostrato petali più lunghi e distanziati delle loro pro-nipoti moderne, nonché una capacità riproduttiva molto più spiccata.

Il successo dell’esperimento è stato ottenuto per una serie di ragioni. I frutti ancestrali contenevano molto saccarosio, che ha conservato le cellule. Inoltre la coltre di ghiaccio ha costituito un importante scudo protettivo contro le temibili radiazioni del luogo.

Beatrice Pallotta

SCOPERTA LA PIU’ GRANDE COLLEZIONE DI DIPINTI DI 12 MILA ANNI FA

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In una parte remota e selvaggia della foresta amazzonica colombiana, sono state ritrovate una serie di pitture antichissime, risalenti a migliaia di anni fa. Probabilmente si tratta di una scoperta davvero eccezionale: una collezione di almeno 12 pannelli di pittogrammi dipinti su rocce, raffiguranti esseri umani, piante, animali, impronte di mani, giochi e motivi geometrici, realizzati tra 12.600 e 11.800 anni fa! La più importante collezione di arte rupestre mai ritrovata, era nascosta nei pressi di Cerro Azul, sulla punta settentrionale dell’Amazzonia colombiana. I pannelli sono colorati di rosso acceso, e sono stati distribuiti lungo un territorio esteso per quasi 13 chilometri, fino al limite delle scogliere marine colombiane. I dipinti ci riportano alla vita dei nostri antenati, e al loro rapporto con gli animali quasi preistorici. In alcuni di essi, si vedono uomini che interagiscono persino con i mastodonti, elefanti primitivi scomparsi nel tempo. In realtà gli scavi archeologici erano iniziati già nel 2018, ma il ritrovamento è stato tenuto segreto fino ad oggi, per permettere alla rete televisiva UK Channel 4 di preparare in esclusiva un documentario, che sarà trasmesso nei prossimi giorni.

Certamente alcuni dipinti sono stati eseguiti mediante l’ausilio di scale speciali o simili, poichè posti molto in alto. Ci mostrano rappresentazioni di animali esistenti, come pipistrelli, scimmie, coccodrilli, cervi, tapiri, tartarughe, ricci, ma di grande rilevanza sono i disegni di animali estinti a causa dell’era glaciale, come mastodonti, bradipi giganti, camelidi e ungulati a tre dita (della famiglia dei rinoceronti e dei tapiri). Le pitture offrono inoltre una preziosa testimonianza di come vivessero gli esseri umani in un’epoca così lontana. Al riguardo, l’archeologo dottor Robinson ha dichiarato: “E’ davvero incredibile pensare che cacciassero erbivori giganti, di cui alcuni delle dimensioni di una automobile!

Gli scavi sono stati approfonditi ed accurati. Intorno ai dipinti, c’erano diversi rifugi/abitazioni in pietra. “Ossa e tracce di piante ci hanno mostrato che queste comunità fossero essenzialmente di cacciatori-raccoglitori. Si nutrivano di palme e frutti di alberi, oltre che di serpenti, rane, capibara, armadilli e paca. Però erano capaci anche di catturare in acqua pesci piranha e coccodrilli per cibarsene.” ha rivelato inoltre il dottor Robinson in uno studio pubblicato su Quaternary International. Queste pitture sono una testimonianza spettacolare di come gli esseri umani siano sopravvissuti e si siano evoluti, nonostante le enormi difficoltà climatiche ed ambientali.

Beatrice Pallotta

TROVATE LE PROVE DEL CONSUMO TRIBALE DI ALLUCINOGENI

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Sebbene fosse noto che l’Homo sapiens abbia consumato droghe di vario genere fin dalla preistoria, si pensava che l’assunzione di allucinogeni fosse prerogativa esclusiva degli sciamani per i loro “viaggi solitari” in altre dimensioni. Ma uno studio accurato di una grotta in California, ha dimostrato che il consumo di droghe fosse invece anche collettivo, e che alcuni rifugi rocciosi servissero per ospitare esperienze di trance di gruppo. La grotta Pinwheel californiana infatti è affrescata da diverse opere di arte rupestre che riproducono immagini stilizzate del fiore Datura wrightii, fortemente allucinogeno, e nel suo soffitto i ricercatori hanno trovato fasci fibrosi masticabili imbevuti di estratti del fiore Datura. La grotta era inserita nel territorio storico della tribù pellerossa Chumash almeno dal 1600, e fu teatro di riti di varia natura fino alla fine dell’Ottocento.

Nella mitologia Chumas, la pianta Datura è personificata come una “nonna soprannaturale” di nome Momoy. Il fiore, noto anche come Tromba d’angelo, si attorciglia come una girandola per tutta la durata del giorno, ma si apre per l’impollinazione solamente all’alba e al tramonto. I dipinti nella grotta Pinwheel rappresentano sia la Datura che il suo impollinatore principale, la “Falena falena”, nel suo stadio larvale. Gli studiosi sono sicuri che i disegni pellerossa servissero come “catalizzatori visivi per esperienze comuni” e per indicare che la grotta fosse il luogo dove consumare in gruppo le sostanze psicoattive vegetali.

Gli storici ritengono che la Datura venisse usata per “ottenere il potere soprannaturale di medicare, per neutralizzare eventi soprannaturali negativi, per allontanare i fantasmi e per vedere il futuro o trovare oggetti smarriti, ma, soprattutto, come medicina per una varietà di malattie”. Veniva inoltre posta in un tè chiamato toloache per le cerimonie di iniziazione all’età adulta dei ragazzi.

Le recenti scoperte sulla grotta Pinwheel sono riportate nel Proceedings of the National Academy of Sciences, che le evidenzia dettagliatamente.

Beatrice Pallotta

IL GARDENING D’INVERNO: FIORI DEL NORD E PIANTE RUSTICHE

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Durante questo periodo dell’anno, la natura vive in un sonno apparente. Nonostante l’incalzare di freddo, gelate e nevicate, il mondo dei vegetali è sempre in fervente attività. Chi ama il gardening infatti, anche nei mesi invernali ha sempre un gran da fare, sia per sistemare al meglio le piante più freddolose riparandole dalle avversità climatiche, e sia per abbellire balconi e giardini delle piante più fashion del momento. L’aria frizzante e cristallina ben accoglie alcuni piacevolissimi lavori da svolgere all’aperto, come sfoltire, impiantare bulbi, preparare le rose, seminare prelibatezze gastronomiche. A dispetto delle previsioni meteo, il gardening moderno ci spinge ad esplorare nuove esperienze decorative, suggerendo composizioni ed accostamenti tra piante “nordiche” e quelle più rustiche e resistenti al freddo, in grado di rendere vitali e suggestivi i nostri spazi outdoor anche durante la stagione invernale.

SOTTO IL CIELO DI UN LUNGO INVERNO

Il giardinaggio di questo periodo di apparente letargo vegetativo, prevede una serie di operazioni molto importanti, finalizzate a promuovere le germinazioni e le nuove nascite delle piante primaverili. Ecco tutti gli steps da seguire:

la semina E’ tempo di seminare, meglio se durante la luna crescente, i fiori di calendula, zinnia, viola, violaciocca, margherita. Protetti al coperto invece si piantano i semi di begonia, cineraria, garofano, petunia e di tutte le piante annuali.

I trapianti
In gennaio e febbraio si trapiantano le piante ad alta fusto, gli arbusti, la camelia, skimmia, rododendro e l’azalea.

Le talee
Approfittando sempre della luna crescente, si mettono a radicare le talee di gerani, crisantemi, garofani, salvia, verbena, lavanda, rosmarino, eliotropo, phylca ericoides, margherite.

Le potature
E’ il momento di potare le rose e le siepi. Le rose, non appena le gemme appaiono gonfie; le siepi invece, prima che appaiano i germogli. Si eliminano i rami morti e quelli troppo sottili.

Smuovere la terra
Una vigorosa vangatura della terra piena e di quella di fioriere e contenitori, renderà più accogliente l’ambiente a semi e giovani piantine. Quando possibile, è sempre meglio lasciare un velo di pacciamatura naturale sul terriccio, come protezione e nutrimento.

ED ORA PIANTIAMO LE ROSE!

Un’attività importante del gardening tardo-invernale è quella di piantare in terra piena o in vaso le nuove piantine di rose. Le rose sono coltivate sin dai tempi antichi in tutto il mondo. La rosa ha incantato e ispirato artisti, poeti e scrittori, diventando il simbolo dell’amore e delle grandi passioni. Si contano più di 150 specie diverse del fiore, differenti tra loro per forme, sfumature cromatiche e profumazioni. Le principali famiglie sono: le rose botaniche, le rose antiche, le rose moderne, le rose rampicanti, le rose in miniatura e a cespuglio. La stagione tardo autunnale/invernale è la migliore per impiantare le giovani rose. E’ buona regola non sistemarle in terriccio troppo umido o gelato, o inzuppato dalla pioggia. Il terreno dovrà invece essere soffice e leggero, ed esposto in zona soleggiata. Una volta scelte terra e posizione si dovrà:

–fornirsi di strumenti per scavare;

–realizzare una buca profonda almeno 40 cm e larga altrettanto: le radici delle rose si espandono molto, per questo motivo hanno bisogno di parecchio spazio;

–sul fondo porre prima uno strato di sassi e ghiaia per prevenire i ristagni d’acqua;

–sullo strato drenante gettare terriccio naturale;

–a questo punto si adagiano dolcemente le radici della piantina, circondandole di altro terra;

–compattare il tutto con cura e delicatezza;

–innaffiare con generosità. Successivamente dissetare la pianta, senza mai esagerare.

Ora la rosa è pronta per prosperare e per regalarci in primavera i suoi splendidi fiori!

UNA ROSA DA FREDDO

Esistono anche rose che fioriscono in inverno, si tratta delle “sempreverdi” ed hanno origini antichissime. Tra queste ricordiamo:

Rosa Banksiae: è priva di spine. È resistente, velocissima nella crescita. Con fioritura molto abbondante;
Rosa “Alberic Barbier: una rosa antica, del 1900;
Rosa “Felicitè et Perpetue: molto bella, ma abbastanza delicata.

IL GARDENING AMA L’ALTA QUOTA!

Una volta sistemati a dimora i vegetali più sensibili alla gelate e al vento, e preparate le varie semine, i bulbi e le talee, ci si può dedicare con crescente entusiasmo alla scelta delle piante decorative invernali. La natura anche qui è prodiga di bellezza e di poesia: tutte le fioriture invernali offrono un grande spettacolo, all’insegna dell’eleganza e del fascino più glamour! Sono straordinarie ed imperdibili le fioriture di:

Camellia Sasanqua: sempreverde, può fiorire dal bianco, al rosa, al rosso;Gelsomino d’inverno: a fine inverno esplode in cascate di fiori gialli a forma di stella;
Elleboro: Helleborus Niger dai fiori bianchi che sbocciano verso il Capodanno;
Bucaneve
: si tratta di una bulbosa perenne dai fiori splendidamente candidi;
Prunus Subhirtella “Autumnalis”: si distingue per una fioritura durevole, che inizia in autunno per continuare copiosamente per tutto l’inverno.

La Stella di Natale: anche le Stelle di Natale si rivelano un’ottima soluzione per avere un balcone verde e colorato tutto l’anno. Infatti questa pianta può durare anche diversi anni e rifiorisce, o meglio mette nuove foglie, a ogni settembre. Dopo la fioritura va tagliata 5-6 centimetri dal colletto e si lascia coperta, anche all’esterno. Teme il caldo, quindi è bene coprirla d’estate. A settembre farà nuove foglie colorate. Può raggiungere anche dimensioni ragguardevoli, visto che ogni anno raddoppia e può vivere anche dieci anni. Occorre però verificare che la pianta sia sana e che non abbia le radici legate.

Molto decorative ed eleganti inoltre sono le piante da bacca e da frutto. Le più belle e semplici da coltivare sono:

Tasso: con piccole bacche rosse non commestibili, anzi, tossiche!
Cotoneaster: è disponibile in tre varietà diverse; Callicarpa: una pianta dalle bacche viola-intenso;
Poncirus: o “arancio amaro”, dai frutti sferici, di colore giallo e dalla superficie vellutata;
Meli da fiore: meravigliosi mignon con frutti piccolissimi rossi, arancio, giallo, ma non commestibili.
Symphoricarpos: hanno bacche appariscenti che, secondo le varietà, possono essere bianche, rosa o lillà.
Sorbo: con bacche rosse o bianche.

Dulcis in fundo, il giardino d’inverno può emanare profumi di essenze floreali e di oli essenziali quasi fosse…primavera! Le piante “nordiche”dalle migliori fragranze sono:

Calicanto d’inverno: dal profumo dolce ed intrigante;
Lonicera fragrantissima: con piccoli fiori bianchi al profumo di limone;
Edgeworthia Chrysantha: fiori gialli ed odore penetrante.

L’ORTO

In questo mese dell’anno le temperature sono rigide, ma se il terreno non è gelato, è possibile procedere alla semina o ai trapianti di piante utili e gustose. In caso di grande freddo, o come strumento preventivo, si utilizza un semenzaio, ossia un piccolo ambiente protetto dove far sviluppare i semi di tutti i tipi di piante. A differenza della serra, questa piccola struttura si riscalda naturalmente alla luce solare. Gennaio è il mese ideale per la semina di ortaggi e verdure, ma anche per migliorare la qualità del terreno, rendendolo più fertile e vitale con vangature e integratori naturali. Le piante perfette per questo periodo dell’anno sono sicuramente gli ortaggi e le verdure, come l’aglio, la cipolla, gli asparagi, i piselli, le carote, le melanzane, gli spinaci. Per quanto riguarda il raccolto, gennaio è il mese giusto per cogliere le delizie dei cavoli e delle bietole, del sedano e del radicchio, dei ravanelli e degli spinaci. Un posto d’onore spetta agli alberi e alberelli da frutto, mele, pere, arance, mandarini, e ad alcune preziose erbe aromatiche che si raccolgono a gennaio, come rosmarino, salvia, alloro, origano e timo.

COME COLTIVARE L’AGLIO

L’aglio non passa mai di moda in cucina, anzi! Coltivarlo non è difficile, e da’ soddisfazione e grandi risultati. Si tratta di una pianta rustica che si può coltivare in qualsiasi terreno, purché non troppo umido e abbastanza soffice. Come semenza si utilizzano gli stessi spicchi impiegati in cucina, scegliendo quelli di maggiori dimensioni, situati nella parte più esterna del bulbo.
Le varietà più adatte per un orto domestico sono: l’aglio bianco (indicato per le piantagioni effettuate tra dicembre e marzo) e l’aglio rosa (più adatto ad essere piantato tra ottobre e dicembre).
Onde evitare il rischio di marciumi, che soprattutto nei primi stadi di sviluppo dei bulbilli possono essere di estrema gravità, è necessario che le piante abbiano il tempo di radicare ed emettere il germoglio prima dell’arrivo dei primi geli. Nei terreni molto argillosi o nelle zone a clima umido è meglio rimandare la piantagione a fine inverno.

UNO SPICCHIO NELLA TERRA

Una volta preparata l’aiuola, con una buona lavorazione a 10-20 cm di profondità, si interrano gli spicchi o bulbilli, lasciandone affiorare la punta. (In genere si lascia una distanza di 40 cm tra i filari e di circa 6-7 cm tra un bulbillo e l’altro.)
Per quanto riguarda la concimazione, l’aglio ama l’integrazione di terricci grassi, che favoriscono l’integrità dei bulbi. I bulbi d’aglio saranno pronti dopo 5-6 mesi dalla loro semina. Un buon trucco per capire quando raccoglierli è osservare il gambo, quando questo si piega e si svuota è il momento giusto per estrarli dal terreno e farli essiccare per qualche giorno al sole. L’aglio si abbina bene a sedano, insalate, ravanelli, carote e cavoli, in “consociazione nell’orto”. Non ripiantarlo mai nella stessa zona. La pianta dell’aglio produce dei fiori splendidi, che fioriscono durante l’estate. Essi succhiano energie a tutta la pianta, ed è bene eliminarli se si vogliono ottenere nuovi bulbi in salute.

Beatrice Pallotta

Quando gli alberi parlano: la rete internet delle piante

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Le piante non solo sono intelligenti, ma hanno strategie evolutive efficaci e durature. La loro vita è completamente autosufficiente e sanno come produrre più energia di quanta ne consumino. In più, come dal risultato di studi d’avanguardia discussi in tutto il mondo, le piante possiedono la capacità di comunicare tra di loro. Tra gli alberi in particolare esiste un continuo dialogo, una forma di comunicazione inter-organismi, che avviene molto più spesso di quanto si possa supporre. Ma che cosa avranno tanto da raccontarsi gli alberi l’uno all’altro?

Le piante sono organismi sessili, cioè con radici. L’immobilità ha stimolato strategie di sopravvivenza basate sulla resistenza alle avversità e sulla capacità di captare in largo anticipo un pericolo in arrivo. Inoltre, una vasta rete aggrovigliata di radici di funghi simili ad una fitta peluria, consente agli alberi di comunicare messaggi importanti ad altri membri della loro specie e specie affini, in modo che una foresta, un bosco, o un parco, si comportino come “un singolo organismo”. Sugli specifici studi scientifici è riportato: “Come se fosse una rete internet, la Wood Wide Web o rete di comunicazione tra alberi, è complessa e strutturata. I collegamenti tra le radici degli alberi sono resi possibili da un’infinità di batteri, funghi e microrganismi che permettono, anche a grandi distanze, lo scambio di nutrienti quali carbonio, azoto, zuccheri e acqua, ma anche di informazioni come la minaccia di attacchi di parassiti, e contribuiscono ad azioni complesse come le cure parentali e il riconoscimento della “prole”. Alcuni tipi di funghi, sono in grado di sviluppare nel sottosuolo una rete di 100 km di collegamenti nello spazio che un uomo compie in un solo passo. Sono le piante di maggiori dimensioni – per questo detti “alberi hub” o “alberi madre” – a fungere da snodi che mantengono un numero molto elevato di connessioni tra individui di specie diverse.”

WOOD WIDE WEB: NON SOLO RADICI

Le piante hanno anche altre risorse per comunicare tra loro, soprattutto per lanciare segnali di pericolo. I mezzi utilizzati sono di due tipi: impulsi elettromagnetici e messaggeri ormonali. Le radici vengono attraversate da una corrente di energia di ioni idrogeno, che crea un campo elettrico: ogni sua variazione è avvertita dalle radici delle piante vicine come informazione. Ma i vegetali comunicano anche per via aerea: alcune specie, se subiscono un danno, rilasciano nell’aria l’acido jasmonico, una sostanza volatile che è in grado di far scattare le difese anche nei vicini, non appena la captano nell’aria.

SALVIAMO GLI ALBERI DI TUTTO IL MONDO!

Oltre un decennio fa, la professoressa di ecologia Suzanne Simard già descriveva in diverse pubblicazioni il fenomeno del “dialogo tra gli alberi”. Per garantire la sopravvivenza dei nostri amici alberi e di tutto l’ecosistema, la Simard suggerisce quattro semplici soluzioni:

Frequentare di più boschi, parchi, giardini e foreste: questo di per sé ci ricorderà quanto siamo interdipendenti da questo ecosistema.

Salvare le vecchie foreste e rispettarle come depositarie di geni, alberi madri e reti di micelio

Salvare sempre gli alberi più adulti, in modo che possano trasmettere informazioni importanti alla generazione successiva.

Rigenerare le zone tagliate con diverse specie autoctone

Beatrice Pallotta

UNIVERSO E CERVELLO SI SOMIGLIANO

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In un recente studio – pubblicato da Frontiers of Physics – i ricercatori italiani Franco Vazza, astrofisico, e il neurochirurgo Alberto Feletti, affermano che esistono delle forti somiglianze strutturali tra l’universo e il cervello umano. Nonostante l’enorme differenza di scala dei due sistemi (oltre 27 ordini di grandezza), i risultati della singolare ricerca “cosmo-neurale” italiana indicano che processi fisici diversi generano strutture sorprendentemente simili.

RETI DI ENERGIA

Le funzioni del cervello umano sono determinate dalla vasta rete dei neuroni, che si stima siano circa 69 miliardi. L’Universo visibile è invece segnato da una “rete cosmica” (cosmic web) di almeno 100 miliardi di galassie. In entrambi i casi, però, galassie e neuroni occupano solo una piccola frazione della massa dei due sistemi: meno del 30%. In entrambi i casi, galassie e neuroni si organizzano in lunghi filamenti, o nodi tra filamenti. E in entrambi i casi, circa il 70% della distribuzione di massa o energia dei due sistemi è formata da componenti che hanno un ruolo apparentemente passivo: acqua nel caso del cervello, energia oscura per l’Universo osservabile.

COSMI DI NEURONI E DI STELLE

Lo studio si è avviato mettendo a confronto le fluttuazioni di materia tra una rete di galassie e sezioni di corteccia cerebrale. Spiega Franco Vazza: “Questo tipo di confronto comincia perché eravamo colpiti dalle somiglianze visive tra il cosmic web e le sezioni del cervello umano ad una certa risoluzione. A quel punto abbiamo provato a ottenere campioni nel modo più omogeneo possibile – nel caso del cosmic web usando delle simulazioni, nel caso del cervello dei vetrini istologici, che erano già stati prodotti indipendentemente, per normali analisi di laboratorio, presso l’Ospedale di Modena – e abbiamo utilizzato dei metodi, soprattutto presi dalla cosmologia, per analizzare se queste somiglianze visive erano rispecchiate da statistiche più accurate. Per entrambi i sistemi abbiamo calcolato lo spettro di potenza: una tecnica standard usata in cosmologia per studiare la distribuzione spaziale delle galassie. Da questa analisi è emerso che la distribuzione delle fluttuazioni nella rete neuronale nel cervelletto, su scale da 1 micrometro fino a 0,1 millimetri, ha lo stesso andamento della distribuzione di materia nel cosmic web, su scale che però vanno da 5 milioni di anni luce fino a 500 milioni di anni luce. ” Supponendo che il cosmo e il cervello siano in grado di contenere lo stesso volume di informazioni, molto ancora resta da approfondire. E’ il caso della velocità con cui le informazioni viaggiano da un punto all’altro, che nel sistema neurale si processano in tempi fulminei, frazioni di secondo, mentre nell’universo il tempo impiegato dalla luce, o dalla gravità, frena di molto il propagarsi delle onde cosmiche.

MISTERIOSE AFFINITA’ DA INDAGARE

Un altro punto in comune tra il cosmo e il cervello sta nel numero medio di connessioni per nodo e la tendenza a raggruppare molte connessioni in grossi punti centrali all’interno della rete. Secondo Alberto Feletti: “Anche in questo caso, i parametri strutturali mostrano un inaspettato livello di accordo: probabilmente la connettività delle due reti evolve secondo principi fisici simili, nonostante le forze fisiche che regolano le interazioni tra galassie e neuroni siano ovviamente del tutto diverse. C’è una maggiore somiglianza tra la struttura di queste due reti complesse che tra la rete cosmica e una singola galassia, oppure tra la rete neuronale e l’interno di un corpo neuronale”.

Lo studio è stato pubblicato su Frontiers of Physics con il titolo “The quantitative comparison between the neuronal network and the cosmic web”. Gli autori sono Franco Vazza, del Dipartimento di Fisica e Astronomia dell’Università di Bologna, e Alberto Feletti, del Dipartimento di Neuroscienze, Biomedicina e Movimento dell’Università di Verona.

A cura di Beatrice Pallotta

Arthur C. Clarke riposerà sulla Luna per sempre

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Ormai è certo: le ceneri del più grande scrittore di fantascienza Arthur C. Clarke stanno per volare sulla Luna, a bordo del volo spaziale commemorativo Lander Peregrine Mission One. Il prossimo luglio del 2021, Clarke verrà tumulato in una pianura lavica basaltica nota come Lacus Mortis: il Lago della Morte. Le sepolture lunari si sono attivate nel 1998, con quella del dottor Eugene Shoemaker, lo scopritore della cometa Shoemaker-Levy 9, di sua moglie, la dottoressa Carolyn Shoemaker e di David H. Levy. Insieme a Clarke, verranno depositate le ceneri di altre 60 persone.

Arthur C. Clarke è universalmente riconosciuto come il più grande scrittore di fantascienza di tutti i tempi. Si mette in luce durante la seconda guerra mondiale, quando pubblica un articolo scientifico in cui delinea la teoria delle comunicazioni satellitari che sarà alla base del successivo sviluppo di questa rivoluzionaria tecnologia. Nel frattempo, però, decide di coltivare la sua grande passione per la narrativa e comincia a pubblicare racconti di fantascienza, incentrati in particolare sull’analisi delle conseguenze del progresso scientifico sul futuro dell’uomo.

Il successo mondiale arriva con 2001: Odissea nello spazio (scritto in contemporanea alla stesura della sceneggiatura del film diretto da Stanley Kubrick), cui faranno seguito 2010: Odissea due, 2061: Odissea tre e 3001: Odissea finale. I suoi numerosi romanzi hanno vinto tutti i premi più prestigiosi riservati alle opere di fantascienza e lui stesso è stato insignito di numerose onorificenze, tra cui, nel 1998, quella di baronetto. Clarke è venuto a mancare nel 2008.

Beatrice Pallotta

Come il Coranavirus ci ruba i sogni

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Il drammatico cambiamento che il Covid 19 sta imponendo alla routine quotidiana, influenza anche la qualità del sonno e dei sogni. Secondo i sondaggi dell’Università britannica King’s College di Londra, più del 60% delle persone intervistate ha dichiarato di dormire parecchio durante le varie quarantene, ma soprattutto di sognare “cose brutte” molto più del solito. Le notti da Covid quindi sembrano essere dense di incubi, fantasmi, visioni oniriche terrificanti, che tendono a non svanire nemmeno al risveglio…

Ma come funziona il sonno?

Il sonno può essere suddiviso in due fasi principali, NON REM e REM.

Il NON REM è la prima, lunga fase di sonno profondo assolutamente rigenerativa, con attività mentale ridottissima e rilascio di ormoni benefici per la salute psico-fisica. La fase REM invece è breve ed intensa. Verso il risveglio mentale ed il recupero emotivo, il cervello inizia a sognare, attingendo spunti, simboli, fantasie inconsce, da ciò che viviamo tutti i giorni. Generalmente i sogni raccontano “come” affrontiamo i nostri problemi a livello emotivo ed inconscio, hanno la funzione di rielaborare i ricordi in una sorta di “terapia” notturna. Durante una pandemia quindi, essendo costretti ad isolarsi, e a nutrire più o meno consapevolmente la paura di aver contatti sociali, sognare di essere naufragati su un’isola deserta, o di non trovare più la strada di casa, o di essere ammalati ad esempio, è fin troppo normale.

La pandemia di notte

Se è vero che durante la quarantena si dorma di più, la normale vita moderna è una vera epidemia di mancanza di sonno e di sogni. Più si dorme e più la fase REM è efficace. “La mancanza di orari di lavoro può consentire alle persone di svegliarsi senza sveglia – affermano i ricercatori inglesi –Come è noto, i risvegli naturali si traducono in sogni più lunghi.“Allo stesso tempo, l’ansia sottostante può disturbare il nostro sonno, interrompendolo con più risvegli. Quando si interrompe bruscamente la fase REM, è probabile che i sogni restino vividi e si ricordino facilmente. “Più diventiamo ansiosi, più realistiche diventano le immagini dei sogni. Dopo l’11 settembre, molti newyorkesi hanno riferito di sognare di essere travolti da un maremoto o di essere stati attaccati e derubati“.

La vita quotidiana e il significato dei sogni si studia in Italia

Neuroscienze e psicologia definiscono il sonno come “ipotesi di continuità del sogno”, come se l’attività onirica fosse una continuazione della vita di tutti i giorni.

È quanto afferma ad esempio un nuovo studio italiano, condotto dall’informatico Alessandro Fogli e l’Università Roma Tre, che sta rilevando la reciproca influenza della realtà sul sogno e viceversa.

In questo nuovo studio, Fogli e il suo team hanno elaborato un nuovo modo per automatizzare questo compito: tracciare i sogni delle persone su larga scala, analizzando così i contenuti di oltre 24.000 sogni, il Dream Bank. Nel data base vengono inseriti report dettagliati di personaggi, interazioni sociali, simboli e parole emotive, di ogni singolo sogno, la sua trama onirica: chi era presente, quali azioni sono state intraprese e quali emozioni sono state espresse. I ricercatori hanno trovato importanti prove a sostegno dell’ipotesi di continuità.

I risultati sono stati pubblicati sulla Royal Society Open Science. Altre informazioni su Science Alert.

Beatrice Pallotta

SVELATO IL MISTERO DELLE MUMMIE “ITALIANE”

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Nell’anno 1615, il compositore italiano Pietro Della Valle (1586-1652 ) durante un pellegrinaggio in Terra Santa, si procurò tre mummie dalla necropoli di Saqqara, in Egitto, e le portò a Roma. In seguito, nel corso dei secoli, gli antichi corpi egizi passarono tra le mani dei più disparati proprietari di tutta Europa, fino ad approdare in Germania ed essere analizzati, per la prima volta, nel 1980 ai raggi-X. Ma solo nei giorni scorsi, la tecnologia ha scoperto i primi segreti racchiusi in questi corpi antichissimi. Grazie ad un team di scienziati guidati da Stephanie Zesch, antropologa ed egittologa del German Mummy Project, le tre mummie si sono rilevate appartenere ad un uomo, una donna e una adolescente dalla fine del periodo romano d’Egitto (30 a.C. – 395 d.C.).

Identità preservate dalla fortuna

Ogni mummia è importante, poiché ognuna ha la sua storia da raccontare. In particolare le “mummie con ritratti e ornamenti di stucco” possono descrivere alla perfezione volti, abbigliamento e abitudini delle persone a cui appartennero. Si tratta infatti di mummie personalizzate da ritratti in pittura, resi ancora più preziosi da decorazioni in oro e pietre preziose.

Purtroppo le “mummie con ritratti” sono molto rare, a causa dello scempio eseguito a loro danno in Europa durante il Medioevo. All’inizio del Rinascimento infatti, buona parte della cultura scientifica europea, incluse la conoscenza astronomica, la navigazione, la polvere da sparo, la bussola, la medicina, era attinta dalle biblioteche arabe. Per un errore di traduzione di un testo di medicina medio-orientale, i corpi delle mummie vennero usati per preparare rimedi e soluzioni per scopi curativi. (I corpi mummificati venivano schiacciati, ridotti a poltiglia e propinati come medicamento.) Un errore fatale ed irrimediabile, che portò alla distruzione di una grande porzione del patrimonio storico dell’antico Egitto.

La tomografia e le conclusioni

Gli egittologi moderni hanno sottoposto le mummie del musicista Della Valle a tomografia, da cui è emerso che:

le mummie risalgono all’epoca romana dell’Egitto, fra il 30 a.C. e il 395 a.C. Nello specifico, i tre corpi al momento del decesso avevano:

  • Tra i 30 e 40 anni la donna (alta 151 centimetri)
  • Tra i 25 e 30 anni l’uomo (alto 164 centimetri)
  • Tra i 17 e 19 anni la ragazza (alta 156 centimetri)

Stephanie Zesch ha sottolineato che : “E’ probabile che a nessuna di queste mummie siano stato rimossi il cervello e gli organi interni. Siamo sicuri che i loro corpi si siano preservati e siano riusciti a sopravvivere fino a oggi grazie a una semplice tecnica di disidratazione, dove si utilizzava il natron (un particolare tipo sale)”.

Inoltre, gli studi hanno messo in luce che la donna adulta soffriva di artrite, nonostante fosse relativamente giovane, mentre la ragazza adolescente aveva un tumore spinale benigno. Ancora non sono chiari i motivi del loro decesso.

Beatrice Pallotta

MEGLIO PIANTARE O SEMINARE?

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Chi semina, raccoglie. Chi semina partecipa in prima persona allo sviluppo dei tesori che ci regala la terra, un’emozione autentica e profonda, fonte di gioia e di una grande soddisfazione personale! Seminare è semplice: bastano pochi gesti antichi quanto l’uomo, per avviare la pratica più importante del giardinaggio. Nessun pollice verde può ritenersi tale se non sa seminare! Seminare significa inoltre seguire le piante per tutta la durata della loro vita, dalla nascita alla raccolta, rafforzando una conoscenza e un’amicizia preziose per la loro vitalità.

PRENDI LA LUNA GIUSTA!

Ogni pianta ha le sue specifiche esigenze anche quando si tratta del suo “nucleo”, cioè il seme. Per questo motivo i coltivatori alle prime armi dovranno far pratica inizialmente con poche semenze facili da coltivare, come quelle dei Pomodori e delle Calendule, ad esempio, oppure di Basilico, Zinnia, Nasturzio e Cosmo. Con la luce giusta e alcune attrezzature di base, è davvero semplicissimo avviare la germinazione e lo sviluppo di diversi e promettenti semi. In agricoltura si seguono per tradizione le fasi lunari per determinare i migliori periodi di semina, raccolto, innesto e potatura. La Luna ci consiglia che la semina delle piantine che crescono sotto il terreno, come i tuberi, patate, carote e simili, avrà un buon esito se eseguita con l’astro calante, mentre quella dei “vegetali da superficie”, fiori e alberi compresi, va effettuata durante la fase di Luna Crescente. Dopo questa premessa, andiamo a scoprire come compiere, con pochi gesti ed accorgimenti, una semina perfetta e fruttuosa.

Step 1 Obbiettivo: avere le piantine già sufficientemente sviluppate quando sarà l’ora di metterle all’aria aperta. Le bustine di semi commerciali di solito riportano indicazioni precise in merito, come “Piantare da sei a otto settimane prima dell’ultima gelata”. Altre semenze invece giovano dell’aria naturale, come i Fagioli e i Papaveri che, se germogliati in casa, crescono troppo rapidamente.

Step 2 Trovare i contenitori adatti: vasi, fioriere, oggetti recycling, cartoni del latte, bicchieri di plastica, e tutto il repertorio del fai-da-te! Va bene ogni cosa, a condizione che possa contenere terriccio sufficiente per almeno 3 cm. di profondità e alcuni fori di drenaggio. Molto graziosi e pratici da spostare i vassoi da semi, in vendita negli esercizi specializzati. Si possono usare diverse volte.

Step 3 La scelta e la preparazione del terriccio deve assicurare alle piantine una crescita sana e libera da malattie e parassiti. Mai ri-usare la terra di altre piante, o attingere da quella dei giardini, perchè possono contenere agenti patogeni o semi di altre specie. Una miscela nuova e incontaminata è un’ottima piattaforma per la prosperità dei giovanissimi vegetali.

Step 4 In linea generale i semi piccolini si piantano in superficie, i più voluminosi invece dovranno essere spinti più in basso. La regola indica che il seme vada interrato per una profondità pari al doppio della sua lunghezza. E’ meglio sistemare più semi in ogni singolo alloggio, per poter scegliere il germoglio più forte, eliminando i più deboli. Per accelerare la germinazione, si coprono i contenitori con un velo di plastica, o una “cupola” che si adatti allo scopo, come fondi di bottiglie tagliate e simili. La copertura aiuta a mantenere umidi i semi prima che germinino, ma andrà eliminata ai primi accenni di verde fuori terra. Step 5

Man mano che le piantine crescono, il terriccio va mantenuto umido, ma non inzuppato! Meglio lasciare asciugare leggermente il terreno tra un’annaffiatura e l’altra. I più esperti coltivatori usano per qualche ora al giorno un ventilatore per una buona circolazione dell’aria, e per prevenire eventuali malattie. Step 6 Luce, luce, luce! Le piantine hanno bisogno di molta luce, innanzitutto. Meglio optare per la posizione più luminosa possibile, al sud sarebbe l’ideale. Davanti ad una finestra, si ruotano regolarmente i contenitori a favore di luce, per rinforzare i germogli. Se si preferisce l’illuminazione artificiale con lampade, si imposta il timer per h.15 al giorno e le restanti di notte simulata. Anche i germogli riposano… Step 7 Spostare le piantine all’aperto gradualmente, si devono abituare, sono esseri viventi! Passare dalla loro alcova protetta all’ambiente naturale, per molte giovani piantine è un vero trauma. La transizione verso i grandi spazi aperti è un momento delicato, e si procede piano piano. In termini tecnici questo processo si chiama “hardening off”, che significa “indurimento”. In una giornata mite, si inizia con 2-3 ore in un luogo riparato, proteggendo le piantine dal sole più forte, e da vento, pioggia e temperature rigide. Si aumenta l’esposizione esterna con poche ore aggiuntive alla volta, mentre di pari passo diminuisce la frequenza delle irrigazioni. In caso di intemperie, le piantine si riportano al chiuso, oppure si coprono con teli o coperte.

SEMI VS PIANTINE BABIES

La primavera in arrivo è una vera febbre che ispira i nuovi sogni del gardening attivo. E’ tempo di progetti, di pensare ad allestire i nostri ambienti con quel che c’è di meglio in natura. Ci aspetta infatti il periodo più bello e gratificante dell’anno, il cui buon esito inizia proprio adesso, durante il delicato passaggio di stagione. Ora è il momento giusto per rinnovare i nostri spazi verdi, esterni ed interni, di orti e di balconcini, con vegetali giovani, belli, scoppiettanti di vitalità. Ma perchè fa tendenza nel giardinaggio contemporaneo piantare i semi, preferendoli all’uso delle piantine-babies, quelle cioè già abbastanza grandi? Già, perchè è meglio iniziare dal seme? Ecco tutte le spiegazioni dettate dalla botanica e dal buon senso.

1) I semi garantiscono la migliore selezione. Piantandone numerosi, si scelgono tra loro i più prestanti, scartando i più deboli.

2) Seminare è facile, quasi un gioco da ragazzi! I semi infatti sono geneticamente programmati per germogliare. La parte difficile viene dopo…

3) E’ molto economico, come è giusto che sia.

4) I semi mitigano gli effetti delle allergie, perchè la semina avviene mentre ancora fa freddo e ci sono poche sostanze irritanti in circolo nell’aria.

5) Le piante ottenute da seme sono più gagliarde, crescono alla grande e molto velocemente, soprattutto quelle dell’orto.

LA BUSSOLA DEL GIARDINIERE

Il “pollice verde” è il risultato di tante osservazioni e di esperienze soggettive. Chi è all’inizio del percorso e ancora non ha tanta pratica nel giardinaggio, dovrebbe imparare a gestire intanto 3-5 piante al massimo, prima di tentare di trasformare il balcone in una vera giungla! Pochi esemplari verdi su cui concentrarsi, costituiscono la più esaudiente “scuola” di gardening attivo. Nella buona riuscita dei risultati la prima regola è considerare il clima in cui vivranno le nostre piante, tenendo presente che quelle autoctone, cioè native del nostro territorio, sono da favorire, perchè attecchiscono e prosperano senza difficoltà. Un altro aspetto determinante per la buona riuscita del nostro progettoverde, è quello di capire in quale posizione si trova la nostra “terra”da coltivare, e quindi la sua esposizione. Alcune piante amano vivere verso Nord, altre verso Ovest, altre ancora in zone ombreggiate. Balcone ad Est e Ovest Nei balconi rivolti ad Est e Ovest, molte piante crescono benissimo, come molte specie ornamentali, alcune verdure, frutta e le erbe aromatiche. Però in inverno i forti venti dell’Est possono causare dei seri danni, se i contenitori non saranno protetti adeguatamente dalle intemperie.

Balcone rivolto a Nord e Sud I balconi esposti al Nord in genere sono molto ombreggiati, risultano quindi più indicati per ospitare la vegetazione autoctona ad esempio, ma non si prestano come habitat ideale di numerose specie fiorite e delle fantastiche Succulente. Quelli posizionati al Sud invece sono l’ideale per tutte le piante “tropical”e quelle grasse. Bisogna tenere sempre presente che i vegetali sanno adattarsi e hanno molte risorse, come la resilienza, che permette a molti di loro di sopravvivere nonostante un’esposizione sbagliata. Certamente in questi casi le piante non daranno il meglio di se’, non fioriranno affatto o porteranno segni evidenti del loro disagio.

I SEMENZAI, CONSIGLI PER L’USO

Un seme germoglia su stimolazione di luce e di acqua. E’ un processo naturale che si induce attraverso tecniche e materiali diversi, secondo le circostanze. Il tradizionale soffice terriccio è il “nido”da seme che si sceglie con più frequenza, ma può essere sostituito da ovatta, garza, carta, o acqua come nell’idrocoltura. L’importante è garantire un’umidità costante, ma i batuffoli di cotone e le garze rischiano di invischiare le radici dei germogli, e la carta assorbente va idratata continuamente perchè si secca. La migliore “culla da seme” rimane sempre il terriccio, che farà germogliare piante più sane e longeve. Quando invece si decide di seminare direttamente all’aperto, nell’orto o in pieno campo, i semi si interrano in buchette, o “a spaglio”per poi rastrellare superficialmente. Dopo la semina, il terreno va inumidito con uno spruzzino e, per evitare dispersione dell’umidità, il semenzaio va coperto con plastica trasparente. I semenzai richiedono da 14 a 16 ore di luce diretta per consentire alle piantine di crescere belle e sane. Una volta germogliate si aspetterà che abbiano sviluppato almeno 3 foglie prima di essere spostate nella loro definitiva dimora.

Beatrice Pallotta

IN SVIZZERA IL DECRETO ANTI-SOLITUDINE DEL CRICETO

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Negare al tuo criceto domestico la compagnia di altri criceti potrebbe essere considerato un atto di crudeltà, soprattutto in Svizzera. In questo Paese infatti una legge sui diritti degli animali vieta esplicitamente di possedere in casa un solo piccolo roditore, per evitare che soffra di solitudine.

Nelle case degli svizzeri le “cavie” e i Porcellini d’India sono tra gli animali domestici più diffusi insieme a cani e gatti, e vengono trattati come veri membri della famiglia. Per questo motivo, si è ritenuto urgente il provvedimento anti-solitudine, che garantisce anche a questi animaletti diritti, tutele, e una vita sana e felice. La legge del governo svizzero sta sollevando curiosità e una serie di domande interessanti e pertinenti. Per esempio: cosa fare se il compagno del criceto muore o si da’ alla fuga? Niente paura, in Svizzera ci sono agenzie dove si possono prendere i roditori a noleggio e servizi di criceti-sitter, in caso di partenze.

La Svizzera ha introdotto molte regolamentazioni che proteggono i diritti degli animali, a partire dal 2008. Prima di vagliare il provvedimento anti-solitudine per i topolini domestici, una legge analoga ha garantito il diritto ad avere un compagno di vita al pesce rosso e a molte specie di uccelli. Un’altra ha imposto ai proprietari di un gatto, che questo possa almeno godere della vista di altri gatti dalla finestra!

(B.P.)

STORIA DEGLI ALTER EGO: LE PERSONALITA’-OMBRA DELL’ASTROLOGIA

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La maggior parte delle scienze mediche antiche e delle filosofie orientali ed occidentali, considera come fondamentali gli Elementi Terra, Acqua, Aria e Fuoco, a cui aggiungono talvolta un quinto Elemento, l’Etere o Spirito. Anche l’astrologia, che per gli Egizi ad esempio era uno strumento “diagnostico”oltre che interpretativo, è centrata sulle interazioni tra il cosmo, l’essere umano, gli Elementi, e i campi magnetici generati dalla Terra. Molti secoli prima dell’avvento della psicologia moderna, l’astrologia antica riuscì ad individuare all’interno della psiche umana l’esistenza di un Alter Ego nascosto, descrivendo con un anticipo storico di più di duemila anni, la teoria freudiana del “Perturbante”e dell’Alter Ego “Ombra” di C.G.Jung.

Gli astrologi ancestrali intuirono la presenza del gemello-ombra implicito in ogni personalità, partendo dall’osservazione delle direzioni dei punti cardinali e della loro opposizione. Ogni elemento corrisponde a una direzione: la Terra è in direzione Nord, l’Aria ad Est, il Fuoco a Sud e l’Acqua ad Ovest. (In oriente la filosofia del Tao si fonda sulla polarità Yin Yang dell’energia.) Il gemello-ombra del nostro segno zodiacale si trova quindi nella zona opposta, nell’Elemento frontale al punto cardinale di nascita e, come per la psicologia, fa parte della nostra natura e “costituzione”di nascita. Il nostro Shadow-Twin non va mai negato, ma abbracciato ed accolto come fonte di energia, equilibrio e consapevolezza.

OMBRA-DARK PER ARIETE, LEONE E SAGITTARIO

L’elemento chiave di questi segni è il fuoco, che genera calore e luce. In tutte le tradizioni, ermetiche, magiche o religiose, l’inizio della Creazione è iniziato dalla Scintilla della Vita, la fonte della Luce. Il fuoco rappresenta la vita stessa, la luce è uguale all’Esistenza. L’oscurità è dall’altra parte, è l’assenza di fuoco, l’eclissi della luce. L’Oscurità ci mostra la paura della non esistenza, della distruzione dell’Io, della morte. La natura ignea dei segni di Fuoco contiene in se’ il timore della propria fine e sparizione, del buio delle emozioni, della notte, del sonno. Dark suggerisce di allearsi con il buio, e di saper dominare il proprio fuoco interiore, trovando il coraggio di spegnerlo all’occorrenza. La paura esistenziale dell’Ombra si può manifestare con ansia, nervosismo, attacchi di collera e di violenza, insonnia.

IL CHAOS E’ L’ALTER EGO DI TORO, VERGINE, CAPRICORNO

L’elemento chiave di questi segni è la Terra. Per le persone-Terra “la vita richiede sempre uno sforzo” e cercano di costruire un futuro migliore con metodo e diligenza, sacrificandosi duramente se necessario. Il loro elemento ombra è il Caos, dove tutto invece è fuori controllo. Nell’aerea del Caos le pulsioni istintive, i desideri, l’energia primordiale delle passioni, emergono senza limiti, uscendo dalle maglie dell’educazione e della logica. Abbracciare l’ombra-Caos significa riconsiderare le parti di se’ negate perchè “troppo”istintive o fuori schema, dando spazio a desideri e piccole follie, anche se bizzarri ed apparentemente inutili. Il Caos è nemico di chi non crede in se stesso, e che quindi gioca sempre sul sicuro.

I SEGNI D’ARIA E L’OMBRA OBLIVION

L’Elemento chiave di Gemelli, Bilancia, e Aquario è l’Aria. L’Aria simboleggia la matrice energetica che respiriamo, con cui interagiamo quotidianamente. L’Aria è l’intelletto, ciò che ci rende umani, la nostra logica e i nostri pensieri. È ciò che ci ha fatto progredire, è Mente sulla materia. Questo Elemento suggerisce che sono i nostri pensieri, i nostri ricordi, le nostre esperienze. a renderci ciò che siamo. L’Aria esprime il potere della mente e il suo rovescio è Oblivion, il regno della rimozione della memoria, l’oblio della rimembranza. Per i segni d’aria dunque potrebbe essere importante liberarsi dai protocolli mentali, accettando la possibilità di reagire liberamente, senza pre-giudizi imposti da esperienze passate. Solo liberando la mente nell’oblio si può raggiungere il proprio reale potenziale. Oblivion insegna a lasciare andare via il passato.

VOID, IL VUOTO, E’ NEI SEGNI D’ACQUA

Cancro, Scorpione e Pesci sono i segni zodiacali dominati dall’Acqua. L’oceano, i mari, i fiumi e i laghi, formano un corpo comune composto da acqua: nell’alchimia, l’acqua simboleggia infatti l’empatia. L’acqua è l’origine della vita, ed è questa la chiave di comprensione dell’anima di questo gruppo di segni astrologici, legati per sempre a quello che hanno provato immersi nei fluidi dell’utero materno e ai primi istanti della loro vita. Sono personalità facilmente succubi delle loro emozioni, paure, sogni, speranze, delusioni. Sebbene i sentimenti siano collegati direttamente con il Corpo Astrale e le energie sottili, rischiano di avvelenare l’esistenza quando diventano dominanti. L’alter Ego degli individui Acqua è Void, il Vuoto assoluto, dove niente reagisce e le emozioni non possono generare effetti a catena: nessuna luce, nessun potere. Riconoscere il gemello del Vuoto aumenta il controllo sulle emozioni, togliendo energia alla drammaticità tipica di chi “sente troppo” per eccesso di sensibilità, troppo spesso in preda ai vortici di tempeste emotive controproducenti, che finiscono per attirare come magneti nuove drammatiche esperienze.

A cura di Beatrice Pallotta

UN FIORE TRA LE SPINE

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Le succulente sono tra le piante più diffuse. Con o senza spine, le piantine grasse si prestano come gadget nei supermercati, e le vendite sono in crescita esponenziale. Le piantine mignon decorano, costano davvero poco e non muoiono mai, o quasi! Come riferiscono gli esperti fioristi: “Li comprano più i single che gli sposati. Gli uomini più che le donne. Comprano cactus anche i bambini, che senza dovere fare quasi nulla, li vedono crescere. Poi ci sono quelli che collezionano le piccole succulente come fossero francobolli, come Silvio Berlusconi per esempio, che esibisce in Sardegna i suoi esemplari più belli.” La variegata famiglia dei Cactus & Company in Natura comprende migliaia di specie diverse, e gran parte di queste fioriscono magnificamente. “Tenetele in balcone in estate – ci suggerisce il botanico Alberto Marvelli – e in casa in inverno. Nei mesi caldi: concime ogni 15 giorni e acqua tutte le settimane. Così fioriranno sicuramente anche nelle zone del nord.” Le succulente, così facili da coltivare e super resistenti, generano infiorescenze improvvise e sbalorditive, ma per ottenerle è importantissima la scelta giusta della “messa a dimora”e dell’esposizione. Una volta trapiantate in contenitori più grandi, andranno alloggiate in pieno sole e al riparo il più possibile dalle gelate, in un terreno ben drenato. Per favorire il drenaggio sarà opportuno utilizzare vasi piuttosto larghi e forati, inserendo alla base argilla espansa o ghiaia. (Consigliato: 1/3 di terriccio universale senza torba, 1/3 di pomice e 1/3 di sabbia di fiume.)

COMUNI, MA MAI BANALI

Le piante grasse da fiore si dividono fondamentalmente in tre grandi gruppi. Il primo comprende le Cactacee del deserto (dei generi Mammillaria, Echinocereus e Rebutia). I Cactus fioriscono in primavera e in estate, ma durante l’inverno soffrono in appartamenti troppo riscaldati: meglio tenerle alla larga dai termosifoni se si vogliono ottenere le loro infiorescenze. Il secondo gruppo è quello delle Succulente rampicanti, apprezzate per la fioritura spettacolare. Le più semplici da coltivare sono Lampranthus, Crassula e Ceropegia. Il terzo gruppo è formato dalle suggestive mignon. Sono nane, delicate e particolarmente esigenti, per cui non è semplicissimo vederle sbocciare. Tra queste sono celebri le Lithops o “pietre viventi”, e il genere Conophytum , con fiori autunnali gialli o rosa. La maggior parte delle piante che vivono all’esterno può stare anche in appartamento, ma con qualche accorgimento in più, posizionandole dunque in zone con tanta luce e aria. C’è solo un gruppo di piante grasse che predilige l’ombra: le Epifitiche, provenienti dalle foreste pluviali umide.

IL FASCINO DELL’INSOLITO: LA STAPELIA

Le piante grasse più rare, meno diffuse e più costose, sono l’Escobaria minima, l’Astrophytum asterias, l’Ariocarpus, l’Euphorbia ambovombensis o la Mammillaria pectinifera, o quelle che vivono in luoghi inaccessibili come il Discocatus, che prolifera tra le crepature delle rocce. Una pianta succulenta insolita che sta conquistando sempre più fans è la Stapelia. E’ costituita da fusti inizialmente eretti che, dopo pochi centimetri, incominciano via via a prostrarsi in basso. Il colore dei fusti varia dal verde chiaro fino al rossiccio o al grigio-violaceo a seconda delle specie, molto numerose, circa 43. Durante l’estate la pianta produce fiori veramente spettacolari, bellissimi, a forma di stella piatta e grandissimi: possono raggiungere anche 40 centimetri di diametro! I fiori si formano alla base nelle specie più grandi, mentre in quelle più piccole si trovano ad altezza variabile lungo i fusti. Il genere Stapelia è originario delle zone tropicali del Sud Africa in particolare di Botswana, Zimbabwe e Namibia, nelle zone più asciutte e nei terreni ben drenati. La specie più facilmente reperibile è la Stapelia variegata, caratterizzata da fusti eretti molto ramificati di un bel colore verde intenso, spesso screziato di rosso. I fiori stellati sono di colore giallo crema, macchiati di bruno, con al centro un anello. La pianta vive bene in pieno sole avendo cura di proteggerla dai raggi diretti nelle ore più calde della giornata. Alle nostre condizioni climatiche va tenuta in appartamento, in quanto mal tollera temperature inferiori a 10 °C. Occorre innaffiare regolarmente circa una volta per settimana e comunque evitare che il terreno si asciughi troppo. Teme moltissimo il ristagno di acqua per cui è consigliabile porre sul fondo del contenitore in cui si pone la pianta argilla espansa, o ghiaia, o anche semplicemente pezzetti di coccio. Importante è rinvasare una volta all’anno, meglio se in primavera. Il rinvaso si effettua quando si vedranno i fusti ammassati lungo i bordi del contenitore. Inoltre si devono sempre eliminare le parti secche perché possono favorire eventuali malattie.

LO SPETTACOLO DEI CACTUS

La famiglia dei Cactus è prodiga di forme inconsuete e di fiori spettacolari. Tra i Cactus da fiore, segnaliamo:

Gymnocalycium mihanovichi. Nomi comuni: Red Cap, Red Hibotan, Hibotan, Moon Cactus, ‘Hibotan’.Si tratta di un Cactus-ornamento, ideale per decorare la scrivania in ufficio come il mobilio di un appartamento. E’ una pianta coloratissima, i cui fiori variano secondo specie. Possono essere rossi, arancio, viola, bianchi, gialli.

Echinopsis chamaecereus o ‘Westfield Alba’. Di dimensioni compatte, questa pianta somiglia ai gusci delle arachidi. Con grandi capolini, fiorisce in abbondanza nelle splendide tonalità di bianco e arancione. A differenza di altri cactus, le sue spine sono lisce, quindi gli animali domestici e i bambini non corrono alcun pericolo toccandole. Per crescere bene e fiorire ha bisogno di tanta luce, anche in inverno.

Schlumbergera o Cactus di Natale. Si tratta di una succulenta originaria dell’America del Sud, in particolare dal Brasile. Non sopporta quindi le temperature rigide, mai inferiori ai 7/10 gradi. Le sue fioriture sono lunghe e persistenti, ed esistono in ogni sfumatura, dal fucsia al rosso, al rosa, al bianco, al giallo, all’arancio. Avvengono verso il periodo natalizio, da qui il suo nome comune.

Se trova il posto giusto, un Cactus può diventare un compagno fedele in casa e in ufficio, e vivere per decine di anni insieme a noi, generando fiori su fiori. Il segreto è quello di individuare una zona in cui d’inverno ci sia moltissima luce e temperatura fresca, intorno ai 18 °C, mantenendo le irrigazioni al minimo (basta una volta al mese) da novembre a marzo.

TAPPETI DI FIORI

Un gruppo di succulente da fiore particolarmente interessante per gli esterni è quello delle tappezzanti. Rappresentano il non plus ultra per balconi, terrazzini e giardini assolati. Tra queste ricordiamo:

Lampranthus o Delosperma o Pianta del Ghiaccio

E’ una succulenta originaria del Sud Africa. Forma un vero tappeto di fiori spettacolari e fittissimi, uno straordinario display di colori acidi, lavanda, arancio, rossi, giallo, secondo la specie, che appare puntuale in primavera e in estate. A differenza di un gran numero di piante grasse, la Pianta del Ghiaccio può essere coltivata sia in climi freddi che in quelli caldi, perchè è molto adattabile e facile da coltivare.

Sedum spurium

E’ una tappezzante perenne originaria del continente asiatico, anche se ormai diffusa in tutte le zone a clima temperato del Pianeta. Si tratta di una pianta caratterizzata da fusti prostrati, di consistenza carnosa. I fiori assumono una forma molto particolare, sono di colore bianco-rosato, rosso o rosa, e fanno la propria comparsa nel corso della stagione estiva. Il Sedumspurium non presenta particolari difficoltà nella coltivazione, adattandosi a diversi tipi di terreno.

Aptenia cordifolia

Da primavera inoltrata fino all’estate produce numerosissimi piccoli fiori a forma di margherita, con svariati petali lineari, di colore bianco, rosa, viola o rosso, a seconda della varietà; la specie-tipo ha fiori color rosa acceso, con centro bianco. Queste piante vengono coltivate in vaso, ma anche come tappezzanti in giardino. Preferiscono le posizioni molto soleggiate, dove la fioritura è abbondante, vegetano bene anche a mezzombra e all’ombra, ma meno sole diretto ricevono e meno fiori producono. In genere possono sopportare temperature vicine ai -5°C, anche se talvolta abbondanti piogge invernali possono provocare marciumi che ne compromettono lo sviluppo.

IL TRICHOCEREUS

È il fiore che maggiormente attira su di se’ l’attenzione generale: è un enorme imbuto (fino a 25cm) di vari colori. Solitamente è bianco, ma sono davvero tantissime le varietà e le sfumature tra cui scegliere. La più ricercata è quella rossa fuoco, la più sensuale ed enigmatica. Le Trichocereus Grandflora sono piante originarie dell’America meridionale, con maggiore diffusione in Ecuador, Perù, Bolivia, Cile e Argentina. I Trichocereus sono molto resistenti e si adattano alle più svariate condizioni climatiche. Le specie appartenenti a questo genere stupiscono con forme, dimensioni e colori suggestivi e di gran effetto visivo. Si coltivano facilmente, seguendo le regole generali, senza nessuna eccezione. I Trichocereus quindi crescono bene in grandi vasi a sud-ovest. Alcuni coltivatori possono adattarli al pieno sole, ma per evitare scottature è più sicuro farli crescere in mezz’ombra. Temono le irrigazioni frequenti e i fertilizzanti. Con l’irrigazione settimanale e l’integrazione nutritiva mensile, si ottengono le fioriture ogni due settimane.



LE PIANTINE DEL SUPERMARKET: COME SI TRATTANO

Cosa fare della minuta piantina spinosa del supermercato, subito!


a) Verificare che non abbia parassiti o malattie (per evitare di contagiare le altre);
b) svasarla delicatamente con l’aiuto di uno stecchino, evitando di danneggiare le radici (il trapianto è necessario perchè la terra usata dai distributori non è la più adatta;
c) invasare nello stesso vasetto o in uno leggermente più grande. La composta base che si puo’ usare per la maggior parte delle piante, è: 1/3 di terra da giardino con inerti o argilla espansa, 1/3 di sabbia, 1/3 di terriccio di foglie;
d) evitare di bagnare subito dopo il trapianto, nell’operazione infatti possono essersi create ferite che renderebbero la pianta più esposta a infezioni e malattie;
e) posizionare la pianta all’aria e alla luce ma evitare, almeno per un primo periodo, il sole diretto per evitare bruciature.

DOPO IL FIORE, UN FRUTTO DA MANGIARE

La polpa e i frutti di alcune specie cactacee e succulente sono stati per secoli e secoli una risorsa fondamentale per le popolazioni che vivevano ai margini delle zone desertiche e che potevano quindi trovare, in queste piante caratterizzate da un’impressionante robustezza in condizioni estreme di temperature e di carenza idrica, a volte per mesi e mesi, una fonte di cibo nutriente e di sapore gradevole. Negli ultimi anni anche la FAO, l’organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa a livello globale delle tematiche relative all’agricoltura e alimentazione, ha attivato importanti programmi di ricerca scientifica a livello internazionale per individuare e promuovere la produzione agricola su larga scala di piante grasse e succulente in grado di fornire un cibo di buona qualità a costi davvero minimi, e con un estremo adattamento a condizioni climatiche difficili: una buona soluzione ecosostenibile per fornire nutrimento di alta qualità (e di ottimo sapore) a popolazioni che non possono dipendere solo dagli aiuti delle Onlus che operano in zona. L’interesse alimentare si unisce infatti, in questo caso, al tema della sostenibilità: queste produzioni agricole richiedono pochissima acqua. Sono commestibili i frutti del Fico d’India, della Pitaya, del Saguaro, i fiori del cactus Cabuches. Frutti gustosi sono presenti anche sui cactus Fragola (Echinocereus fendleri, E. engelmannii) e sul Myrtillocactus geometrizans, il cui frutto di colore viola intenso viene mangiato fresco o secco, simile alla nostra uva passa, usati nella preparazione di dolci e bevande.

Beatrice Pallotta

LA SPIA NELLO SMARTPHONE E'”UNA BAMBOLA VOODOO”

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La diffusa convinzione che i nostri smartphone ascoltino ciò di cui parliamo è infondata e quasi certamente falsa. Infatti con la quantità di dati di cui dispongono i fornitori di servizi online, non hanno bisogno di ascoltare quello che diciamo. Tristan Harris, co-fondatore del Center for Human Technology ed ex responsabile dell’etica dei prodotti Google, in un suo recente intervento alla Milken Institute Global Conference di Los Angeles, ha dichiarato a proposito:
Lo so per certo, i dati forensi lo mostrano, e il Facebook VP della pubblicità lo conferma: i microfoni non vengono ascoltati. Ma allora come è possibile che siano in grado di conoscere il contenuto delle nostre conversazioni? La risposta è semplice e sbalorditiva, al loro interno i server di Google o Facebook funzionano come una piccola bambola Voodoo che replica la nostra identità digitale.

Ogni click, ogni sosta o visual, le foto e i profili che osserviamo, diventano dati sensibili che vanno ad alimentare l’identità del nostro alter-ego, la bambola Voodoo come dice Harris, che gonfia di informazioni sul nostro comportamento, “si comporta sempre di più come l’utente reale”. Una simulazione di un enigmatico avatar, basata su modelli statistici e sulla proiezione digitale dei nostri bisogni e desideri. Tutto quello che Google, Facebook o Instagram devono fare è “simulare la conversazione che la bambola Voodoo sta avendo, così ne conosco il contenuto senza dover accedere al microfono”. Inquietante quanto il Voodoo…

Beatrice Pallotta

LA SCIENZA DELLE PICCOLE FELICITA’

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Difficile non cadere nei luoghi comuni quando si parla di “felicità”. Ma al di là delle ricettine fai-da-te o di complicate speculazioni filosofiche o psicologiche sull’argomento, esistono alcune verità scientifiche dimostrate da studi ultra moderni. Tra queste, le più recenti ci riportano alla vita di tutti i giorni, e a come riaccendere “lo stato d’animo”con piccoli gesti quotidiani.

Cani & gatti. Qualche mese fa una ricerca pubblicata su The Journal Of Personality and Social Psychology, ha rilevato che avere animali domestici fornisce un supporto emotivo importante, e stempera la depressione.

Un diario. Gli psicologi affermano che il diario personale aiuta a sentirsi meglio con se stessi e il mondo circostante. Il diario però deve essere segreto, e non quello di Facebook…

Profumi floreali. Alcune attuali pubblicazioni di scienza psicologica dichiarano che il profumo delle rose e delle petunie fa sentire le persone più felici.

Una brocca d’acqua. Gli studi hanno ampiamente dimostrato che bere regolarmente acqua ai pasti, invece che alcolici o bevande gassate, migliora salute, forma fisica, e di conseguenza, l’umore.

Fiori freschi. L’Università di Rutgers ha scoperto che la presenza di fiori scatena emozioni felici e il senso di soddisfazione. I tulipani, le rose e i lillà danno i risultati migliori.

Ascoltare buona musica. La musica regala tanti benefici alla salute, ma soprattutto all’anima! Come è stato dimostrato, la musica degli artisti preferiti riduce ansia, stress, depressione, e migliora qualsiasi umore.

Meno confusione. Secondo l’UCLA, esiste un legame molto forte tra alti livelli di stress e alti livelli di disordine!

Un letto ben fatto. Secondo uno studio recente, le persone si sentono meglio se riordinano il loro letto. Psicologicamente, un letto fatto fa sentire “a posto”, e che siamo i benvenuti con noi stessi.

Candele alla vaniglia. Un gruppo di studiosi della Chemical Senses ha recentemente dichiarato che l’aromaterapia è efficace. Una candela alla vaniglia in particolare, aumenta il relax e migliora il senso di benessere.

Giocare insieme. Il gioco a due o di gruppo fa bene all’umore collettivo. E’ indicato anche come stimolo positivo per feste e incontri di famiglia.

Pareti verdi o gialle. Queste due tonalità, in particolare se luminose o “acide”, evocano la felicità secondo l’Università Vrije di Amsterdam. Detto questo, potrebbe bastare una sola stanza gialla e verde per un’overdose!

Sistema di sicurezza. Moltissime persone intervistate si sentono più al sicuro, e quindi più sereni, una volta installato un sistema di sicurezza domestica.

Ricordi & fotografie. Oggettini, foto, souvenir, testimonianze di ricordi piacevoli, a cui dedicare un angolo della nostra casa, può stimolare il sentimentalismo positivo. Lasciar riaffiorare alla mente emozioni gioiose, alza lo stato d’animo.

Una zona per l’esercizio fisico. Una dose giornaliera di movimento è un ottimo modo per alzare “gli ormoni della felicità”, secondo tutti gli studi effettuati al riguardo.

a cura di Beatrice Pallotta

PIANTE INTELLIGENTI ED EVOLUZIONE DELL’ECOLOGIA

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Come si sa, alle piante piace ascoltare la musica, meglio se “classica”. Le ipotesi pseudoscientifiche che circolano sull’argomento sono tante, ma solo oggi la scienza ha dimostrato che le piante non solo sanno apprezzare le nostre melodie, ma sono in grado persino di ricordale. Le piante dunque sono dotate di un loro particolare sistema cognitivo, nonostante siano prive di sistema nervoso e neuroni “tradizionali”. La “Cognizione delle piante” è il nuovo campo di ricerca scaturito dai risultati di questo studio recentissimo, diretto in Australia da una nostra connazionale, la dottoressa Monica Gagliano. Gli studi sulle capacità cognitive delle piante ne testano la percezione, i processi di apprendimento, la memoria e la coscienza, ridefinendo così i confini tra le differenze tra esseri umani, animali e piante, e coinvolgendo una serie di discipline accademiche, tra cui la scienza, la filosofia, la scienza ambientale, la letteratura e l’arte.

LA BIOACUSTICA

Nella nuova Scienza della cognizione delle piante, gli organismi vegetali sono visti come esseri “bioacustici”che emettono onde sonore gamma audio, e una sovrabbondanza di suoni ultrasonici. “Catturando i segnali emessi dalle piante in diverse condizioni ambientali, sto esplorando il significato ecologico di questi suoni per la comunicazione tra le piante e tra le piante e altri organismi – afferma la Gagliano – Il mio lavoro non riguarda affatto le metafore. Quando parlo di apprendimento, intendo imparare. Quando parlo di memoria intendo memoria.” Ma come sono giunti alla sbalorditiva scoperta gli studi italo-australiani? Come ci spiegano: “Abbiamo utilizzato la pianta modello “Pisum sativum” per investigare il meccanismo mediante il quale le radici percepiscono e localizzano l’acqua. Abbiamo scoperto che le radici erano in grado di localizzare una fonte, rilevando le vibrazioni generate dall’acqua che si muoveva all’interno dei tubi, anche in assenza di umidità del substrato.

L’inquinamento acustico può influire negativamente sulla salute delle piante, dato che usano le vibrazioni-onde sonore per trovare l’umidità: I nostri risultati hanno anche dimostrato che la presenza del rumore influenza le capacità delle radici di percepire e rispondere correttamente al paesaggio sonoro circostante. Questi risultati evidenziano l’urgente necessità di comprendere meglio il ruolo ecologico del suono e le conseguenze dell’inquinamento acustico per le piante e le popolazioni animali.”

LE VIBRAZIONI DEI PETALI

Negli ultimi anni diverse ricerche hanno dimostrato che le piante comunicano in numerosi modi, inviando per esempio segnali chimici per attivare le difese contro gli insetti che se ne nutrono, oppure rispondendo alle vibrazioni attraverso i loro tessuti. Le piante inoltre percepiscono i suoni a distanza, specialmente i ronzii degli insetti, che stimolano in loro una velocissima produzione di nettare: diventa più zuccherino in soli 3 minuti!

Beatrice Pallotta

HA DECOLLATO L’AEREO PIU’ GRANDE DEL MONDO

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Il più grande aereo del mondo ha preso il volo nei cieli della California. L’aeroplano si chiama Stratolaunch, ha un’apertura alare più lunga di un campo di calcio, ed è specializzato in trasporti di satelliti in bassa orbita. Stratolaunch ha decollato dall’aeroporto di Mojave Air & Space il 13 aprile scorso e ha volato a quota 5.180 metri, a una velocità di 304 mph (304 km / h). “Ha eseguito diverse manovre di controllo del volo, tra cui doppioni del rullo, manovre di imbardata, pushover e pull-up, e scivoloni laterali continui. – ha detto il produttore in una nota – Il volo di oggi migliora la nostra missione di fornire un’alternativa flessibile ai sistemi lanciati a terra.

L’enorme macchina volante è equipaggiata di sei motori 747 e 28 ruote per l’atterraggio, l’apertura alare è di 118 metri. Sebbene Stratolaunch sia il più grande aereo con apertura alare, un altro velivolo ad elio, l’Airlander 10, è invece l’aereo più lungo: ben 92 metri! prende il titolo del velivolo più lungo che attualmente vola con una lunghezza di 92 metri.

Beatrice Pallotta

IL SESTO SENSO PERCEPISCE I CAMPI MAGNETICI COME UN GPS

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Potrebbe sembrare un potere da super eroe, ma gli scienziati hanno dimostrato che l’essere umano è in grado di percepire il magnetismo del campo terrestre. Secondo i ricercatori della Caltech (California Institute of Technology), l’homo sapiens è dotato del senso “magnetoreception”, una specie di GPS inconscio, al pari di altri animali terrestri e marini.

“Non abbiamo perso quel sistema sensoriale magnetico che avevano i nostri antenati milioni di anni fa. – ha dichiarato il prof Joseph Kirschvink, capo della ricerca del California Institute of Technology – Anche noi umani siamo una parte della biosfera magnetica terrestre.

Molte specie viventi, dai batteri alle alghe agli animali, possono percepire il campo e utilizzare gli stimoli geomagnetici per spostarsi e sopravvivere. Alcuni uccelli migrano per migliaia di chilometri avvalendosi del campo magnetico, sia per tracciare il percorso, che come mappa di orientamento. Mammiferi, rettili e pesci segnano luoghi specifici attraverso i segnali geomagnetici. Le talpe utilizzano la recezione magnetica per orientarsi nelle gallerie buie dei loro labirinti sotterranei. Già miliardi di anni fa, i batteri magnetotattici svilupparono la capacità di precipitare i cristalli della magnetite minerale a base di ferro nelle loro singole cellule, che permise lo sviluppo del senso del magnetismo in molte forme viventi.

Il team dell’Istituto Calteh specifica: “Abbiamo scoperto che il cervello umano è in grado di rilevare campi magnetici di intensità terrestre. La tecnologia ci ha mostrato chiaramente l’attività di onde celebrali inconsce che rilevano il magnetismo e lo elaborano. Conoscevamo i cinque sensi di base, la vista, l’udito, il tatto, l’olfatto e il gusto. Ma solo oggi siamo riusciti a scoprire l’esistenza del sesto senso. Negli studi futuri, vorremmo capire l’uso specifico della magneto recezione nell’essere umano. Sulla Terra viviamo circondati da un immenso campo geomagnetico, sempre presente, che varia in intensità e direzione attraverso la superficie planetaria.” Il team afferma inoltre che gli ambienti moderni interferirebbero sul sesto senso, mentre non c’è ancora alcuna prova valida che sia collegato alla coscienza umana, o che influenzi il nostro comportamento.

Kirschvink e colleghi americani e giapponesi, hanno pubblicato il resoconto degli esperimenti eseguiti. Qui si legge: “Abbiamo individuato nell’uomo i cristalli di magnetite, distribuiti ampiamente in molte aree del cervello. Per scoprirlo, abbiamo costruito una camera sperimentale per applicare un campo magnetico controllato, quindi utilizzato l’elettroencefalogramma (EEG) per testare le risposte del cervello ai cambiamenti di campo. L’EEG registra l’attività elettrica cerebrale e riflette l’elaborazione delle informazioni in molti neuroni interconnessi. È uno strumento ideale per studiare i processi subconsci in cui gli stimoli fisici vengono rilevati dal cervello, ma che non entrano nella “consapevolezza” cosciente. Questo accade con tutti i tipi di stimoli sensoriali, che possono influenzare la nostra cognizione e il nostro comportamento senza che noi abbiamo visto, ascoltato o sentito qualcosa di nuovo. Pensavamo che gli stimoli geomagnetici potessero essere elaborati in questo modo, così abbiamo osservato le onde cerebrali umane. Abbiamo costruito una “gabbia” a sei lati, le cui pareti erano fatte di alluminio per proteggere l’installazione dalle interferenze elettromagnetiche. Queste pareti contenevano anche le bobine attraverso le quali venivano passate correnti elettriche per produrre campi magnetici della stessa intensità di quelli terrestri. Ad ogni partecipante è stato chiesto di entrare nella gabbia e sedersi immobili su una sedia di legno al buio, guardando dritto verso nord. Durante l’esperimento, il team ha misurato le onde cerebrali del partecipante utilizzando un elettroencefalogramma (EEG).”

Faraday cage with 3 axis double wrapped magnetic coils in Joseph Kirschvink’s lab at CalTech.

In alcuni esperimenti i campi magnetici applicati sono stati fissati in una direzione, mentre in altri sono stati ruotati. In altri ancora le macchine venivano accese ma non veniva prodotto alcun campo magnetico, il che significava che il partecipante era esposto solo al campo magnetico naturale della Terra. Il partecipante non sapeva quale esperimento era in corso. I risultati dei 34 partecipanti adulti, hanno rivelato che alcuni scenari hanno innescato un calo delle onde alfa dei partecipanti – un cambiamento collegato alle informazioni sull’elaborazione del cervello. Ciò si è verificato quando il campo magnetico era puntato verso nord, e poi spostato verso l’alto o verso il basso, o ruotato in senso antiorario.” Si tratta della stessa sensazione che avvertiamo quando ci si sveglia sul lato opposto sul quale ci siamo addormentati. Kirschvink spiega che le risposte sono simili ad un cervello che “sta impazzendo”, ma che in realtà sta registrando un cambiamento inaspettato nell’ambiente. Il corpo umano è dunque in grado di ‘distinguere’ inconsciamente il nord dal sud, e ha conservato parte del sistema sensoriale dei suoi antenati, vissuti milioni di anni fa.

Kirschvink ha inoltre sottolineato di come la magneto-recezione, seppur inconscia, abbia influito sulla cultura dei popoli e sul linguaggio. Le lingue di asiatici e australiani sono fondamentalmente diverse dalle lingue europee. Queste differenze potrebbero influenzare la capacità di rispondere ai segnali delle “bussole interne”. Conclude così la ricerca:“Le lingue asiatiche e quelle dell’Australia non hanno parole per indicare davanti, dietro, destra sinistra. Al loro posto usano “direzione Nord” o Est, etc., con riferimento quindi geografico, e sono coerenti con il loro GPS inconscio. Questa caratteristica renderebbe queste popolazioni più abili ad orientarsi, a navigare, a viaggiare. Le lingue europee invece hanno un codice di riferimento egocentrico, che ha contribuito ad affievolire la nostra capacità di usare un’abilità innata del nostro cervello in questo modo. Abbiamo trovato la prova che gli esseri umani possiedono un sesto senso definitivo, il magnetismo – ha scritto ancora il capo del progetto – Questa modalità sensoriale è reale. Potrebbe persino essere possibile un giorno ripristinare la nostra capacità ancestrale di utilizzare esclusivamente i campi magnetici per navigare.”

Beatrice Pallotta

BIO-RECYCLING & ECO-VINTAGE DEL GIARDINAGGIO GREEN

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Il giardinaggio moderno è sempre più aderente alle nuove esigenze ambientali e ai principi dell’ecologia sostenibile. Accanto agli orti biologici, in giardini e balconi di tendenza tornano di moda le piante vintage, in auge nei favolosi anni Sessanta. Si tratta di piante tradizionali della cultura italiana, belle, interessanti, resistenti. Considerate povere e banali fino ad una manciata di anni fa, soppiantate dal boom di piante esotiche e di quelle un pochino “stravaganti”, favorite dalle pressioni del mercato globale, le vintage stanno riconquistando il loro spazio nei vivai, rispondendo alla perfezione alle nuove realtà climatiche e ambientali. Rustiche e semplicissime da coltivare, le piante retrò hanno alle spalle una lunga storia romantica, tutta italiana, ed offrono a sorpresa le prestazioni più richieste del momento, come la resistenza,la facilità di coltivazione e di riproduzione, la valorizzazione dei prodotti biologici del territorio.

COSI’ COMUNI, COSI’ SPECIALI…

La Bergenia

La Bergenia deve il suo nome al botanico Karl August Von Bergen. In Italia è chiamata anche il Fiore di San Giuseppe, dato che fiorisce intorno al 19 marzo, e all’estero Orecchie di elefante o Foglie di cuore, per via della forma e delle dimensioni delle sue foglie. La Bergenia adornava i cortili dell’Ottocento e i giardini delle ville toscane. E’ una specie molto bella e particolare, con foglie larghe e carnose a forma di cuore, e fiori alti, fucsia, malva o rosa. Sta tornando di moda anche per la facilità di coltivazione e la sua versatilità, che la rende idonea a prosperare in qualsiasi posizione ed esposizione. Originaria della Siberia, è perfetta per il Nord e le zone ombreggiate. Meglio non esporre troppo i fiori al sole.

Coltivazione I I semi della Bergenia richiedono un periodo di freddo una volta impiantati: ciò favorisce la germinazione. Per questa particolarità, basterà seminare a fine inverno. In alternativa, si semina in contenitori idonei e sigillati che verranno riposti in frigorifero fino a germinazione avvenuta. Una volta piantati in terra piena, i semi germogliati crescono con molta facilità, e non richiedono cure particolari. La Bergenia si presta per abbellire qualsiasi giardino, dai più informali a quelli architettonici, terrazzi, aiuole, bordure.

La Aspidistria o Pianta di Ferro

L’Aspidistria è stata una pianta molto amata in Europa fin dal 1700. Venne importata dagli inglesi dalle isole Osumi del Giappone, dove vive nei boschi. In epoca Vittoriana fu una delle piante più popolari del centro e nord Europa, e di seguito la sua diffusione divenne capillare anche in Italia, come decorazione ideale per cortili, ingressi, sale da ballo. Nota più semplicemente con il nome di Iron Plant o Pianta di Ferro, ha conquistato la sua ottima reputazione perchè è realmente indistruttibile come il metallo! Può resistere al buio, con poca acqua, fiorisce senza problemi ed è anche bella. Queste piante sono davvero robuste e attraenti, e riescono a prosperare in aree dove tutto il resto tristemente…fallisce! Consigli L’Aspidistria appartiene alla bella famiglia dei Gigli. È un sempreverde che riesce a crescere persino in un sottoscala, o all’ombra fitta di arbusti e di alberi. Questa pianta rustica vive bene durante le stagioni calde e secche, ma non si danneggia troppo in inverno. Non attira gli insetti, né si ammala facilmente. Le foglie sono lunghe e verticali, i fiorellini di colore violet. Ricapitolando, la Pianta di Ferro ha bisogno di: un’esposizione ombreggiata, mai al sole diretto; acqua con moderazione: terra umida d’estate, ridottissima in inverno; teme le temperature oltre i 28°, e sotto i 5°. L’Aspidistria è pet-friendly, cioè non è velenosa per i nostri amici a quattro zampe.

L’Asparagina

L‘Asparagina è una pianta decorativa molto versatile, ma per delicatezza dei colori e delle forme è indicata per il romantico stile Shabby Chic e per gli ambienti “minimal”. L’Asparagina, tanto in voga durante gli anni Sessanta e Settanta, fu introdotta in Europa dal Sudafrica a scopo ornamentale intorno al 1890. Della famiglia delle Liliacee e dello stesso genere del ghiotto cugino Asparagus officinalis, l’Asparagina è una pianta che ama i terreni umidi, la luce, ma non quella diretta dei raggi solari. In appartamento va alloggiata lontana da termosifoni e correnti d’aria. La pianta ha un fogliame particolarmente decorativo, formato da rami appiattiti verdi che sembrano foglie. I fusti sono filiformi, arcuati e ricadenti, molto utilizzati come elemento verde nei mazzi di fiori recisi. I fiori sono piccolini, ma emanano una fragranza dolce e piacevole, simile a quella del cocco.

Diverse varietà fanno parte della famiglia degli Asparagus, tra queste si distingue come ornamento l’ Asparagus densiflorus ‘Meyersii’, meglio conosciuto come “Coda di gatto” o “Coda di volpe”. Cresce fino ad un’altezza di 60 centimetri e presenta spessi e piumosi fusti leggermente incurvati, dalla caratteristica forma di una coda, che donano alla pianta un aspetto molto attraente. Ama vivere in luoghi umidi e ombrosi e come i suoi stretti parenti, nelle zone con temperature che non scendono al di sotto dei 5 °C, può essere coltivato anche all’esterno.

La Tradescantia

Con il nome generico di Tradescantia si definisce un gruppo di 60 piante circa, la maggior parte di tipo pendente. Nonostante le apparenze, non si tratta di piante grasse, anche se incorporano molta acqua come le succulente. In Italia è conosciuta come “Erba della miseria”, perchè è una pianta che cresce con poche cure e sembra invulnerabile. Le Tradescantia provengono dall’America centrale e meridionale, hanno un portamento ricadente con fusti leggermente carnosi, lunghe foglie ovali anch’esse carnose, di colore vario, verde-azzurrognolo, a volte variegate di bianco, giallo o rosa. E’ la pianta giusta per i principianti del gardening, è molto ornamentale e abbellisce appartamenti, verande, zone spoglie e ombreggiate: disposte in vasi alti, per un effetto- cascata, su mensole e scaffali, colonnine esterne.

Come si coltivano Le Tradescantia, di cui la Zerbina sembra essere la più apprezzata, preferiscono un’esposizione luminosa senza raggi diretti, all’ombra. La temperatura ideale varia fra 15 e 20 °C, sopportano bene il caldo e d’inverno resistono fino a 7 °C. Da aprile a ottobre possono sostare all’aperto, sotto gli alberi o comunque ombreggiate. Tollerano abbastanza bene la siccità, ma preferiscono un minimo costante di umidità, per prosperare e per la fioritura. Si moltiplicano facilmente per talea.

La Sansevieria

Il genere Sansevieria consiste di oltre 70 specie che sono tutte comunemente classificate come piante da fiore dato che spesso producono semi e vivono all’aperto, in terra piena. La Sanseveria ha un passato ricco di storie e di curiosità: deve il suo nome ad un nobile italiano del 1700, il principe Raimondo di Sangro, inventore e uomo eclettico. E’ una pianta che sta tornando alla ribalta per bellezza e facilità di coltivazione, ma soprattutto perchè purifica e rinnova l’aria come nessun’altra. Le foglie, grandi, verticali, maestosamente a “lingua di fuoco”,valorizzano qualsiasi tipo di ambiente e di stile.

Simile al principe italiano al quale deve il suo nome, la Sansevieria ha una storia colta e variegata, un po’ leggendaria. Eccone qualche esempio internazionale:

  • Nella maggior parte dei paesi africani, ancora oggi le foglie di Sanseveria sono utilizzate come fibre per corde e per intrecciare le ceste.
  • La sua linfa può essere usata come antisettico.
  • Le foglie sono utilizzate per realizzare bende per kit di primo soccorso.
  • I coreani usano le piante come offerta di benvenuto.
  • La Sanseveria purifica l’aria, rimuovendo tossine come la formaldeide e lo xilene dall’atmosfera. E’ indicata come arredo di una camera da letto, dato che assorbe molta anidride carbonica e rilascia ossigeno di notte. La NASA ha introdotto questa pianta all’interno delle navicelle spaziali già vent’anni fa.

Una pianta da “selfie”: la Pilea

La Pilea è il vegetale più fotografato su Instagram e altri social-media. Particolarmente diffusa in Olanda, è soprannominata la“pianta delle monete“ per via dell’aspetto delle sue foglie rotonde quasi perfette, verde brillante, molto accattivanti, che le hanno fatto meritare l’Award della Royal Horticultural Society. Classificata nella famiglia della Urtacaceae, arriva direttamente dalla Cina, ma nonostante sia una vera star negli ambienti giovanili, in Italia è quasi introvabile nei vivai, e si ordina principalmente online. Pianta molto decorativa e di rapido accrescimento, non supera i 60 cm di altezza. Predilige luoghi luminosi ma non a contatto diretto con i raggi solari; con la bella stagione può essere portata all’aperto, in posizione ombreggiata. Facilissima da coltivare e da riprodurre per talea: basta staccarne un rametto con una piccola radice e metterlo a radicare in un vasetto con terriccio.

L’antiparassitario delle nonne

Un ottimo repellente contro afidi, cocciniglia e simili, si ottiene dal sapone di Marsiglia. Liquido o a scaglie sciolte in acqua tiepida, si vaporizza sulla pianta, dal basso verso l’alto, anche nelle parti posteriori delle foglie. La “maschera” di sapone va ripulita dopo circa 12 ore, e comunque prima dell’arrivo del sole. Per una soluzione potente e molto disinfettante, diluire una dose di sapone per cinque di acqua, e qualche spicchio di aglio frullato finemente. Per un’azione preventiva invece basterà 1 porzione di Marsiglia su 8 di acqua. Le soluzioni si conservano in frigorifero per una settimana. Da utilizzare per la vegetazione esterna e per le piante in appartamento.

CONCLUDENDO…

La tendenza del gardening 2019 è quella di un apparente ritorno al passato, che recupera le piante tradizionali o autoctone, concentrandosi su concetti eco-friendly ed ecologici come la praticità e l’utilità della pianta stessa. Mentre la coltivazione degli orti urbani si moltiplica sui tetti e nei cortili delle grandi città, nei giardini abbondano gli alberi da frutto biologici e ornamentali, come i bellissimi ciliegi e la grande famiglia degli agrumi. Il trend generale del giardinaggio inoltre, lascia le piante libere di esprimersi e di crescere senza eccessi di potature geometriche e restrizioni. E’ glamour il gardening romantico, un po’ selvaggio e caotico, e le piccole oasi personali dai profumi esotici orientaleggianti. E’ di moda creare un effetto-bosco dove rilassarsi, ossigenarsi, a contatto con una natura quasi incontaminata. Il vintage-style si ripropone anche per i contenitori, i vasi, i pannelli, meglio se riciclati ingegnosamente con pezzi d’epoca o comunque agèe.

Beatrice Pallotta

LA VECCHIAIA SI ANNIENTA CON LO SPORT!

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Un team di studiosi dell’Università di Padova non solo ha individuato l’ormone responsabile dell’invecchiamento, ma che esso può essere contrastato efficacemente con una regolare attività motoria. Lo sport ancora una volta si dimostra il leader delle terapie anti-aging naturali, a costo zero.

Questo ormone si chiama “FGF21”. “Non era chiaro come la vita sedentaria fosse collegata ad un invecchiamento precoce – hanno dichiarato a tal proposito gli studiosi – il nostro studio ci spiega che l’’invecchiamento “non attivo” porta al deterioramento dei mitocondri nei muscoli ed ad un aumento di FGF21. Quando i livelli di FGF21 nel sangue sono alti per lungo tempo, l’organismo risponde con l’invecchiamento della pelle, del fegato e dell’intestino, perdendo neuroni, e con un’infiammazione generalizzata: tutto questo accorcia drasticamente la vita”

MUOVERSI E’ LA CURA

Si riteneva che l’ormone FGF21 fosse prodotto dal fegato e dal grasso e che avesse un’azione benefica, migliorando il metabolismo di grassi e zuccheri. In realtà, quando questo ormone è prodotto anche dai muscoli, manda un “segnale” di invecchiamento a tutto il corpo.
In particolare, l’ormone FGF21 viene prodotto dai muscoli degli anziani che conducono una vita sedentaria, mentre è quasi inesistente in coloro che svolgono una regolare attività fisica muscolare.

Durante alcuni test, la produzione di FGF21 è stata bloccata artificialmente e si è visto che i soggetti “smettevano” di invecchiare. Le cellule della pelle, del fegato ma anche di intestino e cervello rallentavano drasticamente il loro naturale deterioramento. Ma lo stesso effetto si otteneva se i soggetti praticavano sport costantemente.

Lo sport leggero è quindi una cura naturale per l’invecchiamento. Un motivo in più per limitare pigrizia e vita sedentaria il prima possibile. L’esercizio fisico non si improvvisa, ma è un’attività progressiva da apprendere dai più esperti, soprattutto ad una certa età. Passeggiate veloci, balli di gruppo, ginnastiche dolci ed orientali, yoga, sono le attività motorie da preferire per chi inizia a muoversi da adulto.

I risultati dello studio dell’Università di Padova, sono stati pubblicati dalla rivista medica “Cell Metabolism”.

Beatrice Pallotta

AVER CURA DEL PROPRIO CERVELLO: IL SISTEMA LIMBICO

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Il sistema limbico è definito anche come “cervello emotivo”. Le neuroscienze ci suggeriscono come migliorare le sue prestazioni con una serie di indicazioni naturali ed olistiche. Vediamo quali.

Noi del genere “homo sapiens”siamo gioielli della Natura. L’evoluzione e la complessità del cervello e delle sue risorse adattive, e la sua orchestrazione di umori, ormoni, emozioni, ha generato un vero capolavoro non solo biologico. Corpo, Mente, Spirito, sono i nostri tesori più preziosi in via di continui perfezionamenti. Le moderne neuroscienze sono solo agli inizi degli studi sui segreti delle nostre capacità cerebrali. Certe “intuizioni” scientifiche del passato, scambiate per follie o superstizioni “religiose”, grazie alle nuove tecniche elettroniche si rivelano oggi come nuove leggi naturali. L’Uomo è una macchina organica condotta da vari piloti, esperti in elettricità ed energie sottili. Dal cuore dei circuiti cerebrali, il sistema limbico si sta dimostrando uno dei grandi protagonisti delle ricerche moderne.

INDAGINI OLFATTIVE

Il fascino del sistema limbico è legato ad una sua peculiarità unica e speciale, cioè quella di essere collegato direttamente all’ambiente esterno tramite il naso, perchè solo in seconda battuta, le informazioni olfattive saranno elaborate più “razionalmente” dalla corteccia cerebrale. Il limbico è quindi la piattaforma di reazioni immediate delle sue preziose ghiandole, l’amigdala, e i 2 ippocampo, e poi di tutte le altre. L’importante zona è sede del “cervello emotivo”. Qui nascono le emozioni e i primi ricordi e forme di pensiero. Il limbico è il centro della “paura”, ma è anche quella del riconoscimento della propria madre da parte del neonato, che avviene attraverso l’olfatto. Un “circuito” complesso dove piaceri e paure dei primi anni di vita, l’istinto alla sopravvivenza e un iniziale adattamento, diventano un pensare “sotto inteso” e automatico nella vita adulta. Un imprinting importante da tenere sotto controllo quando mostra i suoi lati più negativi.

A CACCIA DI FORMICHE

I neuroscienziati hanno definito vezzosamente con il termine “ants”, cioè formiche, questi pensieri sotterranei che, stimolando specifiche risposte ormonali, possono condizionare l’umore e il tono vitale. Gli ants più pericolosi sono i depressivi (abbassano l’autostima e quindi l’umore di base), e gli aggressivi o dello stress (eccitatori del sistema nervoso centrale). In larga parte si tratta di pensieri negativi. “Non ce la posso fare”, “non valgo niente”, “non me lo merito” e via dicendo. Per fortuna, gli ants più ossessivi si possono ricondizionare o eliminare con le numerose, moderne psicoterapie. Esistono poi una serie di stratagemmi tesi a ottimizzare le prestazioni del sistema limbico in generale. Si tratta di rimedi naturali, ma molto efficaci, che sollecitano la produzione di ormoni “buoni” e di endorfine. Aumentano l’energia, il senso di benessere, la creatività, la salute in generale.

COCCOLE, PROFUMI & SPORT
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1) Il sistema limbico è molto sensibile al contatto fisico. “Sfiamma” e ritrova l’equilibrio quando si ricevono carezze, abbracci, baci. In mancanza di partners adeguati, perfetti allo scopo sono anche i massaggi.
2) L’olfatto opportunamente stimolato dall’aroma-terapia è rigenerante del pensiero positivo.
3) Esercitare la memoria con una selezione dei ricordi più belli, costruendosi una libreria “ideale”, a cui attingere nei momenti di crisi. Metterli in lista scritta potrebbe essere utile.
4) Praticare sport è uno dei rimedi più efficaci per migliorare l’umore, accrescere l’autostima, e per godere di un’ottima salute.
5) Il cervello è un organo “grasso” e si nutre di zuccheri. Prediligere quindi i grassi essenziali, come gli Omega 3. Si trovano nel pesce, nei crostacei, nei semi di lino, nell’olio essenziale di ribes nigrum. Ottimo l’olio di oliva. Garantirsi sempre anche un giusto apporto di carboidrati e di frutta per ben sostenere il grande dispendio energetico del cervello.
6) Cercare di stare a contatto con la Natura il più possibile.
7) Circondarsi di persone positive e propositive, in particolare quando ci sente “spenti”. L’olfatto coglie i segnali dei ferormoni emessi da altri individui. La gioia ha il suo odore…
8) Fare ginnastica mentale, allenandosi a contrapporre a un pensiero negativo, uno positivo. La pratica zen è specializzata in tecniche di condizionamento del pensiero.

Beatrice Pallotta

“ALCORELLE”, UNA NUOVA DROGA LEGALE?

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Nel 2009, David Nutt venne licenziato in tronco dal suo ruolo governativo di “Consigliere capo per la droga” inglese, non appena affermò che l’LSD e l’MDMA sono meno dannosi dell’alcol dal punto di vista della tossicità. Ora l’intraprendente Nutt sta tornando a far parlare di se’ con una nuova, sbalorditiva, affermazione, secondo cui un sostituto dell’alcol, di sua invenzione, promette la stessa ebbrezza di birra, vino e whiskey, senza effetti collaterali a breve e lungo termine. Il prodotto è sperimentale e si chiama “Alcorelle”.

L’industria sa bene che l’alcol è una sostanza tossica – ha detto Nutt in un’intervista – Se fossero introdotte oggi sul mercato, le bevande alcoliche sarebbero illegali per le normative vigenti. Il limite di sicurezza dell’alcol, se si applicano i criteri degli standard alimentari, è di circa un bicchiere di vino… all’anno!” Non a caso al consumo di alcol vengono attribuiti il 6% dei decessi annui a livello globale – ovvero circa 3,3 milioni di persone.

David Nutt è un importante neuropsicofarmacologo che ha scoperto diverse interazioni tra le sostanze psichedeliche e la psiche umana. Negli ultimi anni il ricercatore si occupa anche degli effetti dell’alcol sul sistema nervoso. Da quando ha iniziato a studiare gli antidoti per l’alcol, Nutt si è reso conto che i recettori GABA, la serotonina, la dopamina, producono effetti inebrianti se stimolati e, puntando direttamente ad essi, si evitano i danni collaterali al fegato e ad altri organi vitali, tipici di chi, invece, assume gli alcolici. Alcorelle si sta proponendo alla grande industria internazionale, già interessata a creare alternative agli alcolici non tossiche servendosi di altre sostanze, come la cannabis, ad esempio.

Al momento chi ha provato la nuova “droga” di Nutt si dichiara soddisfatto, anzi, sono tutti concordi nel dire che sia persino più efficace e piacevole della classica sbornia! Il prodotto è già in commercio in un bar segreto di Londra. Difficile però che sia più gradevole al palato di un buon bicchiere di vino rosso italiano!

Beatrice Pallotta

IL PREMATURO PIU’ PICCOLO DELLA STORIA CE L’HA FATTA!

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Il neonato più piccolo al mondo è stato dimesso ed è tornato a casa. Ci sono voluti cinque mesi di trattamenti intensi, ma il bimbo è sopravvissuto e ha lasciato l’ospedale della Keio University di Tokyo. Ora pesa più di 3,3 kg ed è in forma!

Il bimbo era nato prematuro, alla 24esima settimana di gestazione con parto cesareo, lo scorso agosto. L’intervento si rese urgente e necessario dato che il feto aveva smesso di crescere nel ventre materno. Purtroppo il bambino era sottopeso rispetto alle tabelle e, con i suoi 268 grammi di peso, le sue possibilità di sopravvivenza alla nascita erano davvero pochissime.

Il bimbo giapponese è il più piccolo prematuro sopravvissuto della storia dell’umanità.

In precedenza, ci sono stati altri quattro bambini maschi minuscoli sopravvissuti, ma lui è in assoluto il più piccolo! – ha detto il dottor Edward Bell, professore di pediatria neonatale presso il Carver College of Medicine dell’Università dell’Iowa. – È un caso miracoloso e, per quanto ne so, è davvero unico!” Bell è il fondatore e il webmaster del Tiniest Babies Registry, il database della University of Iowa dei bambini più piccoli del mondo sopravvissuti dal 1936. Il bambino nato a Tokyo lo scorso agosto è in quarta posizione, superato da tre bambine di Tokyo, Illinois e Germania, nate a 25 settimane rispettivamente di 265, 260 e 252 grammi. I feti maschi infatti sviluppano più lentamente delle femmine, sia durante la gravidanza della mamma che in seguito, in particolare durante l’adolescenza.

Tra i neonati prematuri sopravvissuti, il 75% è costituto da bambine, come sottolinea il professor Bell: “ In caso di nascita estremamente precoce o di bambini estremamente piccoli, le bimbette sono sempre un po ‘più sviluppate dei bimbi, e questo dà alle bambine un leggero vantaggio in termini di sopravvivenza. Nascono più maschi, ma sopravvivono più femmine.

Spesso – ha detto ancora Bell – i bambini nati così piccoli smettono di svilupparsi nel grembo perché la placenta materna non fornisce correttamente l’ossigeno e i nutrienti di cui hanno bisogno. Il bimbo di Tokyo aveva un cuore insolitamente ben sviluppato, polmoni, cervello e reni altrettanto, nonostante le dimensioni ridottissime.” Probabilmente crescendo non sarà troppo alto, meno della media generale. “Anche se i suoi genitori sono di statura media, lui resterà sempre piccoletto – ci dice ancora il professor Bell – non escludiamo inoltre che potrebbe avere alcuni ritardi cognitivi, ma non è detto. Molti nati prematuri da adulti si laureano e sono persone di grande talento. Vedremo.” Buona fortuna, piccolino!

Beatrice Pallotta

IL “POTERE” CURATIVO DEL BOSCO

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Respirare le emanazioni benefiche di invisibili oli essenziali, chiamati “phytoncide” del legno degli arbusti, delle piante, di bacche, di erbe e gemme selvatiche, è veramente curativo: finalmente le teorie dell’eco-terapia hanno trovato la loro verità scientifica, uscendo dallo scomodo recinto della cultura New Age.

Nell’estate del 1845, Henry David Thoreau, naturalista, filosofo e scrittore, lasciava la comoda cittadina di Concord dove abitava ed era nato, per andare a vivere in una capanna di legno, nei boschi del vicino lago di Walden. Intendeva compiere un esperimento: dimostrare quanto poco costasse vivere. Thoreau amava la natura e ne intuiva le proprietà salutari e rigeneranti, a tal punto da rinunciare alla sua vita in società per ritirarsi in una capanna costruita da lui stesso sulle rive di un lago del New England. Lì scrisse “Walden. Ovvero vita nei boschi”, dove descrisse di quanto sia più semplice vivere in armonia con se stessi contattando la natura, anticipando di 150 anni molte argomentazioni sul consumo critico, sull’economia alternativa e sulla spiritualità moderna. In più intuì l’esistenza di un misterioso “potere di guarigione dei boschi”, diventando così il profeta dell’eco-terapia.

Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali dell’esistenza. Volevo vivere profondamente e succhiare tutto il midollo della vita.” (H.D.Thoreau)

L’ESSENZA DELLA SALUTE

Il “tonico dei boschi” descritto da Thoreau nel 1854 oggi ha trovato una ragione scientifica. In Giappone, dove per tradizione si usa festeggiare con pic-nic nei boschi di ciliegio, gli studiosi hanno dimostrato i reali benefici delle “balneazioni” boschive: abbassano la frequenza cardiaca e la pressione sanguigna, riducono la produzione di ormoni da stress rafforzando il sistema immunitario, e migliorano la sensazione generale di benessere. Ma come ci ricordano i maestri Zen nel koan “Se un albero cade nella foresta e nessuno ascolta, fa un suono?”, per ottenere certe risposte non bisogna far nulla. La balneazione boschiva è puro relax, niente footing e contapassi elettronico Fit Bit. Basta sedersi o sdraiarsi vicino agli alberi. Tutto qui. Just breathe.

AROMI & BIOENERGIA

Gli esperimenti sui “bagni nei boschi” sono stati condotti dal Centro per l’Ambiente, Salute e Scienze di Chiba University in Giappone. Hanno monitorato gli effetti fisiologici di 280 persone di questa balneazione per 20 anni di seguito. Il team ne ha misurato il cortisolo salivare (che aumenta con lo stress),la pressione arteriosa e la frequenza cardiaca, dopo un contatto con la foresta di 30 minuti quotidiani. “Gli ambienti forestali e boschivi promuovono concentrazioni più basse di cortisolo, abbassano la pressione sanguigna, stimolano una maggiore attività del nervo parasimpatico, riducendo gli impulsi di difesa di attacco o fuga”, hanno concluso così gli studiosi giapponesi. Inoltre hanno mostrato aumenti significativi della attività delle cellule NK. Queste cellule forniscono risposte rapide alle cellule virali infettate e contrastano la formazione di tumori.

PAESAGGI TERAPEUTICI

Gli alberi curano anche la mente e lo spirito. I terapisti dei boschi suggeriscono una visita nei parchi di mezz’ora al giorno soprattutto a chi vive nei centri urbani. Gli eccessi di tensione, gli scatti di collera verranno ridotti. La depressione diminuirà e si godrà di una maggiore vivacità e creatività.

Prima di varcare l’ingresso del parco si può raccogliere un sasso, simbolicamente metterci dentro un proprio problema, e lasciarlo lì. Al ritorno dall’immersione nella Natura, si può decidere se riprendersi il sasso e portarselo via. Ma nessuno fino ad oggi, dopo un bagno nella foresta, ha avuto ancora il coraggio di farlo.

Beatrice Pallotta

COLTIVARE VINTAGE: I GERANI

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I Gerani sono fiori straordinari, bellissimi, resistenti e facili da curare. Un ampio ventaglio di colori, di forme e di profumi, rende il Geranio la pianta perfetta per balconi, aiuole, ringhiere e per creare piccole “oasi” personali soprattutto in città. Con minimo impegno, la sua coltivazione regala stupende fioriture a tutti, anche ai meno esperti.

Grazie alla sua versatilità, il Geranio o “Pelargonium”, è una pianta che ben si adatta al microclima tipico delle grandi aree urbane, in grado di sopportare afa e inquinamento, e di sfruttare al massimo l’umidità notturna. Nonostante sia originaria delle zone desertiche dell’Africa australe, della Siria e dell’India, questa pianta dal portamento arbustivo, con i dovuti accorgimenti, può prosperare anche in habitat molto più freddi. In diversi Paesi del nord Europa, come per esempio in Germania, il “Pelargonium” è il fiore da ornamento più diffuso, mentre in Svizzera, addirittura, il Geranio è stato eletto “Il Fiore nazionale”.

Il Re dell’estate

Esistono numerose specie di Geranio, più di 400, con fusti carnosi, foglie con margine dentato e nervature evidenti, fiori con 5 petali, generalmente riuniti in infiorescenze e bacche che portano alla sommità un lungo becco simile a quello di un uccello. Infatti, il nome di origine greco-latina della pianta, Pelargonium, significa proprio “cicogna”, e sottolinea quindi la somiglianza tra il fiore e il magnifico volatile. Oltre ai classici Gerani ricadenti e verticali, esistono Gerani Interspecifici, Gerani Regali, Gerani Odorosi, Gerani Angel e Gerani a Foglia Variegata. Queste piante fioriscono in una vasta gamma di colori e possono avere fiori singoli, semi-doppi o doppi, con un fogliame verde, verde scuro o variegato.

Guida per il Geranio più bello

In generale, i Gerani gradiscono le temperature miti, fino a 25 °C. Crescono molto bene in pieno sole e in ambienti aerati, ma temono i forti venti. In caso di temperature troppo basse, sotto ai 13/15° C, i Gerani dovranno essere alloggiati e riparati dalle correnti. E’ buona norma smuovere la terra dei Gerani periodicamente, in modo da frammentare la crosta della superficie che rallenta l’assorbimento dell’acqua e la respirazione del terriccio sottostante. I Gerani sono semplici da curare, ma per ottenere una magnifica fioritura è meglio osservare le seguenti regole di base:
1) Una semina corretta

I Gerani si piantano in vaso o in terra a primavera inoltrata, fine aprile/maggio. Le fioriere dovrebbero essere capienti, dato che questi arbusti necessitano di spazio e di terra. Una volta predisposto uno strato di drenaggio sul fondo, è preferibile utilizzare una varietà di terriccio pre-fertilizzata, fatta appositamente per le esigenze nutritive di questa pianta, che non necessita quindi di ulteriore fertilizzazione almeno per qualche settimana. Da aprile a settembre si concima ogni due settimane con fertilizzanti liquidi che si somministrano con l’acqua di irrigazione. Durante questo periodo è bene somministrare alla pianta un concime con “macroelementi” quali Azoto, Fosforo e soprattutto Potassio, e “microelementi” come il Ferro, il Manganese, il Rame, lo Zinco, il Boro, il Molibdeno, per una corretta ed equilibrata crescita della pianta e una fioritura abbondante. Durante gli altri periodi dell’anno è sufficiente fertilizzare una volta al mese. Il Geranio resta comunque un fiore africano che da’ il meglio di se’ in luoghi assolati o in ombra parziale. Inoltre, è importante lasciare uno spazio di circa 20 cm tra una pianta e l’altra, quando le si posiziona.

2) Esposizione

La pianta del Geranio, originaria del Sud Africa, ama la luce diretta del sole di una zona esposta a sud.E anche se queste piante riescono a tollerare un’ombra parziale, la regola è: più sole prendono, più fiori producono.

3) Annaffiatura

Le annaffiature dei gerani devono essere effettuate spesso. Durante la primavera e l’estate, si annaffia in modo da inumidire completamente il terriccio e si lascia asciugare la superficie prima di effettuare la successiva irrigazione. Durante i periodi più freddi, si irriga di tanto in tanto, per evitare che il terriccio si essicchi. E’ possibile ricorrere a speciali soluzioni elettroniche auto-innaffianti, oppure al classico metodo “handmade”delle bottiglie di plastica rovesciate. (Basta riempire d’acqua una bottiglia di plastica, dopo aver bucato il tappo ben chiuso con dei piccoli fori aiutandosi con uno spillo rovente, per poi introdurla capovolta nel terreno del vaso. A questo punto, un altro buchino sul fondo della bottiglia sarà necessario per permettere all’acqua di scendere lentamente nel terreno. E’ un sistema di auto-innaffiatura della durata di due, tre settimane al massimo).

4) Rimuovere fiori e foglie secche

Rimuovere regolarmente fiori e foglie morte, così come i rami secchi, rende il Geranio più bello, lo mantiene in salute e stimola la formazione di nuovi fiori. Esistono delle varietà “auto-pulenti” i cui fiori appassiti cadono da soli prima di produrne di nuovi. Durante la formazione dei boccioli è meglio ombreggiare la pianta per ottenere fiori più colorati.

5) Corretto Svernamento

I Gerani perenni fioriscono di nuovo se tagliati ad un’altezza di approssimativamente 15 cm e se spostati a trascorrere l’inverno in un luogo luminoso e lontano dal gelo. Durante questo periodo di riposo la pianta richiede pochissima acqua. All’inizio della primavera formerà nuovi e vitali germogli.

I Gerani si riproducono per talea.

Decorare con i Gerani

In casa è subito primavera se esponiamo qualche bel Geranio accanto alle finestre! Il Pelargonio infatti può essere coltivato anche in ambienti interni, in perfetto stile green urban, purchè possa ricevere luce solare in abbondanza. In mancanza di un’ illuminazione naturale sufficiente, si può ricorrere all’impiego di lampade da 40W – distanziate dalla pianta da 30 cm – per circa 12/14 ore. Il terreno dei vasi dovrà essere perfettamente drenante, privo di ristagni idrici, dato che sviluppo e fioritura possono essere compromesse da eccessi di umidità. E’ sempre bene lasciare asciugare completamente il terreno prima di somministrare nuova acqua alla pianta.

Il “Pelargonium grandiflorum”, o Regale, è il Geranio più indicato per le coltivazioni all’interno delle pareti domestiche. Questo arbusto produce fiori giganti, maestosi, regali appunto, i cui colori variano dal lilla, rosa, bianco, al rosso-viola, con sfumature centrali e nelle venature. Contrariamente al Geranio Peltatum, ai Gerani Zonali e ad altri Gerani, questa specie non fiorisce in estate, ma ad inizio primavera. Sistemati in un luogo soleggiato e fresco della casa, i Gerani Regali rappresentano una tradizione storica che ha origini nel XVII secolo, quando in Inghilterra vennero selezionati come pianta d’appartamento. Il Geranio Regale può essere piantato anche all’aperto, ma essendo abbastanza sensibile, richiede sempre una collocazione che lo mantenga protetto dalla pioggia e dal vento.

Geranio Summer Party

Anche vivendo al centro delle città, basta un balconcino o un piccolo ballatoio a ringhiera per creare una mini-oasi personale, coloratissima, allegra, e soprattutto rigenerante! Con l’aiuto dei magnifici Gerani e di altre piante fiorite e profumate, non è difficile allestire un “giardino segreto” in un appartamento, approfittando anche degli spazi più piccoli. Abbinando con fantasia e creatività Gerani di tutti i tipi con vasi originali e contenitori riciclati, arredare in perfetto stile “urban green”è davvero facile e divertente. Ad esempio, raccogliere sulla tavola fiori in vasi di vetro, oppure in bottiglie di diverse fogge e dimensioni, rende subito l’atmosfera più calda ed avvolgente, ideale per una romantica cenetta a due. Oppure si possono utilizzare cestini intrecciati e fioriere ricolme di Gerani da posizionare sulle mensole a muro, per rendere una serata con gli amici un vero “Geranio Summer Party”! Per uno stile più “country” si possono utilizzare delle semplici cassette di legno per frutta riproposte come contenitori per piante. In cassetta si possono piantare, accostati fra loro, Gerani Odorosi, erbette, verdurine: un vero orto di “campagna” nel cuore di una città!

Altro..

Gerani…da mangiare! Le foglie e i fiori dei Gerani Odorosi sono commestibili. L’aroma degli oli essenziali estratti dal fogliame e dalle infiorescenze è un tocco raffinato da chef stellato per i piatti di carne, per le insalate, per i dolci, per le tisane. Per esempio, i Gerani Rose donano una nota sofisticata a tutti i dessert, marmellate e dolci al cucchiaio. Quelli chiamati “Menta piperita”invece, rendono briosa qualsivoglia bevanda, come tè, spremute, centrifugati, cocktails. Inoltre, una volta lasciati essiccare con le loro foglie, i fiori degli Odorosi possono essere utilizzati per preparare una miscela profumata per pout-pourris o sacchettini.

Proprietà curative I principi attivi delle radici del Pelargonium originario della Regione del Capo del Sud Africa, sono utili per il trattamento delle malattie respiratorie. Gli oli essenziali in certi tipi di Gerani profumati, inoltre, diluiti in vasca da bagno o per mezzo di diffusori, sono indicati per stemperare depressione e stress.

Colori & Significati Secondo il linguaggio dei fiori e delle piante, il significato del Geranio varia in base al suo colore, o alla sua tipologia. Per esempio, il Geranio rosso è simbolo di conforto, mentre quello rosa suggerisce la nascita di un nuovo affetto. Il Geranio Edera rappresenta l’amicizia e quello rampicante la fedeltà.

Basta zanzare! Il Geranio Odoroso al limone e quello all’arancio possono realmente tenere lontani i fastidiosi insetti estivi, come le zanzare e le vespe, grazie all’aroma degli oli essenziali contenuti nelle loro foglie. Queste piante rilasciano il loro profumo, per gli umani molto piacevole e inebriante, ma che per zanzare, vespe e altri insetti fastidiosi, è invece un efficace repellente.

Un antidoto naturale contro la farfalla killer. Per eliminare la famigerata farfalla mangia-gerani, già da aprile spruzzare le piante con questa soluzione naturale: in un bicchiere di acqua lasciare macerare per una notte un cucchiaio di peperoncino macinato e due spicchi di aglio a pezzettini. Filtrare con un colino e spruzzare fusti e fogliame.

Dopo un paio di giorni è bene ripetere l’irrorazione del geranio e le farfalle, nauseate dell’odore, spariranno. Ripetere di tanto in tanto, sempre quando si notano forellini sulle foglie. Questo preparato allontana anche le zanzare ed altri ospiti indesiderati.

Beatrice Pallotta

GLI ITALIANI E IL GIARDINAGGIO:”THAT’S AMORE!”

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Coltivare la terra del nostro Paese è bello. Secondo i dati della Coldiretti, 6 italiani su 10 amano il giardinaggio, e superano i 5 milioni quelli che lo praticano attivamente, prendendosi cura in prima persona di giardini, balconi e orti. Ogni anno questa nuova tendenza – che ha già spopolato in America e in Inghilterra – produce un giro d’affari di oltre due miliardi di euro, un business davvero incredibile, sostenuto in parte dal recente boom degli orti urbani. (Come sappiamo, su tanti terrazzi e balconi metropolitani, insalata, zucchine e peperoncini, hanno occupato il posto di gerani e margherite, e dove c’erano le rose, ora si possono cogliere… le erbette aromatiche!) L’orto casalingo e il giardinaggio sostenibile sono trend diffusi soprattutto tra i giovani e gli stranieri, una fresca “rivoluzione verde”creativa e innovativa, che ha adattato la tradizionale concezione dell’orto “di campagna”, e più in generale del giardinaggio, agli attuali standard cittadini e alla tutela di salute e ambiente. Anche le iniziative pubbliche a sostegno delle coltivazioni biologiche urbane si moltiplicano, grazie ai vari comuni che mettono a disposizione dei cittadini terreni di cui usufruire gratuitamente.

GLI HOBBY FARMERS SONO GIOVANI

Progettare un orto in appartamento è semplice e divertente. Non occorrono grandi spazi, sarà sufficiente un angolo di una stanza, o una mensola in cucina, o una porzione di balcone, a patto si scelga un ambiente ben illuminato e arieggiato. Si può iniziare utilizzando una cassetta di plastica per la frutta, rivestita all’interno da fogli di giornale. Si procede poi spargendo un buon terriccio naturale uniformemente all’interno della cassetta. Qui si possono piantare i semi o piantine appena germogliate. Oppure come suggerisce la Coldiretti: “Chi non ha grandi disponibilità di terra può dare lo stesso libero sfogo al proprio amore per la “zappa” grazie a soluzioni alternative come l’orto portatile da tenere con sé anche in ufficio, quello verticale che si si sviluppa su pareti di panno e tessuto, l’orto ‘ecologico’ che ricicla materiali di scarto come le bottiglie e i contenitori di plastica oppure quello rialzato ‘a carrello’ per chi ha maggiori difficoltà a piegarsi”. Insomma,l’orto urbano risponde a richieste ed esigenze diverse. Come sottolinea la Coldiretti: “Si tratta di una passione con una diffusione trasversale tra uomini e donne, fasce di età e territori di residenza, anche se dall’analisi emerge una percentuale più alta tra i giovani rispetto agli anziani e tra le donne rispetto agli uomini, con una presenza anche di stranieri. Le motivazioni degli hobby farmers vanno dalla passione di lavorare all’aria aperta alla voglia di vedere crescere qualche cosa di proprio, dal gusto di mangiare od offrire a familiari e amici prodotti freschi, genuini e di stagione, al desiderio di risparmiare senza rinunciare alla qualità“.

LA “RIVOLUZIONE VERDE”

Per realizzare un orto tradizionale a terra di circa 20 metri quadrati si investono 250 euro circa, per acquistare terriccio, vasi, concime, attrezzi, reti per delimitare le coltivazioni, sostegni vari, sementi e piantine. Per coltivare su terrazzi e balconi occorrono invece poche decine di euro. In ogni caso individuando lo spazio giusto e la stagionalità, conoscendo la terra di cui si dispone, scegliendo attentamente semi e piantine, si ottengono sempre buoni risultati. Ma c’è in Italia chi, nel giardinaggio, investe molto di più. Secondo la Coldiretti, la nuova “rivoluzione verde” si avvale moltissimo di nuove tecnologie e macchinari innovativi: “Un successo quello degli orti che ha importanti effetti sul mercato e sull’occupazione: infatti le vendite di macchine per il giardinaggio hanno registrato un incremento delle vendite del 7,3% per i trattorini e addirittura del 18,5% per i rasaerba robotizzati, per non parlare delle serre e dei vivai dove gli italiani vanno a rifornirsi di piante e fiori grazie ad un settore che oggi conta su 100mila addetti, con un giro di affari che sfiora i 3 miliardi di euro all’anno”. La “rivoluzione verde” riguarda naturalmente anche le persone che non hanno alcuna esperienza nelle tecniche di giardinaggio. Gli aspiranti coltivatori diretti si affidano ai consigli di parenti e amici già esperti, alle riviste di gardening, oppure ingaggiando un “personal trainer”o tutor, per una consulenza a domicilio a pagamento.

UN ROBOT TUTTOFARE

La tecnologia sta semplificando sempre di più le attività del giardinaggio, conquistando consensi da parte dei neofiti. Infatti gli attrezzi necessari e i macchinari, sempre più evoluti ed utili, sono di grande aiuto ai principianti. Per i giardini esistono tagliaerba, motoseghe e decespugliatori davvero molto semplici da usare, le cui vendite sono in deciso aumento. Di recente diffusione, i robot da giardino sanno svolgere un’infinità di compiti, sostituendosi al 100% alla tradizionale figura del giardiniere. I robot sono il non plus ultra per gli amanti delle nuove tecnologie e per chi ha poco tempo. Richiestissime dai pollici verdi più aggiornati troviamo le macchine per “lavorare” sui prodotti di scarto e il compost, come biotrituratori, idropulitrici e aspirafoglie. Un altro apprezzato macchinario ecologico è il crea pacciamatura, che permette di tagliare l’erba, sminuzzarla e restituirla al prato pronta per essere utilizzata come fertilizzante naturale e per mantenere in salute il terreno sottostante. La passione per il gardening scorre anche sui telefonini via internet, che abbonda di App per Android e di calendari di coltivazione, per una perfetta riuscita di nuove semine e piantagioni varie. Tanti i siti specializzati e i forum di discussione. Sono online social-network specifici, come il cliccatissimo “Grow the planet”ad esempio, che consentono agli utenti di condividere le proprie esperienze sul giardinaggio, e di scambiare consigli sulle tecniche da adottare.

IL GIARDINIERE, UN MESTIERE AL TOP

A confermare che il giardinaggio sia una nuova espressione italiana spiccatamente in crescita, vengono le statistiche. Secondo i sondaggi la figura del giardiniere professionista affascina sempre di più i giovani e i meno giovani, e sono in costante aumento i lavoratori del settore, ben 3.554 in più in cinque anni, ma in realtà la stima è in difetto. “Resta difficile quantificare il numero dei giardinieri – spiega così l’Associazione Italiana Centri Giardinaggio – È una professione che in Italia esiste da tanti anni, anche se è stata spesso considerata un’attività secondaria. Ma sono numerosi i lavoratori che rendono bello il paesaggio: i vivaisti, i fioristi, gli architetti. Siamo comunque presi come esempio in tutto il mondo. I giardinieri sono sempre più richiesti. È un momento felice per il “mondo verde”. Soprattutto per il Nord. Anche al Sud ci sono delle eccellenze”. Il florovivaismo e la cultura degli orti Made in Italy sono un’eccellenza del nostro Paese. Tra le regioni, le più attive nel giardinaggio troviamo la Liguria, la Toscana, il Lazio, la Campania, la Puglia e la Sicilia, al top della classifica verde. La Liguria è prima per le piante aromatiche e alcune piante fiorite tipiche da esterno; il Piemonte per le piante acidofile; la Lombardia per le latifoglie e le conifere; la Toscana per la varietà di alberi e arbusti tra cui le conifere, gli alberi a foglia caduca e sempreverdi, gli alberi da frutta ornamentali; il Lazio per le piante mediterranee; la Sicilia per le piante mediterranee, gli agrumi ornamentali, le piante grasse e le palme. Per quanto riguarda le piante in vaso e da vivaio, la produzione è prolifica in diverse altre regioni. Le esportazioni floreali italiane sono richiestissime in tutta Europa, in particolare da Germania, Gran Bretagna, Belgio, Svizzera e Turchia.

UN ORTO SULL’ALBERO

L’hobby del giardinaggio dilaga, spuntano palmeti, limonaie e tralicci di vite su terrazzi e cortili. La fantasia e il talento si ingegnano per trovare nuove soluzioni verdi salva-spazio, orti e boschi si arrampicano su muri verticali di balconcini e sulle pareti di palazzi urbani all’avanguardia. Ma c’è anche chi, a dispetto di mattoni e cemento armato, guadagna spazio con un metodo davvero originale ed ecosostenibile. Un artigiano di Reggio Calabria, Francesco Mangano, ha inventato infatti “l’Orto sull’albero”: i suoi vegetali crescono a 3 metri di altezza, al riparo da attacchi di insetti, funghi e animali selvatici. Il progetto dell’Orto sull’albero risale al 2000, quando l’ingegnoso calabrese innestò per la prima volta una pianta sul Solanum mauritianum, un albero originario del Sud America. Oggi il suo progetto è attenzionato ed imitato dagli osservatori di botanica di tutta Europa ed oltre. Il suo Orto sull’albero produce 10 varietà diverse di pomodori – tra cui corallini, ciliegini e San Marzano – e otto tipi differenti di melanzane: dalle bianche e viola dolci alle variegate. Coltivati tra i tre e i sei metri d’altezza, questi vegetali sospesi hanno la stessa qualità di quelli di terra, ma sono estremamente resistenti e longevi. Il costo di produzione è molto basso: “Il Solanum non ha bisogno di concimi e veleni perché ha radici lunghe e si abbevera dell’acqua presente nel terreno – ha dichiarato l’artigiano -. C’è quindi un grande risparmio idrico: basta innaffiare la pianta solo ogni 15 giorni. Gli alimenti che ne escono resistono a insetti, funghi e animali selvatici, perché si trovano a un’altezza impossibile da raggiungere. Quando questa pianta mi è stata regalata non immaginavo che sarebbe cresciuta così tanto, E invece è diventata altissima, più di sei metri! Inoltre mi sono accorto che faceva dei fiori simili a quelli dei pomodori ed ho scoperto che è della stessa famiglia, così mi è venuta l’idea di innestare una piantina di pomodoro su ogni ramoscello di questo albero. Pensi che su alcuni altri Solanum che poi ho aggiunto nel mio giardino sono riuscito a mettere fino a cinquanta innesti. Ho aggiunto anche le melanzane, talvolta mettendole insieme ai pomodori sullo stesso albero. Se avessi dovuto piantare in piena terra tutti questi ortaggi avrei avuto bisogno di un bel po’ di terreno libero. Questa idea che ho messo in pratica devo dire che è ben riuscita, come dimostra il successo che sta avendo ovunque”.

L’ABC DEL “GIARDINAGGIO SOSTENIBILE”

Per praticare il gardening sostenibile in linea con i tempi, si seguono alcuni concetti di base:

a) I parassiti si trattano solo ed esclusivamente con mezzi naturali. Lo stesso discorso vale per i fertilizzanti, che saranno“compost”o comunque organici, mai chimici.

b) Si deve imparare a “compostare” in casa, con gli avanzi della cucina e gli scarti del giardino. Il compost ricicla, e fa benissimo alle piante e all’ambiente.

c) Recuperare l’acqua piovana il più possibile per innaffiare. Non si spreca l’acqua, e si risparmia in bolletta!

d) Meglio coltivare le piante native del posto dove si vive. Le piante autoctone sostengono la biodiversità e sono le più resistenti.

e) Per limitare le erbe infestanti si usano fogli di giornali distribuiti sul terreno da trattare. L’inchiostro, assolutamente atossico, assorbito dalla terra, sfavorisce la crescita di piante indesiderate.

f) Auto produzione del cibo.

g) Nutrire il rispetto per gli animaletti del giardino! Api, moscerini e simili, regolano benessere all’ecosistema e funzionano come antiparassitari naturali. Non vanno allontanati.

h) Riciclare gli attrezzi quando è possibile, e puntare sul vintage per quanto riguarda i contenitori.

Un giardino, o balcone o terreno sostenibile, si basa soprattutto su 3 parole:“Riduci, riusa e ricicla!” (a cura di Beatrice Pallotta)

Una ricarica di energie e vibrazioni “pronte all’uso”

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Come aumentare l’energia vitale in questo periodo letargico con metodi assolutamente naturali

Sentirsi stanchi a fine giornata, soprattutto durante il passaggio di stagione, è un disagio assai diffuso. Il crollo a metà pomeriggio colpisce quando l’energia vitale diminuisce, e l’intero organismo col crepuscolo inizia a prepararsi alla fase del riposo, come è giusto e naturale che sia. La gestione del ciclo attività-riposo del moderno homo sapiens si è molto distanziata dall’ideale suggerito dalla Natura. La sera e la notte sono oggi spazi per nuovi lavori e divertimenti, e la giornata “del fare” è una possibile, infinita, “h.24”. L’energia vitale, a questo punto, non basta mai. Snack e caffeina forniscono quel che basta per tirare avanti per un po’, ma sono espedienti dannosi per la salute, il cui effetto è evanescente. Utilizzando però un approccio olistico e naturale si ottengono risultati migliori, che riforniranno ogni nostra cellula di sprint, salute e buon umore in pochi minuti.

COS’E’ L’ENERGIA VITALE

L’energia vitale è ciò che caratterizza la manifestazione della Vita, nei suoi molteplici aspetti, visibili e non. Per una vita sana e colma di benessere è indispensabile saper intuire il proprio livello energetico (cosa relativamente semplice, istintiva per la maggior parte delle persone) ed essere attenti in un’adeguata gestione dell’energia vitale, al fine di mantenerla qualitativamente elevata.

Riportiamo qui qualche suggerimento per stimolare nuove energie “pronte all’uso”.

L’ASCOLTO”DEL CIBO. Nei momenti di crisi energetica sostituire le merendine zuccherine con una manciata di pistacchi o noccioline, oppure di uva passa, a cui aggiungere eventualmente un frutto di stagione. Più in generale è bene aumentare il consumo di frutta e verdura nella dieta quotidiana, evitando tutto ciò risulti “pesante” da digerire. Eseguire i test sulle intolleranze alimentari può essere di aiuto, ma ascoltandosi bene ciascuno di noi è in grado di percepire cosa appesantisce e cosa ci rende più attivi. Ascoltare se stessi, avere più fiducia del proprio istinto e delle sensazioni che il corpo ci invia, è un allenamento alla cura di se’ molto importante.

LA RICARICA DI “O2”. Almeno una volta al giorno, (meglio alla mattina, ma è utile in qualsiasi momento di stanchezza) trovare un proprio spazio per ri-centrare l’attenzione all’interno di se’. Bastano 10 minuti di vero rilassamento, con gli occhi chiusi, rilasciando il più possibile le tensioni muscolari, dal collo via via verso le gambe ed i piedi. La respirazione sarà profonda, senza mai forzare. Quando si respira intensamente, si utilizzano i polmoni alla loro piena capacità, prendendo circa 5.000 millilitri di aria per ogni inalazione. La respirazione superficiale ne carica solo 500.

IL MASSAGGINO. La pelle, piuttosto che essere un confine statico tra i mondi interni ed esterni, è il sensore dinamico dell’ambiente. L’epidermide esplora l’esterno ed informa l’interno. In questa chiave si inserisce la pratica del massaggio, che attenuando tensioni e stress prodotte dal contatto con l’ambiente, invia all’interno stimoli benefici, volti a rimettere in equilibrio il sistema endocrino e quello nervoso. L’auto massaggio può essere praticato ovunque ed in qualsiasi momento. E’ bene soffermarsi con i movimenti delle mani sulla testa, ai suoi lati e sulla nuca, per poi scendere al collo e sulle spalle. Poi le braccia, le gambe, i piedi.

I SUONI PRIMORDIALI. È possibile sfruttare il  potere del suono per ricevere la sua energia vibrazionale. Ascoltare una musica stimolante (o suoni primordiali) può calmare ma anche eccitare. Emozioni e sistema nervoso, a seconda del ritmo e frequenza di ciò che si ascolta, possono essere pilotati dal suono. Vanno benissimo cuffiette e lettore mp3. Se possibile, accompagnare i suoni con i movimenti del corpo coadiuva i suoi effetti benefici. Ci sono sequenze di toni vibrazionali, reperibili anche su You Tube, dedicate ai Chakras energetici e al loro benessere.

UNA BOCCATA D’ARIA. Stare all’aperto e godere della luce naturale, ricarica di energie positive. Passeggiare, portare il cane a spasso, fare una corsetta di 5 minuti, o anche semplicemente sedersi in balcone, disintossica, rilassa, e devia il pensiero verso altri orizzonti, lontani dall’ufficio e dagli impegni scolastici.

IL NON PLUS ULTRA. Un’attività fisica periodica e delle pratiche di benessere basate sul corpo, sono degli ottimi coadiuvanti per mantenere pulizia e fluidità sul piano energetico e apporta benefici direttamente a tutti gli organi. Nello specifico, yoga e bioenergetica sono le attività migliori, senza nulla togliere alle pratiche cinesi, il Tai Chi, Qi Gong ed altri, naturalmente!

a cura di Beatrice Pallotta

MINDFULNESS Vs MEDITAZIONE

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Negli ultimi anni il progresso delle scoperte delle neuroscienze ha segnato l’affermazione scientifica dell’approccio olistico per la cura della salute psico-fisica del genere umano. In particolare, le benefiche tecniche del respiro della meditazione orientale sono al centro di nuove ricerche italiane e americane. La pratica “Mindfulness”, o “consapevolezza”, dopo aver letteralmente spopolato negli Stati Uniti, si sta diffondendo anche in Italia, accendendo l’interesse della scienza “ufficiale”. Ma quali sono le differenze tra la “nuova” pratica pop e la millenaria meditazione orientale?

La Mindfulness è una tecnica di meditazione che lega la millenaria tradizione buddhista alla psicologia scientifica occidentale, senza però indurre il rilassamento profondo, ne’ stati di “trance”. Con Mindfulness si intende consapevolezza, attenzione al momento presente. E’ la meditazione del “qui e ora”, che non si propone di allontanare la coscienza verso il sopore di “viaggi” spirituali o il vuoto mentale, ma che la connette esattamente con se stessa.

Il momento presente è il solo momento di cui disponiamo, è la porta di ogni momento.”

ThichNhat Hanh

Il percorso della Consapevolezza è un cammino di crescita personale, che si propone di centrare i seguenti obiettivi:

  • Essere pienamente presenti in ogni attimo di vita
  • Abbandonare il passato al passato
  • Lasciare che le fantasie sul futuro si dissolvano
  • Astenersi dall’auto-giudizio e giudicare gli altri
  • Mantenere le emozioni sotto controllo
  • Saper rispondere invece di reagire istintivamente
  • Rafforzare la connessione con tutte le parti di se stessi

La Mindfulness è una pratica che non richiede alcuna ispirazione spirituale, ne’ “centratura del cuore” particolare. E’ però molto importante che venga presentata e insegnata senza improvvisazioni, e da persone che abbiano già acquisito con l’esperienza la Consapevolezza necessaria.

Gli Dei non sanno pronunciare falsità, perchè devono essere ogni parola.” Eschilo

MEDITAZIONE

La Meditazione è una pratica antichissima che conduce le persone ad andare oltre la loro stessa personalità, sperimentando il contatto con il vero Sé, e la connessione di questo con la realtà, visibile ed invisibile. Le tecniche di Meditazione moderne non si sono distaccate dall’antica pratica millenaria. Potrebbero essere molto semplici, come concentrarsi su un fiore e ricevere tutta la bellezza e l’energia di quel fiore. Oppure assumere forme e scopi più complessi, come addestrare la mente ad espandersi, ad essere più ricettiva e concentrata nel momento presente.

Conosco una sola libertà, la libertà della mente.” Antoine de Saint-Exupery

La Meditazione conduce alla calma profonda, connette con la Spiritualità, dona chiarezza mentale, tranquillità emotiva, e rilassamento di tutto il corpo. La Meditazione può avvenire in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento, anche se le prime ore del mattino offrono le atmosfere migliori, e all’alba il corpo è ancora in stato di riposo e di auto-rigenerazione. (I monaci praticano dalle 3 del mattino fino alle 6.)

Tutte le difficoltà dell’uomo sono causate dalla sua incapacità di mettersi a sedere da solo in una stanza nella completa quiete” Blaise Pascal

LA DIFFERENZA TRA CONSAPEVOLEZZA E MEDITAZIONE

La Meditazione è consapevole per natura, sebbene spinga la mente ad andare oltre. La Mindfulness è quindi un aspetto della Meditazione, una sua forma, che si basa sulla presenza mentale, e non induce verso profondi viaggi spirituali o cambiamenti di coscienza.

La meditazione è una delle più grandi arti della vita, forse la più grande, e non la si può imparare da nessuno, questa è la sua bellezza.
Non c’è tecnica e quindi non c’è autorità.
Quando imparate a conoscervi, quando vi osservate, osservate il modo in cui camminate, in cui, mangiate quello che dite, le chiacchiere, l’odio, la gelosia, l’essere consapevoli di tutto dentro di voi, senza alternativa, questo fa parte della meditazione.”
–Jiddu Krishnamurti

a cura di Beatrice Pallotta

SPECIALE ASTRONOMIA: LE FOTOGRAFIE ASTRONOMICHE DELL’EPOCA VITTORIANA

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Il lungo regno della regina Vittoria (1819-1901) ha caratterizzato un’epoca coincidente con l’idea stessa di progresso e con uno straordinario sviluppo tecnologico. L’epoca vittoriana inglese si estese in tutta Europa dal 1837 al 1901, inaugurando nel mondo l’avvento della “cultura di massa”. Qui riportiamo una panoramica delle fantastiche immagini astronomiche vittoriane, tra le prime della storia della fotografia.

(a cura di Beatrice Pallotta)

LE SUCCULENTE, LE PIANTE DEL DESERTO

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Le piante grasse hanno un aspetto misterioso e magnetico che le rende simili ad opere d’arte vegetali. Alcune di esse sembrano sculture viventi e possono raggiungere dimensioni maestose e forme estremamente suggestive; altre sono così piccole e perfette da poter esser scambiate per sassolini o frammenti di rocce pluviali.

La botanica definisce le piante grasse anche come “succulente” per via del loro aspetto carnoso, denso di succhi e di linfa, che dipende sostanzialmente dalla capacità dei tessuti interni di conservare l’acqua. Alcune specie, come gli splendidi Cactus, sono ricoperte di spine e patine pelose che diminuiscono l’evaporazione esterna, rendendole in grado di sopravvivere alle condizioni ambientali più avverse e disparate.

A FIOR DI CACTUS

Le succulente vivono con poco, ma ci regalano tanto: fioriture magnifiche, resistenza, longevità, bellezza. Sono piante che creano atmosfere speciali se inserite in paesaggi ideati ad hoc in giardini, balconi, davanzali. Come in una miniatura perfetta, si può ideare attorno alle succulente una sorta di “landscape” naturale, un habitat il più possibile aderente alle zone originarie delle piante, come un piccolo scenario messicano o una mini riproduzione di un paesaggio boliviano, ad esempio. Le piante grasse sono molto decorative e abbastanza semplici da curare. Vediamo come…

LE PIETRE VIVENTI In natura esistono circa diecimila specie di piante succulente distribuite in tutto il mondo, Italia compresa. Hanno caratteristiche diverse per dimensioni e morfologia: dai tipici Cactus a forma globulare come il “Cuscino della suocera” (Echinocactus grusonii), all’Agave dalle lunghe foglie carnose che fiorisce e poi muore; dai Fichi d’India e i suoi frutti carnosi, all’Aloe dalle spiccate proprietà terapeutiche. Un primo, nutrito gruppo di succulente è formato dalle “Cactacee del deserto”, i gettonatissimi Cactus, che fioriscono se ben coltivati in primavera o in estate. Un secondo tipo di succulente ornamentali è costituito dalle rampicanti e tappezzanti. Tra le più semplici da coltivare e da trovare sono Lampranthus, Crassula e Ceropegia. Un’altra famiglia di succulente particolarmente interessante è quella delle Nane o Mignon. Si tratta di vere miniature vegetali spontanee, delicate ed esigenti, da coltivare con molta attenzione. Tra queste ricordiamo le Lithops, le “pietre viventi”del regno della botanica, e le Conophytum, con fiori autunnali graziosissimi, gialli o rosa.

DAL DESERTO ALLE CITTA’ Per balconi e terrazzini di città la pianta grassa più indicata resta sempre la classica “Sedum”. Ne esistono circa 600 varietà differenti che si adattano perfettamente alla coltivazione in vaso e alle esigenze ambientali più diverse. Il Sedum acre per esempio è l’ideale per rivestire le fioriere poiché il fusto, con fiori gialli e lungo di meno di dieci centimetri, ricade su se stesso; il Sedum anglicum dai delicatissimi e “celestiali” fiori bianchi, è piccolino; il Sedum spectabile invece, che ha i fiori rosa, può superare i 60 centimetri di altezza. La pianta succulenta “Semperiverum”si è adattata con successo alle basse temperature e può resistere in giardino o nei terrazzi durante i mesi più freddi. Questa pianta è molto graziosa, ha fitte rosette carnose di piccole dimensioni, con foglie triangolari e appuntite.

LA COLTIVAZIONE In linea generale la messa a dimora è determinate per la cura delle piante succulente. Scegliere con attenzione il luogo dove piantarle e posizionarle, è il primo passo da compiere per farle crescere rigogliose e sane. Il massimo rendimento si ottiene da succulente dimorate in un posto soleggiato e protetto dalle gelate stagionali, in un terreno drenante. Questi vegetali mal sopportano i ristagni di acqua ed amano al contrario i terreni acidi, porosi, che permettono ad acqua ed aria di fluire agevolmente. Un buon terreno per succulente si ottiene mescolando terra di campo o di giardino, sabbia e terriccio di foglie. Sul fondo del vaso o del suolo si inseriscono sassi di piccole dimensioni per favorire il deflusso dell’acqua. Tutte le piante succulente adorano vivere all’aria aperta e sanno affrontare temperature piuttosto rigide, ma mai inferiori ai 5 gradi. In inverno e durante le notti più fredde vanno riparate al coperto. Allo stato wild, cioè selvatico, le piante grasse abitano luoghi aridi ed assolati dove all’improvviso si scatenano piogge copiose e violentissime. Per essere in linea con le loro abitudini originarie, in coltivazione estiva domestica è bene innaffiarle ogni 5/6 giorni, mentre in inverno la quota d’acqua si può ridurre drasticamente ad un’unica somministrazione mensile. La concimazione si esegue a fine inverno con integrazioni di fosforo e potassio liquidi. Le piante succulente, crescendo lentamente, vanno rinvasate ogni due, tre anni.

Riassumendo…
La temperatura: l’ideale dovrebbe essere ne’ elevatissima nei mesi estivi, ne’ bassissima durante l’inverno. Annaffiature: allo stato spontaneo sono abituate a lunghi periodi di siccità interrotte da vere e proprie alluvioni. Nelle coltivazioni amatoriali, è bene sempre moderare le annaffiature, mantenendo umido il suolo nel periodo invernale con 1- 2 bagnature al mese, per poi arrivare progressivamente a 4-5 bagnature nei mesi più caldi. Terreno: i substrati migliori sono permeabili e porosi, al fine di evitare pericolosi ristagni idrici: quasi tutte le piante grasse prediligono un terreno acido e sono consigliate miscele con materiale drenante come sabbia o lapillo.

IL “WILD” PARLA ITALIANO Il Professore in Scienze naturali Andrea Cattabriga, uno dei massimi esperti internazionali di piante succulente, ha introdotto in Italia il metodo di coltivazione “Wild”, letteralmente “selvatico, spontaneo, selvaggio”. Il Wild riproduce l’habitat di provenienza delle piante, rispettandone le origini ed osservando le regole del suo ecosistema naturale. La coltivazione Wild è stata estesa dai Cactus a moltissime altre specie vegetali, imponendosi come il nuovo must del giardinaggio più all’avanguardia. Ecco come Cattabriga descrive il suo sistema naturalistico, oggi tra i più seguiti ed apprezzati al mondo.

Il Wild , per quanto mi riguarda è un vero e proprio stile di coltivazione che vuol riprodurre le condizioni in cui si trova una specie di pianta nel suo habitat originario. In Italia la passione per le succulente è relativamente recente ed è stata tutta ereditata dai tedeschi e dagli inglesi che alla fine dell’800 fondarono i primi stabilimenti di produzione in Liguria: torba, terra di faggio, letame e altri materiali organici sono sempre stati la base per la coltivazione di queste piante. I risultati ottenuti nel tempo sono stati eccellenti perché tra tutte le piante, le succulente sono particolarmente avide di azoto che le induce a vegetare in modo esuberante, per cui lo standard delle produzioni vivaistiche è stato rappresentato da piante di colori accesi e ben pasciute, anche se tali forme sono ben lontane da quelle naturali. Senza nulla togliere al valore delle piante succulente ottenute con queste tecniche che io definisco “a regime di forzatura” (ma si tratta pur sempre di piante ornamentali e non alimentari, nel cui caso l’applicazione di concimazioni azotate eccessive a mio parere costituisce una vera e propria frode che pone a rischio la salute dei consumatori), ho deciso di portare avanti uno stile di coltivazione più naturale. Si tratta pur sempre di un artificio ma, se vogliamo, guidato in senso naturalistico. Voglio sottolineare che non entro nel merito del valore di tale scelta: un cactus ipertrofico che eventualmente reca mutazioni indotte può essere estremamente interessante (e perfino “bello”) da un punto di vista ornamentale o collezionistico (e in tal senso, il mio mito personale è Gymnocalycium mihanovichii var. friedrichii ‘red cup’). Ma una pianta coltivata in stile Wild mi racconta storie su mondi lontani e personalmente costituisce una fonte di emozioni vere, e mi riporta al momento in cui ho incontrato una pianta come quella in natura (e dove l’ho lasciata, con grande rispetto).” (Andrea Cattabriga)

DA NORIMBERGA, LA PIU’ BELLA

Per i collezionisti la pianta succulenta più bella si chiama “Perla di Norimberga variegata”. La Perla è una vera Miss Universo della sconfinata dimensione delle “grasse”, e proviene da una famiglia altrettanto attraente, quella delle Echeverie, piantine graziosissime dalle delicate rosette carnose. L’Echeveria Perla di Norimberga o Perle von Nurnberg ammalia e cattura l’attenzione con i suoi colori speciali, sfumature di violet e di bianco panna per i fiori, e per l’intrigante effetto perlato sulle foglie liscissime. La versione variegata va oltre, dipingendo la pianta di un caleidoscopio di colori e di sfumature rari ed emozionanti. Disponibile in Italia dal 2016, la Perla di Norimberga è opera di Richard Graessner di Perleberg, Germania, che la ottenne nel 1930 da un incrocio tra due echeverie messicane, la Gibbiflora metallica e la Potosina. Oltre ad essere bellissima, le sue particolarità sono sviluppo e fioritura molto generosi, e una efficace capacità riproduttiva, per semi o talea. La Perla Variegata si coltiva esattamente come le altre succulente.

LE DOMANDE DEL CACTUS CHE NON AVETE MAI OSATO CHIEDERE

Sebbene siano tra le le piante grasse più conosciute e diffuse al mondo, i Cactus restano sempre circondati da un alone di mistero. Tante sono le perplessità per chi si trova a crescerli per la prima volta: ecco le 7 domande più comuni e le relative risposte sui Cactus… che non avete mai osato chiedere!

1) E’ vero che i Cactus sono indistruttibili?

No, anche i Cactus possono morire velocemente! Il modo più semplice per rovinarli e perderli è l’irrigazione eccessiva, accompagnata da un drenaggio insufficiente.

2) Fioriscono?

I Cactus sono piante in fiore, ma alcuni tipi in particolare producono fiori appariscenti e duraturi come Mammillaria, Gymnocalycium, Parodia, per esempio.

3) Come si ottengono le fioriture in casa?

I Cactus fioriscono se stimolati correttamente secondo i loro cicli biologici naturali, assecondando quindi il “letargo”invernale e promuovendone il risveglio in primavera. Nella vita “immobile” all’interno di una casa o di un ufficio, è assai improbabile che fioriscano. Si può però simulare il ritmo di crescita naturale dei Cactus riponendoli in un luogo fresco e asciutto, ma non buio, (smettendo di innaffiarli completamente, o quasi) per indurli al riposo invernale, per poi inondarli di luce, sole ed innaffiature con l’arrivo della bella stagione. Questa tecnica può dare ottimi risultati e fiori sanissimi.

4) Quali sono le migliori varietà di Cactacee per principianti?

I Cactus che regalano tante soddisfazioni ai neofiti sono tra i più allegri e divertenti, come i Lunari dalle cime coloratissime, rosse o gialle, i Cactus a Pois, noti anche come Orecchie di Coniglio, con cerchietti dorati e forme geometriche e il minuscolo Cactus “Pin cushion”, dagli adorabili fiorellini rosa, semplicissimo da curare.

5) Come si gestiscono con tutte quelle spine?

Le spine non si devono toccare. Bisogna indossare i guanti da giardinaggio o comunque molto spessi. In alternativa si può usare un giornale ripiegato per gestire la parte superiore della pianta.

6) I Cactus sono tutti spinosi?

No, spinosi sono quelli che vivono nel deserto. I Cactus delle foreste sono lisci ad esempio, ma non si trovano facilmente in commercio.

7) Quanto vivono i Cactus?

I Cactus spontanei e quelli coltivati con tecniche “Wild” possono vivere anche per centinaia di anni. In casa raggiungono facilmente i 10 anni.

Beatrice Pallotta

COME CREARE UN ORTO VERTICALE

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Prendersi cura di un orto sul balcone o sul terrazzo, rappresenta uno di quei piccoli piaceri a cui non si dovrebbe rinunciare anche perché, secondo le ultime ricerche della medicina, può rendere realmente la nostra vita più sana e longeva. E’ possibile coltivare un orto in spazi ridottissimi, ricavandolo in ingegnosi angolini domestici, di fronte ad una finestra luminosa o arrampicato su un muro esterno ad esempio, ma anche riservandogli un posto speciale nei locali dove si lavora abitualmente. La vitalità di un piccolo orto rallegra e rinnova qualsiasi abitazione, ufficio, balcone o terrazzino, regalando tutte le sensazioni, i colori e gli odori più inebrianti e salutari che la natura ci può offrire.

Seguire la crescita delle piantine passo dopo passo per poi coglierne i frutti, assaporandoli con soddisfazione personale, è un’esperienza davvero molto piacevole, che sta coinvolgendo un numero crescente di appassionati di tutte le età. L’orto in verticale, vale a dire realizzato su piani rialzati che occupano poco spazio, è l’angolo green ideale per che vive e lavora in città. Questo tipo di coltivazione può essere effettuata su tutte le pareti, quelle laterali di un balcone, i muri di un terrazzo o quelle di casa, selezionando le piante più adatte per un alloggio in verticale.

L’ALBERO DELLA CUCCAGNA!

L’orto verticale, a vedersi, è di grande impatto estetico: è bellissimo come elemento decorativo di qualsiasi ambiente esterno o interno, e dona al contempo le stesse soddisfazioni dell’orto a terra, compresa quella di essere un antistress naturale. Infatti, ricordiamo, che coltivare in prima persona erbe aromatiche, frutta e ortaggi, attiva ed amplifica tutti i nostri sensi:

la vista: i colori della terra, delle foglie e dei frutti sono uno spettacolo vivente!

Il gusto: assaporando gli ortaggi “fatti in casa” del tutto naturali, il palato diverrà più sensibile ed attento, e individuerà più facilmente le sostanze chimiche contenute in altri prodotti commerciali.

Il tatto: mettere le mani nella terra, sistemare e toccare le piantine, sono esperienze rilassanti e rigeneranti, che consentono di entrare in contatto profondo con la natura, tutti i giorni e con semplicità.

L’olfatto: il profumo intenso e la varietà di odori sempre diversi che un orto emana, stimola positivamente l’attività mentale.

L’udito: ascoltare i suoni delle piante mosse dalle brezze, o il rumore romantico della pioggia che batte su foglie e terriccio, è suggestivo e coinvolgente come una dolce musica rilassante….

UNA FATTORIA SULLE PARETI

Il posto giusto per un orto verticale è una parete o più di un balcone o di un terrazzo, oppure un muro interno della casa, scegliendo però con attenzione la parete più adatta agli ortaggi che si vogliono coltivare o, viceversa, di trovare le piante più idonee alle pareti di cui si dispone.

Lo step successivo sarà quello di fissare al muro la struttura portante dell’orto, meglio se ideata con gusto e creatività personali. Si possono riciclare materiali come i pallet, librerie, vecchi scaffali in legno o in metallo, ringhiere, scale con i pioli larghi, cassette della frutta, tasche di tessuto di iuta, di jeans dismessi, a fantasie tropical e jungle, e via dicendo. Oppure optando per una serie di mensole fissate al muro, su cui si poggeranno vasi o fioriere, per ottenere una struttura sobria ed essenziale che sfrutterà al meglio lo spazio in altezza. Un’altra soluzione è quella di appendere direttamente alle pareti vasi, contenitori in plastica, sacchetti, fissandoli efficacemente ad anellini o ganci cementati.

Lo spazio verticale di un pallet, o i vari contenitori disposti sulla parete, vanno riempiti con terriccio universale, oppure di quello più adatto alla specie di ortaggi che si sta per coltivare. Infine si possono mettere a dimora le verdure, piccole piante di frutta di stagione, e altri ortaggi. Ed ecco pronta la nostra fantastica…fattoria in verticale!

CONSIGLI PER GLI ACQUISTI

In commercio esistono strutture di orti in verticale già pronte e dotate di diverse e comode opzioni. Ecco alcuni esempi:

Leroy Merlin sfrutta la verticalità utilizzando giochi di pannelli in legno da intrecciare con fioriere da montare con semplici manovre fai-da-te. Alla struttura dell’orto verticale si possono abbinare altri elementi d’arredo per balconi, come tavolini, ombrelloni, stuoie e cuscini in stile jungle urbano.

Ikea propone un formato di orto ‘tascabile’ alla portata di tutti, un sistema di coltivazione degli ortaggi verticale da sistemare in casa o in ufficio. Si chiama Lokal e si occupa di far crescere gli ortaggi e le erbette tra le pareti domestiche con grande comodità, e impatto idrico-ambientale ridotto al minimo. Le “fattorie verticali” di Ikea si compongono di vassoi e carrelli accatastabili in altezza, per cui sarà sufficiente un piccolo angolo della casa per ottenere grandi risultati.

Obi offre una serie di soluzioni, pratiche e divertenti, di fattorie in verticale, realizzate in legno e pallet. L’azienda specializzata in articoli da giardinaggio Obi si avvale del contributo di internet, dove si possono trovare numerosi video sugli orti in verticale realizzati dalla stessa azienda e da conduttori televisivi.

Sempre online sono presenti numerosissimi idee, dettagli e vendite di aziende di giardinaggio specializzate nella cura e nella progettazioni degli orti casalinghi e del fai-da-te.

COSA E COME PIANTARE

La scelta delle piante da inserire nell’orto verticale è ricca di dettagli importanti e di aspetti da considerare. Le piante rampicanti come zucchine, pomodori o zucche, una volta adulte possono togliere luce ed aria alle altre piante, arrampicandosi o ricadendo verso il basso, e quindi vanno alloggiate con le dovute attenzioni. Le piante perenni come gli asparagi o i carciofi, non sono le più adatte ai mini-spazi di un giardino verticale. Le piante aromatiche invece, come il rosmarino, la salvia, il timo e la menta, sono le migliori per questo genere di coltivazione a parete.

In linea generale, la cura degli ortaggi e delle piante sistemate in un orto verticale non è molto diversa dalle altre. Le piante si concimano nella stagione di maggiore crescita e produzione di fiori e frutti. Vanno annaffiate senza mai eccedere, per evitare i pericoli legati al ristagno d’acqua, come il proliferare di funghi, parassiti e zanzare.

Le piantine aromatiche come il basilico, il prezzemolo, il timo, il rosmarino, sono molto semplici da coltivare, sia in vaso che direttamente nell’orto. Se posizionate vicino alla cucina o alla sala da pranzo diventano comodissime per la loro facile reperibilità e per una degustazione immediata del vegetale…a centimetro zero! Le piantine aromatiche si piantano seminandole, oppure procurandosi le piantine-baby nei vivai e nei mercati da trapiantare direttamente nei contenitori dell’orto. Il terriccio migliore per le aromatiche è composto da metà argilla e metà sabbia. Nell’orto a parete inoltre si possono far crescere diverse varietà di insalata, pomodori, zucchine, cetrioli, peperoni, cipolle, patate, fagioli, fragole, frutti di bosco e persino gli alberi nani da frutto.

HEXAGRO, A MILANO L’ORTO DELLA NASA

Creare un albero dove crescono ortaggi. Bio e sani, con le radici all’aria, per ridurre contaminazioni e malattie. Ecco l’idea realizzata da un team internazionale: Felipe Hernendez, colombiano, Arturo Montufar, messicano, Milica Mladenovic, serba, e Alessandro Grampa, italiano. Hanno formazione e competenze diverse, ma insieme hanno avviato a Milano Hexagro, «Utilizziamo la coltura aeroponica, tecnologia della Nasa. I vegetali sono nebulizzati con l’acqua, che permette alle radichette di assorbire 5 volte di più l’ossigeno e i nutrienti» racconta Alessandro. «Ogni struttura-albero sostiene da 4 a 13 piattaforme di coltivazione, illuminate da lampade a led, con diversi “colori”, adatte a stimolare la fotosintesi. Un albero può ospitare circa 500 piante (che crescono da 3 a 5 volte più velocemente del normale, con 6-8 raccolti l’anno), ha un perimetro di circa 1,5 e un’altezza di 1,30 metri». Il costo di un albero con 4 piattaforme è di 2.500 euro, con 13 circa 4.000. Gli alberi sono di plastica riciclata, alluminio, con componenti elettronici. «Introdurremo materiali biodegradabili come canapa e foglie. Nel nostro business model sono contemplati i ricicli dei materiali». Si tratta di strutture con un sistema automatizzato “aeroponico” finalizzato alla coltura di ortaggi ed erbe aromatiche in un solo metro quadro di spazio. Il sistema sfrutta le tecnologie già utilizzate dalla Nasa che prevedono la coltivazione delle piante senza l’utilizzo di terriccio: qui le radici nude vengono irrorate di acque e di sostanze nutritive di origine biologica, in maniera del tutto automatica. Si possono coltivare fino a 200 piante, mentre secondo i primi test effettuati, l’orto è in grado di produrre fino a 180 chilogrammi di verdura, aromatiche e piccoli frutti l’anno. Con questo sistema si risparmia il 90 per cento d’acqua, ed è l’ideale per l’ambiente urbano.

Beatrice Pallotta

CONNESSIONE CORPO-MENTE, LE NEURO-PERSONALITA’

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Sono state le intuizioni e l’intelligenza di una donna, la farmacologa statunitense Candace Beebe Pert (1946-2013), a confermare scientificamente di come il corpo e la mente siano sempre in perfetta sintonia esistenziale, e di come le emozioni e il modo di pensare influenzino sia il temperamento, che lo stato di salute in generale dell’essere umano. Candace B. Pert infatti scoprì le endorfine, definendole come “le molecole delle emozioni”. Queste sostanze traducono i pensieri e le emozioni in “linguaggio organico”, distribuendo informazioni sensibili a tutte le cellule del corpo. Da questa rivoluzionaria evidenza scientifica e dalla biotipologia nasce il nuovo concetto di “neuropersonalità”, che mette in luce il legame che connette gli ormoni ed i neurotrasmettitori con i “profili” psicologici, somatici e comportamentali degli esseri umani. L’uomo è quindi un network psico-chimico, e da questa nuova visione olistica ha preso origine la PNEI (psiconeuroendocrinoimmunologia), l’innovativa neuroscienza ritenuta oggi rappresentare la massima espressione delle scienze mediche ed umanistiche.

Le neuropersonalità di base si riferiscono ai 3 soggetti “puri”. Grande è la varietà di possibili combinazioni tra i biotipi di riferimento e di questi con la propria vita emotiva (con la propria interpretazione emotiva delle esperienze di vita), ma le 3 neuropersonalità purosangue offrono una prima chiave di lettura e di comprensione della PNEI.

IL NEUROCARBONICO, PERSONALITA’ SEROTONINICA

Il biotipo carbonico ha una grande produzione di SEROTONINA, dato che per genetica ha l’attività intestinale molto pronunciata.( La serotonina viene prodotta dall’intestino per il 90%.)

Il corpo è robusto, gli arti corti, il viso tondo. Il neurocarbonico è un fisico-istintivo. I piaceri della tavola, del sesso, del possesso e del potere sono le sue caratteristiche principali, e l’istinto alla sopravvivenza è dominante.

Quando il neurocarbonico è in fase attiva, quindi sorretto da una buona orchestrazione neuro-ormonale, sarà un dominatore, con grande forza fisica e attitudine al potere. In fase negativa, potrebbe essere invece un passivo, un sottoposto, un qualunquista.

IL NEUROSULFURICO, PERSONALITA’ DOPAMINICA-OSSITOCINICA

Nel biotipo sulfurico il sistema ormonale funziona perfettamente, ed ha una vita emotiva legata alla attività della DOPAMINA e dell’ OSSITOCINA.

Il corpo è armonico, dalle giuste proporzioni. Il viso è quadrato, la mascella è pronunciata. Il cervello emozionale-affettivo è predominante e si esprime con emozioni forti e manifeste. Comunicazione, predisposizione all’amicizia e alle sane relazioni sentimentali, attitudine al gioco ed allo sport, sono le espressività del neurosulfurico in fase positiva. In fase emotiva passiva può divenire dipendente dai legami affettivi, e molto incline a lasciarsi condizionare dagli altri, in coppia e in famiglia, e dalla società. Il neurosulfurico ha bisogno di essere amato.

IL NEUROFOSFORICO, PERSONALITA’ NORADRENALINICA-ENDORFINICA

Il biotipo fosforico si avvale del supporto del sistema nervoso e mentale, e dei suoi specifici neuro-ormoni, la NORADRENALINA e le ENDORFINE OPPIOIDI.

Il corpo è affusolato e gli arti sono lunghi. Il viso è ovale. L’attività cerebrale è molto intensa, e può produrre una gran quantità di acetilcolina e di noradrenalina dall’emisfero sinistro, che stimola la “mente” logica, razionale, organizzativa, e di endorfine dall’emisfero destro, che si esprimono come mente intuitiva, fantasiosa, e di gran sensibilità emotiva.

In fase positiva ed armonica, il neurofosforico sarà logico, razionale, mentalmente forte e sicuro di se’. In fase passiva esprimerà una personalità nervosa, instabile, dall’aria vaga e distaccata dalla realtà. Il neurofosforico ha bisogno di essere riconosciuto.

Beatrice Pallotta

Anche tra gli animali le NONNE sono tutto!

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I nonni sono tra i protagonisti della società moderna. Attenti, affettuosi e generosi, affiancano attivamente le figure genitoriali nel loro complesso ruolo contemporaneo. Ma come si comportano con i nipotini gli animali? I nonni fanno parte della Natura o sono un’esclusiva dell’Homo Sapiens? Scopriamolo insieme…

I nonni rivestono un ruolo speciale in molte società umane, spesso fondamentale per il benessere delle famiglie. (Oggi la percentuale dei bambini di famiglie dove vivono anche i nonni, è passata dal 3% nel 1970 a circa il 9% .) Certi classici comportamenti dei nonni Homo Sapiens, si ritrovano anche nel regno animale. Si tratta per lo più di eccezioni, dato che per la maggior parte degli animali del nostro pianeta, la durata della vita è breve e non consente l’affiancamento di due generazioni. Inoltre, in molte specie la competizione per le risorse è agguerrita, e i membri accettati nel nucleo familiare sono ridotti a mamma, papà e cuccioli: imbattersi in natura in un nonno-animale è quindi abbastanza difficile, ma non improbabile!

Tra i mammiferi che vivono in gruppi sociali molto affiatati, i nonni esistono e si danno un gran da fare, come approfondisce nel suo libro “The Social Behavior of Older Animals“, la zoologa canadese Anne Innis Dagg. La ricercatrice descrive la figura dei nonni del mondo animale e dei loro comportamenti socio-affettivi, mettendone in luce status e ruoli all’interno del branco. Ad esempio, le femmine anziane delle scimmie langur in India, vivono insieme a figlie e nipotini. Queste nonne sono molto attive: difendono i piccoli dagli eventuali attacchi di altri animali, controllano che non si facciano male durante i giochi, e sono addette alle loro numerose toelettature.

Anche molte specie di balene vivono in famiglie che includono nonne e nonni. Secondo la Dagg, le femmine più anziane dei capodogli fanno le nonne-sitter ai cuccioli, mentre le mamme sono in cerca di cibo tra i fondali marini. Le nonne orca invece, vivono ancora per decenni dopo la “menopausa”. La loro longevità e vitalità consente alle nonnine di rivestire a lungo il ruolo di capo-branco, e di guidare l’intera famiglia verso i posti migliori per la ricerca del cibo. L’orca più anziana che si conosca, soprannominata “Nonnina”, è morta nel 2016 ad oltre 100 anni di età!

I gruppi di elefanti sono composti da famiglie matriarcali. I cuccioli vivono sempre vicini alle loro nonne e bisnonne, spesso molte anziane e più che ottantenni! Le femmine di elefante sono affettuose, collaborative e riescono a formare legami molto stretti tra loro, aiutandosi reciprocamente nella cura dei piccoli. In uno studio del 2016 si scoprì che gli elefantini hanno otto probabilità in più di sopravvivere se cresciuti dalle nonne e dalle mamme. Un benefico“effetto-nonna”dovuto in gran parte alla saggezza e all’esperienza di questi magnifici animali. Se ad esempio un piccolo rimane bloccato in una fossa, l’aiuto della nonna sarà esemplare e tempestivo, tanta è la sua esperienza accumulata negli anni.

Altre nonne esemplari sembrano essere alcuni piccoli afidi, e gli uccelli Cannaioli del Madagascar o Acrocephalus sechellensis, dove le nonnine aiutano attivamente le figlie ad allevare i pulcini.

E i nonni? Gli studi effettuati sugli esseri umani evidenziano che la vicinanza di un nonno può migliorare le attitudini mentali dei nipoti e il loro equilibrio. Nel regno animale le cose vanno diversamente. I maschi raramente socializzano con la loro progenie, per non parlare di altri discendenti. “I maschi di solito si concentrano sulla riproduzione e non sulla cura della prole” affermano gli esperti, evidenziando anche gli aspetti aggressivi e territoriali legati al ruolo maschile all’interno del branco. Beatrice Pallotta

LA DIETA KETO, PRECAUZIONI PER L’USO

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La Keto è la dieta più in voga del momento, soprattutto tra attori famosi e bloggers dell’ultimo minuto, come Halle Berry e Kourtney Kardashian. La dieta Keto – abbreviazione di “chetogenico”- comporta il consumo di una certa quantità di grassi, di una quantità scarsa di proteine, e di pochissimi carboidrati e zuccheri, compresi quelli della frutta. L’alimentazione chetogenica promette perdita di peso, aumento di energia e una maggiore prestazione mentale, ma i risultati reali sembrano essere meno significativi. “Le diete chetoniche possono contribuire anche ad una significativa perdita di massa corporea magra insieme alla perdita di grasso – ha dichiarato Melinda Manore, professore di nutrizione presso l’Oregon State University- e come per le altre diete, si tende a recuperare peso velocemente appena si cambia regime alimentare”. Ma c’è di più…

COME NASCE LA KETO?

La dieta Keto fu elaborata dai medici negli anni Venti non per favorire la perdita di peso, ma per l’epilessia. Per ragioni scientifiche ancora oggi non ben chiarite, alimentare il corpo con i chetoni riduce la comparsa delle convulsioni. Una dieta priva di carboidrati, dirotta il metabolismo a cercare carburante direttamente dalla massa grassa del corpo. I grassi si convertono in acidi grassi e poi in chetoni, che possono essere assorbiti e utilizzati per nutrire le cellule del corpo. La dieta Keto venne trascurata dai pazienti epilettici non appena fecero la loro comparsa gli psicofarmaci. In compenso divenne d’ispirazione per diete dimagranti pop e commerciali, come la celebre Atkins degli anni Duemila. Queste diete consentono il consumo giornaliero di 50 grammi di carboidrati, e non sono una novità, anzi, sono bene note!

Una dieta a basso contenuto di carboidrati induce nell’organismo lo stato di chetosi, dove le cellule del corpo dipendono in gran parte dai chetoni per produrre energia. “Ancora non sappiamo come la chetosi porti alla perdita di peso, – ci specifica Jo Ann Carson, Professore di Nutrizione clinica presso il Southwest Medical Center dell’Università del Texas e presidente del Comitato di nutrizione dell’AHA (American Heart Association) – ma la chetosi diminuisce l’appetito e può influenzare l’attività degli ormoni come l’insulina”.

La dieta Keto non ha niente di rivoluzionario. Già nel 2004 il Journal of American Medical Association pubblicò una ricerca che riguardava le diete low-carb, cioè con pochissimi carboidrati. Il confronto avvenne tra diete famosissime a quei tempi, come Atkins, South Beach e Zone, e quelle a basso contenuto di grassi, come la Ornish e Weight Watchers. La ricerca dimostrò che: “Le differenze di perdita di peso tra le diete esaminate sono davvero minime, quasi irrilevanti. Certamente fanno dimagrire come qualsiasi altra dieta, ma nulla di più”. Insomma, le diete Keto non fanno miracoli: “Possono senz’altro aiutarci a dimagrire, ma come tutte le altre diete, ne’ più ne’ meno”, riportano così gli studi effettuati. Come sottolineano inoltre gli esperti: “Un altro problema molto grave è che seguendo una dieta chetogenica, si esclude il consumo di frutta e di verdure, veri toccasana per la salute, in particolare per il cuore. Una dieta sana deve includere una varietà di frutta, verdura, cereali integrali, latticini a basso contenuto di grassi, pollame, pesce, noci e legumi e limitare la carne rossa, grassi saturi e i dolci. Oltre naturalmente alla giusta dose di movimento e di vita attiva!”

Beatrice Pallotta

Giornata della Poesia e delle Foreste nei parchi letterari

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Aprire al mondo quello che è del mondo” è l’obiettivo condiviso del progetto nato nel dicembre 2018 e dedicato alla “Cultura delle Comunità” che custodiscono e accolgono le Riserve Naturali Statali gestite dal Comando Unità Forestali, Ambientali e Agroalimentari dei Carabinieri (C.U.F.A.) e I Parchi Letterari.

La consapevolezza da parte di una Comunità del proprio patrimonio materiale e immateriale, della storia, delle tradizioni e delle peculiarità della filiera agroalimentare, è fondamentale nel lavoro di tutela e salvaguardia dell’ambiente. La difesa sociale più avanzata è quella culturale, strumento di sopravvivenza non solo degli endemismi ma anche delle identità locali.
Una felice collaborazione in linea con i principi di responsabilità sociale e sostenibilità ambientale per “costruire un percorso partecipato e far evolvere le Riserve Naturali Statali e I Parchi Letterari in Riserve culturali”.

Le 130 Riserve Naturali Statali sono gli habitat di notevole pregio naturalistico, preservate e sottratte a degrado e speculazioni, dal Corpo Forestale delle Stato prima, dal Comando unità forestali, ambientali e agroalimentari dei Carabinieri oggi.
I Parchi Letterari (25 in Italia, due in Norvegia, due in programma in Grecia e Albania) sono a loro volta territori caratterizzati da diverse combinazioni di elementi naturali e umani che illustrano l’evoluzione delle comunità locali attraverso la chiave dell’interpretazione letteraria.

Ecco l’elenco di tutti i Parchi
– in allegato i programmi completi –
LOMBARDIA
Parco Letterario Regina Margherita e il Parco Valle Lambro, Parco di Monza
Il Parco Letterario Alessandro Manzoni e Parco Adda Nord (Mi)
Parco Letterario Virgilio: pascoli, campagne e condottieri a Pietole, Borgo Virgilio (Mantova)

VENETO
Parco Letterario Francesco Petrarca e dei Colli Euganei (Padova)

LIGURIA
Parco Letterario “Eugenio Montale e delle Cinque Terre”, Parco Nazionale delle Cinque Terre (La Spezia)

EMILIA ROMAGNA
Parco Letterario Le Terre di Dante (Ravenna)

TOSCANA
Parco Letterario Giosue Carducci, Castagneto Carducci (Livorno)
Parco Letterario Emma Perodi e le Foreste Casentinesi (Casentino, Ar)

MARCHE
Parco Letterario Giacomo Leopardi, Recanati (Macerata)

LAZIO
Parco Letterario Pier Paolo Pasolini, Ostia (Roma)
Parco Letterario Tommaso Landolfi, Pico (Frosinone)
Parco Letterario Marguerite Chapin e i Luoghi dei Caetani, Sermoneta e Ninfa (Latina)

ABRUZZO
Parco Letterario Gabriele d’Annunzio, Anversa degli Abruzzi (L’Aquila)

CAMPANIA
Parco Letterario Francesco De Sanctis (Irpinia – Avellino)

BASILICATA
Parco Letterario Albino Pierro, Tursi (Matera)
Parco Letterario Federico II, Melfi (Potenza)
Parco Letterario Isabella Morra, Valsinni (Matera)
Parco Letterario Carlo Levi, Aliano (Matera)
Parco Letterario Francesco Mario Pagano, Brienza (Potenza)

CALABRIA
Parco Letterario Ernst Bernhard, Ferramonti di Tarsia (Cosenza)

SICILIA
Parco Letterario G. G. Battaglia, Aliminusa (Pa)
Parco Letterario Giuseppe Antonio Borgese, Polizzi Generosa (Pa)
Parco Letterario Pier Maria Rosso di San Secondo, Caltanissetta

SARDEGNA
Parco Letterario Grazia Deledda, Galtellì (Nu)
Parco Letterario Giuseppe Dessì, Villacidro (Su)

NORVEGIA
Parco Letterario Pietro Querini, Røst Norvegia
Parco Letterario Johan Peter Falkberget, Røros, Norvegia

www.parchiletterari.com

a cura di Beatrice Pallotta (fonte Ansa)

I FIORI PIU’ BELLI E FACILI DA COLTIVARE

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Fitto di fiori rigogliosi e profumati, pieno di piante come una giungla: il balcone può diventare motivo di orgoglio per ognuno di noi, riempiendo di allegria e di vitalità anche un terrazzino mestamente abbandonato a se stesso. Coltivare è un’arte semplice e naturale e, ricordiamoci sempre, sono le piante a scegliere noi, e non il contrario. C’è chi ha più feeling con le violette o le dalie ad esempio, mentre altri coltivano con successo i gerani o i nasturzi. I nostri fiori sono un biglietto da visita e, in un certo senso, ci raccontano. E’ importante quindi sceglierli con cura ed “empatia green”, preferendo i più semplici da coltivare per una veloce e meravigliosa fioritura.

ZINNIA

La zinnia è una pianta semi rustica originaria del Messico e dell’area centrale dell’America. I fiori sono raccolti in capolini che vanno dal bianco-verdastro al rosa pastello, al vermiglio, al violetto. Esistono zinnie molto grandi, anche di un diametro di 10-12 cm, mentre in quelle nane si riduce fino a 3-4 centimetri. In genere le varietà più basse vengono coltivate in ciotole, e quelle giganti si possono anche recidere una volta cresciute per decorare la casa. Le zinnie crescono senza problemi in qualsiasi terreno, purché sia ricco di materia organica. L’esposizione dovrà essere in pieno sole, al caldo. Le zinnie non sopportano assolutamente il freddo, ne’ troppe ore d’ombra. Nello scegliere la posizione in cui porle a dimora, preferiamo un luogo ventilato, per evitare l’insorgenza di funghi e muffe che ne comprometterebbero la fioritura.

Aspetti positivi di Zinnia: humor e giocosità infantili; capacità di vivere il bambino gioioso clic sta dentro di noi, leggerezza di cuore, visione distaccata di sé

CALENDULA

Le calendule sono fiori facilissimi da coltivare ed emanano un odore molto piacevole. Le calendule sono “fiori di luce” dalla natura versatile e da una grande capacità di adattamento, sanno sopravvivere in quasi tutti gli ambienti. Le essenze contenute nei loro petali svolgono un’azione repellente per molti parassiti. Sono piante perenni e longeve. La calendula officinalis, chiamata anche fiorarancio o marigold è la specie più diffusa. La crescita è rapida e i fiori hanno una colorazione che va dal giallo al bianco all’arancio. La fioritura dura tutta l’estate fino all’autunno inoltrato. La calendula si usa nel campo della medicina naturale e della cosmesi, e i suoi petali sono commestibili, da gustare in insalata.

La calendula è una pianta antibatterica e antinfiammatoria, utile contro i dolori mestruali, in caso di colite e per le scottature.

IPOMEA (CAMPANELLA)

Le ipomee, chiamate anche “campanelle”, possono essere sia perenni che annuali. Hanno uno sviluppo rapidissimo e fioriscono in rosa, viola, azzurro o rosso da giugno a settembre-ottobre. Tra le più apprezzate la Ipomoea purpurea, che ha una ricchissima produzione di vistose campanelle porpora-viola. I fiori durano un giorno solo, ma se ne aprono molti ogni giorno, se vengono tagliati via via quelli appassiti. Le ipomee formano coperture folte, con foglie tenere, grandi, cuoriformi.
Danno ottimi risultati in vaso, purché questo sia grande e profondo, con diametro minimo di 28 cm. Si arrampicano a qualunque sostegno: tralicci, recinzioni, altre piante. Possono essere utilizzate anche come ricadenti. Le ipomee sono facili da coltivare se vengono piantate in posizioni soleggiate e riparate. Le annuali seccano con i primi freddi.

L’Ipomea Violacea, nota come Morning Glory, è originaria del Messico e del Guatemala, dove i suoi semi venivano utilizzati nei rituali per le loro proprietà allucinogene, causate dalla sostanza nota come LSA. Si tratta di un composto che fornisce una vera e propria percezione psichedelica e allucinogena della realtà, esaltamdo i sentimenti consci e inconsci .

BOCCA DI LEONE

La bocca di leone è una pianta dalla forma particolare. Comprende 40 specie diverse e il suo nome scientifico, Antirrhinum, significa “simile al naso”. In Italia è una pianta assai diffusa e cresce spontaneamente in luoghi sassosi, sui muri, ai bordi delle strade. Le bocche di leone prediligono il sole per regalarci una meravigliosa fioritura. In inverno, meglio ripararle dal freddo.

L’Antirrhinum è una pianta di facile coltivazione in quanto non richiede cure particolari, se vengono protette dalle basse temperature. Sono piante che richiedono una esposizione in pieno sole per poter esplodere in una meravigliosa fioritura.

Diverse sono le proprietà benefiche che nel tempo sono state individuate in questo fiore. Grazie alla presenza al suo interno di mucillagini e glicosidi, questa pianta ha proprietà lenitive, emollienti e antinfiammatorie: per queste sue caratteristiche la bocca di leone viene utilizzata in caso di scottature solari ed eritemi (mediante impiego topico), e contro le emorroidi.

NASTURZIO

Il nasturzio è una pianta rampicante che si può allungare fino a 2-3 metri. Le foglie hanno un caratteristico profumo speziato. E’ molto semplice da coltivare, in balcone, in giardino, in campagna. La fioritura avviene in primavera-estate. I fiori del nasturzio possono essere di un’infinità di colori diversi come il crema, il giallo, l’arancione ed il rosso.

Il nasturzio predilige esposizioni soleggiate, ma va bene anche la semi-ombra. Si consiglia di mantenere il terreno sempre leggermente umido. In estate, specie nelle giornate più calde, aumentare le annaffiature. I nasturzi possono sopportare anche brevi periodi di siccità.

Il Nasturzio officinale è una pianta officinale ricca di acido folico, omega-3 e vitamina K, molto utile come diuretico e digestivo. Inoltre è un’ottima fonte di isotiocianati naturali, preziosi alleati nella prevenzione dei tumori

GIRASOLE

Il girasole è una pianta annuale, che ama il sole e i terreni ben drenati. Si semina in questo periodo, in vasi singoli abbastanza ampi, perché i girasoli hanno bisogno di molto spazio. Bellissimo anche un solo girasole in un angolo assolato del balcone. Esiste una varietà mignon di 50 cm che prende poco spazio.

I semi di girasole sono ricchi di vitamine, ferro e magnesio, sono conosciuti anche per le loro proprietà antitumorali

SHADOW DANCER (FUCSIA)

Le shadow dancer sono le piante ideali per le zone ombreggiate. Appartengono alla grande famiglia delle fucsie, sono arbusti a foglie decidue, con rami ricadenti e foglie verde bottiglia, e sono originarie della Nuova Zelanda e del sud America. Il portamento ricadente di alcune specie le rende ideali per i balconi, dove si coltiva in vaso come esemplare singolo o in cestini appesi. La fucsia vive bene in posizioni fresche, in ombra luminosa, al riparo dai raggi diretti. Non tollera il caldo intenso e il vento asciutto: un colpo di siccità può farla appassire in poche ore. Ama l’umidità, ma non i ristagni radicali

Favorisce il linguaggio migliorando il tono, timbro, melodia della voce e di tutta l’espressione: chiarezza, sicurezza e coraggio nel parlare e nell’esprimere idee, concetti, convinzioni, anche in caso di balbuzie.

LAVANDA

Il nome lavanda deriva dal verbo “lavare”: la pianta deve il nome al suo buon profumo di “pulito ”. Quando fiorisce è un’esplosione di colore, il suo buonissimo aroma si diffonde nell’aria. Le classiche spighe viola che arrivano durante la fioritura sono molto decorative e questa pianta è un’erbacea che non richiede molta manutenzione, si accontenta di poca acqua e non teme la siccità. La lavanda è dunque un fiore che si può tenere anche in vaso, purché si abbia a disposizione una posizione molto soleggiata. Il vaso può avere qualsiasi forma ma deve essere grande, in particolare in larghezza. Durante la coltivazione occorre bagnare con moderazione

I fiori della lavanda sono utilizzati per le numerose proprietà dovute alla presenza dell’olio essenziale (linalolo, acetato di linalile, limonene, cineolo, canfora, alfa-terpineolo, beta-ocimene), tannini, acido ursolico, flavonoidi, sostanze amare. Questi principi attivi conferiscono alla pianta un’ azione sedativa sul sistema nervoso, da utilizzare in caso di ansia, agitazione, nervosismo, mal di testa, insonnia.

DALIA

Oltre ad essere di per sé una pianta dai mille colori, la dalia possiede la qualità di essere davvero molto variegata e sono tantissime le forme tra cui poter scegliere. Quella gigante può crescere addirittura fino a 2 metri! Molto caratteristica è la variante di dalia “pompon”, dai particolarissimi fiori che formano una specie di alveare. Tra le più classiche, la dalia gialla da un intensissimo giallo acceso. La semina della dalia avviene per bulbo.

Il fiore è commestibile, calma la tosse, antibiotico contro l’herpes labiale, leggermente diuretico e digestivo.

Beatrice Pallotta

IL POTERE DEL SUONO: LA GUARIGIONE SONICA

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In origine la medicina era anche un’espressione artistica di tradizioni e storie interculturali. Dagli sciamani ai monaci benedettini, fino ad arrivare in Oriente con la ripetizione dei mantra, le antiche arti della guarigione facevano affidamento a particolari note musicali, tecniche vocali e strumenti a percussione, per influenzare le condizioni emotive, spirituali e fisiche di quelli che li circondavano.

I medici di tempi lontani, quasi ancestrali, erano consapevoli del misterioso potere delle frequenze vibrazionali, un enigma scientifico che solo negli ultimi cento anni la ricerca è riuscita a risolvere. Grazie alla tecnologia sono state individuate le frequenze che sono effettivamente in grado di stimolare reazioni e risposte del corpo e della mente. Oggi si guarda alla guarigione sonica come a una valida integrazione di molte terapie mediche, e come piattaforma vibrazionale di benessere e di relax.

Una miriade di suoni, frasi e stili musicali sono stati rivisitati ed esaminati con strumentazioni all’avanguardia, per capire di come il suono influenzi gli esseri umani e più in generale le forme viventi. Ad esempio, la musica classica è stata da sempre considerata rilassante e rivitalizzante. I primi esperimenti di fine Ottocento misero in luce che anche le piante amano ascoltare la musica classica, crescendo persino di più. Nel 2016, uno studio tedesco ha scoperto che le melodie di Mozart o di Strauss Jr. riuscivano a far scendere la pressione sanguigna e a rallentare il ritmo cardiaco. I Canti Gregoriani invece hanno proprietà terapeutiche soprattutto per chi li esegue. Questi cantanti durante le loro esibizioni evidenziano pressione e battiti ridotti al minimo, e i sintomi di eventuali malattie, dolori e depressione notevolmente diminuiti. I benefici dei Canti Gregoriani si estendono anche a coloro che li ascoltano, con episodi di veri e propri stati di trance e/o di alterazione di coscienza, e sollievo da dolori e disturbi, quando presenti.

Ma come funziona la guarigione sonica? Per capirlo è intanto fondamentale sapere che un pitch è un’onda sonora che vibra ad una particolare frequenza. Più velocemente vibra una frequenza, maggiore è il suo tono; più lentamente vibra, più il tono scende in basso. Le onde cerebrali funzionano allo stesso modo: più si accelerano, più si va in uno stato di allerta (lotta o fuga), mentre quando rallentano lo stato mentale si rilassa, si decomprime. Gli scienziati hanno scoperto che la frequenza del suono stimola le onde cerebrali ad allinearsi o trascinarsi con la frequenza di quel suono. Dato che un nervo cranico collega il timpano ad ogni organo corporeo (eccetto la milza), le frequenze del suono coinvolgono l’attività di tutto il corpo, oltre a quello mentale. Intorno al 1930, i ricercatori hanno iniziato a sperimentare frequenze sonore non udibili all’orecchio umano, come gli ultrasuoni, per diagnosticare e trattare diversi disturbi. Da allora, la scienza del suono ha trovato via via sempre più applicazioni in pratiche mediche occidentali ed olistiche, in un mix sbalorditivo di tecnologia e suoni sciamanici.

Tibetan singing bowl

LE TECNICHE PIU’ DIFFUSE

HUSO

La tecnica HUSO utilizza i meridiani dell’agopuntura per bilanciare e armonizzare il corpo con una risonanza che contrasta lo stress, le tossine e i campi elettromagnetici (campi elettromagnetici tossici). A differenza di altre terapie sonore che inviano frequenze digitali o da strumenti in varie parti del corpo, HUSO si affida direttamente ai suoni emessi dalla voce umana e ad una visone quantistica della realtà, dove il suono è sostenuto da un’intenzione soggettiva molto forte.

BIOSOUND

La Biosound Healing Therapy viene adottata soprattutto nei trattamenti disintossicanti e per contrastare le dipendenze. Il sistema di terapia Biosound prevedere di far sdraiare la persona su una piattaforma vibratoria, mentre indossa cuffie e occhiali per un’esperienza audiovisiva totale. Il fine è quello di indurre la mente a produrre le onde Theta, o onde della guarigione.

SOUND HEALING

Un altro esempio di terapia del suono è la traccia audio Sound Healing di Brain Sync, che si concentra sulla capacità vibratoria di influenzare le capacità rigenerative del corpo, mediante una combinazione di tecnologia delta-wave e di musica da meditazione. La ricerca mostra che le onde Delta stimolano il rilascio di ormoni benefici e l’attività del sistema immunitario, migliorano la durata e la qualità del sonno, contrastano ansia e depressione.

BAGNI SONORI

I bagni sonori sono ormai una pratica comune che sta crescendo in popolarità in tutto il mondo. Generalmente i partecipanti al bagno dei suoni si sdraiano sul pavimento, chiudono gli occhi e ascoltano strumentisti, gong del suono, didgeridoo, campane tibetane e tamburi a battito cardiaco. Gli effetti della full immersion acustica frequentemente si rivelano di natura spirituale e di un viaggio verso una nuova consapevolezza di se’. Alcuni riportano anche di esperienze extracorporee.

A cura di Beatrice Pallotta

SEI ANCHE TU UNA BELLEZZA VEGANA?

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Il veganesimo incalza nel mondo. Dopo aver conquistato il marketing alimentare, ora anche la cosmesi sceglie di diventare veggie: quel che va bene per lo stomaco, va bene per la pelle…

La nota rivista The Economist ha proclamato il 2019 come l’anno dei vegani. Un quarto della popolazione degli Stati Uniti si dichiara veggie-friendly, e molti vip tra i più famosi, come Beyoncè e Jaz-Z, spingono i loro fans a diventare vegani per ragioni etiche, ma soprattutto per la tutela di salute ed ambiente. Nel 2018 l’industria alimentare vegana ha registrato una crescita del 20% rispetto all’anno precedente, con un giro d’affari che ha sfiorato i 3,3 miliardi di dollari. La richiesta di prodotti veggie è in crescita e coinvolge molti settori, tra cui la cosmesi. “La bellezza va di pari passo con gli alimenti perché usiamo molti degli stessi ingredienti – ha dichiarato a proposito Tata Harper, fondatrice di un famoso brand di cosmetica vegana – I cibi sani sono generalmente ottimi anche da applicare esternamente. Quel che va bene per lo stomaco, va bene per la pelle.”

Ma su quali principi si fonda la Vegan Beauty? La pura e semplice bellezza vegana si cura esclusivamente con cosmetici del tutto privi di ingredienti animali, e non solo “non testati su animali” o “cruelity free”. Quindi i cosmetici vegani sono a base di vegetali biologici. Gli ingredienti di derivazione animale che si trovano comunemente nei prodotti di bellezza sono: miele, cera d’api, lanolina (grasso di lana), squalene (olio di fegato di squalo), carminio (coleotropiche), gelatina (ossa di mucca o maiale, tendini o legamenti), allantoina (mucca urina), ambra grigia (vomito di balene) e placenta (organi ovini). “Gli ingredienti animali non garantiscono una migliore qualità, ed esistono alternative vegane valide e salutari”, affermano gli esperti della Vegan Beauty.

Ciò non significa che tutte le piante siano adatte: “Le patatine fritte sono “accidentalmente” vegane, ma non sono salutari – sottolinea la Harper –Lo stesso discorso è valido per il make-up”. Per quanto riguarda i conservanti, la cosmesi veggie opta anche qui per la natura, ma addizionata a tracce di conservanti chimici. “Usando solo ingredienti naturali, la crescita dei batteri è troppo veloce. I cosmetici vegani contengono conservanti naturali, ma anche una minima parte di additivi, per evitare che si deteriorino in fretta.”

a cura di Beatrice Pallotta

QUANDO LO SCIENZIATO E’ “DI COLORE”

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La Black History americana documenta meglio di qualunque altro il contributo dato alla scienza da parte della popolazione nera. Ecco alcuni dei migliori scienziati della storia dei Black People, e dei loro fantastici colpi di genio.

I neri americani per lungo tempo hanno avuto opportunità limitate nel poter ricevere una formazione tecnica e scientifica. Tuttavia, molti inventori di colore hanno superato molti ostacoli e sono riusciti ad affermarsi, regalando all’umanità progresso e benessere.

Garrett Morgan, l’inventore della maschera antigas

Nato negli anni 1870 da ex schiavi nel Sud postbellico, Garrett A. Morgan frequentò la scuola per soli sei anni. In seguito, si pagò un tutor personale con i guadagni del suo lavoro. Oltre alla maschera antigas, Morgan ha inventato un sistema di segnali stradali e una lozione contro la caduta dei capelli. Il suo brevetto della maschera antigas, definita inizialmente come un “respiratore”, risale al 1914.

Marie Van Brittan Brown: pioniera della sicurezza domestica

Alla fine degli anni ’60, Marie Van Brittan Brown, che lavorava come infermiera, brevettò un’invenzione che divenne un precursore tecnologico del moderno sistema di sicurezza domestica. Il sistema includeva una telecamera davanti alla porta, e un ricevitore video simile a un piccolo televisore, nonché un altoparlante e un microfono che permettevano al proprietario di casa di comunicare con i visitatori esterni. Aveva anche una “serratura radiocomandata” e un allarme.

Lonnie Johnson: il padre del Super Soaker

Mr. Johnson fece una scoperta che lo portò a creare uno dei giocattoli più famosi al mondo: il Super Soaker. Il brevetto è stato approvato nel 1986 e pochi anni dopo è stato acquisito dalla Larami Corporation, un produttore di pistole ad acqua. Le vendite del giocattolo superarono i 200 milioni nel 1992.

Mary Beatrice Kenner: gli assorbenti “per quei giorni” sono una sua idea

Inventrice e visionaria, Mary Beatrice Davidson Kenner ideò la “cintura igienica”, il precursore degli assorbenti intimi moderni. La sua invenzione rivoluzionò il rapporto che le donne ebbero per secoli con la gestione del ciclo mestruale. Il brevetto venne approvato nel 1956, benchè fosse già pronto da vent’anni .

Charles Drew: inventò il modo per conservare il sangue

Prima che il Dr. Charles R. Drew inventasse un modo per preservare il sangue -alla fine degli anni ’30- le trasfusioni dovevano avvenire entro pochi minuti, per l’azione corrosiva del potassio sul plasma. Drew trovò il modo per separare le cellule e il plasma usando un contenitore particolare. Il Dottor Drew divenne il leader della Banca del Sangue della Croce Rossa negli Stati Uniti.

Patricia Bath: il medico che rivoluzionò la chirurgia della cataratta

Quando la dottoressa Patricia Bath scoprì come fissare la cataratta negli anni ’80, non venne presa subito sul serio dai suoi colleghi di oftamotologia. “Ho spiegato al coach cosa avevo fatto, ma lui mi rispose: è impossibile!”, racconta ancora oggi la Bath, che si sentì discriminata perchè donna e di colore. Aveva appena scoperto come rimuovere la cataratta usando il laser, rendendo la chirurgia meno invasiva e più efficiente. La sua “invenzione”, che è stata brevettata nel 1988, è la “sonda Laserphaco”. La Bath è in prima linea per l’affermazione delle donne nere nel mondo della scienza.

Dennis Weatherby: il chimico della lavastoviglie

Mentre lavorava come ingegnere presso Procter & Gamble a Cincinnati, DennisWeatherby scoprì la formula del detersivo perfetto per la lavastoviglie, il famoso Cascade. Erano gli anni Settanta, e fino ad allora le lavastoviglie erano afflitte da detergenti che lasciavano i piatti macchiati e maleodoranti. Il Cascade invece rese le stoviglie brillanti e profumate di limone.

A cura di Beatrice Pallotta

RITROVATA UNA BALENA NELLA FORESTA

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Sta destando un certo clamore il ritrovamento di una balena nel sottobosco di una remota palude alla foce del Rio delle Amazzoni. Il grande pesce, lungo 11 metri, era nascosto tra la fitta vegetazione nella foresta dello stato brasiliano settentrionale di Para, non molto lontano dal litorale.

Sono stati escogitati due tentativi separati da parte dei lavoratori del dipartimento della salute e delle strutture igienico-sanitarie e dell’ambiente (Semma) per raggiungere la balena, che è stata rinvenuta grazie all’insolita ed affollata presenza in loco degli uccelli “spazzino” che le volteggiavano sopra.

I conservazionisti dell’Istituto Bicho d’Agua, anch’essi presenti sul posto, ritengono che la balenottera sia un cucciolo di 12 mesi circa, scaraventato sulla terra da una tempesta. Renata Emin, a capo dell’Istituto Bicho d’Agua, ha dichiarato: “E’ davvero sorprendente!Si tratta di un evento incredibile, ancora non sappiamo con certezza come la balena sia finita qui. Stiamo formulando solo delle ipotesi. E’ molto strano per davvero.”

Senza ferite visibili, i campioni di tessuto della balena saranno testati per determinare le cause del suo decesso, ma alcuni dettagli della breve vita e la morte misteriosa del pesce potrebbero restare un mistero.

Beatrice Pallotta

I BENEFICI DEL “LATTE DORATO”

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Il “Latte dorato-Golden milk”è una bevanda orientale dalle origini antichissime, a base di latte vegetale o animale riscaldato con aggiunta della spezia Curcuma. Il Golden milk o Turmeric è molto popolare in India, dove è impiegato da secoli nella medicina Ayurvedica per le sue spiccate proprietà rigeneranti dell’intero organismo. Il Latte dorato infatti rinforza il sistema immunitario, è antiossidante, rinvigorente e migliore l’umore, qualità preziose e naturali riconosciute anche dai ricercatori occidentali. Il Medical News Today ha recentemente pubblicato gli esiti della ricerca sugli effetti del Turmeric sulla salute psico-fisica, confermando scientificamente le sue proprietà curative e preventive.

La ricetta originale del Golden milk è molto semplice: una tazza di latte con mezzo cucchiaino di Curcuma portato lentamente ad ebollizione. Insieme alla Curcuma si possono aggiungere altre spezie come miele, Cannella, Zenzero, Cardamomo, Pepe nero fresco.

CURCUMA = CURCUMINA

Secondo il “Medical News Today”, la curcumina, la sostanza attiva della Curcuma, è di supporto al nostro benessere in molti modi. Il Golden milk si è rivelato come:

  • anti-infiammatorio: la curcumina riduce le infiammazioni, le malattie cardiache. L’Alzheimer e alcuni tumori.
  • Migliora l’umore: Il Turmeric può aiutare a stemperare la depressione. Come scrivono nella ricerca: “Può essere utilizzato per aiutare chi soffre di depressione cronica, senza alcuna controindicazione.”
  • E’ antiossidante: la curcumina protegge le cellule dai radicali liberi, dalle tossine, dai danni da stress.

IL GOLDEN MILK CON ALTRE PREZIOSE SPEZIE

Il Latte dorato si può arricchire di altre spezie per un mix davvero potente! Ecco un elenco di ingredienti da poter addizionare per aumentarne gli effetti benefici su corpo e mente.

  • La Cannella protegge la funzione cerebrale in malattie neurodegenerative come il Parkinson e rallenta la perdita di memoria. La scienza ha dimostrato che la Cannella è carica di polifenoli, ed altri efficaci antiossidanti che contribuiscono ad abbassare il colesterolo, aiutano il cuore e abbassano la pressione sanguigna.
  • Lo Zenzero, calma e rilassa il sistema digestivo. Lo Zenzero è un “cugino” della Curcuma e ne condivide le caratteristiche anti-infiammatorie. Il principio attivo, il gingerolo, allevia nausea e vomito: è largamente impiegato in Oriente per il trattamento naturale del mal di mare.
  • Il miele grezzo di alta qualità è ricco di antiossidanti e di agenti che stemperano le allergie.
  • Il Cardamomo è un altro aroma speziato tipico delle ricette indiane e inaspettatamente negli alimenti scandinavi. I vichinghi lo presero a Costantinopoli per “adottarlo” come ingrediente essenziale dei loro piatti preferiti. La Svezia è oggi tra i Paesi che più consumano al mondo il Cardamono. Anche questa spezia è antiossidante, anti-infiammatoria e antibatterica. Combatte inoltre l’alitosi e le ulcere gastriche.
  • Il Pepe nero è presente da sempre nelle tradizioni culinarie e mediche. La medicina Ayurvedica lo impiega equilibrare i Dosha, per la salute respiratoria e delle articolazioni sane. Il Pepe nero è un superalimento, date le sue elevate quantità di minerali (zinco, fosforo, manganese, calcio, ferro, rame, colina). Beatrice Pallotta

IL SIGNIFICATO DEI SIMBOLI SPIRITUALI

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PICCOLO DIZIONARIO DI SIMBOLOGIA SPIRITUALE

ALBERO DELLA VITA

Simboli, Luiben

L’Albero della Vita è un simbolo-archetipo appartenente a diverse mitologie del mondo, in particolare alla Cabala ebraica e alla cultura celtica. L’Albero della Vita è la sorgente di energia di tutti gli esseri umani. Ogni parte dell’Albero – le radici, il tronco, i rami e le foglie – rappresenta un aspetto della vita stessa. Le radici nascondono le connessioni più profonde, il tronco raffigura il sostegno, i rami mostrano l’estensione e lo sviluppo, le foglie raccolgono l’energia di cui l’intero albero ha bisogno. L’Albero della Vita generalmente significa “il Mondo e l’Universo”, oppure il micro-cosmo di una famiglia, inteso come albero genealogico. Nella Cabala rappresenta l’intenzione di riportare armonia in tutta la Creazione come un portatore di pace.

ANKH

ankh Simboli, Luiben

L’Ankh, o Crux Ansata, è il simbolo dell’antico Egitto che rappresenta la vita eterna e la rigenerazione della vita attraverso l’acqua (liquidi sessuali maschili e femminili). Il termine “ankh “ significa “respiro della vita “o“ chiave di Iside”o“chiave dei grandi misteri”, e la sua raffigurazione è un augurio di lunga vita e immortalità. Era ed è impiegata anche per favorire le pratiche sessuali e l’orgasmo. La Croce Ansata è considerata un potente talismano.

AQUILA

aquila Simboli, Luiben

L’Aquila incarna la potenza del Cosmo. Nella tradizione ariana discendente dalla mitologia greca-romana, l’Aquila è l’immagine dell’eroismo, della combattività, della gloria (nell’antica Grecia l’Aquila era l’animale sacro di Zeus). L’Aquila è inoltre un animale-totem fondamentale per le culture sciamaniche indiane e del centro America. Le sue penne aiutano le guarigioni e la sua visione rivela verità nascoste e conduce alla saggezza. Per le religioni orientali invece l’Aquila e il Giaguaro rappresentano le energie di Cielo e di Terra.

BAGUA

bagua Simboli, Luiben

“Bagua” (八卦 in cinese) significa letteralmente “otto simboli”. È un simbolo presente nella cosmologia taoista, nella filosofia tai ji, nel tai ji quan e nel wu xing. Consiste di otto trigrammi, ciascuno costituito da tre linee, che rappresentano i principi della realtà. Le tre linee possono essere rotte (denotando energia yin) o non spezzate (che rappresentano yang). Il Bagua viene utilizzato per analizzare “l’equilibrio”energetico in astronomia, astrologia, geografia, geomanzia, anatomia, in famiglia, e nel Feng Shui come una “mappatura” della salute e della casa. Qui ciascun trigramma è correlato a un’area specifica di una singola stanza, di tutta la casa, di una sede aziendale o della salute dell’individuo.

CADUCEO

caduceo Simboli, Luiben

Il Caduceo è uno dei simboli più antichi della storia dell’umanità, presente in culture di diversi popoli (Fenici, Hittiti, Ebrei, Egiziani). La sua immagine, raffigurante due serpenti attorcigliati in senso inverso intorno ad una verga ornata d’ali, è stata rinvenuta, oltre che nei templi greco-romani, su tavolette indiane dell’antica civiltà vedica. Il Caduceo è stato adottato come simbolo delle scienze mediche odierne. I doppi serpenti rappresentano la dualità della vita: la luce contro il buio, il bene contro il male. Il loro movimento a spirale mostra la danza delle forze cosmiche. La staffa centrale invece è la connessione tra il mondo fisico e quello etereo. Infine, le ali rappresentano l’ascensione e il divino.

CROCE

crecefisso Simboli, Luiben

Prima di essere adottato dalla Cristianità, il simbolo della Croce è stato utilizzato da numerose culture e religioni per esprimere il loro credo spirituale. La figura originaria della Croce era il Cerchio, indicativo dell’intero Universo, suddiviso nei suoi quattro quadranti. Il Cerchio poteva anche simboleggiare il Sole ed emanazione di energia. Da questa forma essenziale è nata anche la Svastica, croce di origine indiana e molto popolare nell’epoca greco-romana. La Croce rientra nel simbolismo cosmico che mette in moto le valenze energetiche della Natura. I due segmenti disegnano le polarità dell’esistenza: il segmento orizzontale rappresenta la polarità negativa, la materia, la superficie terrena che separa i due regni, gli inferi da quello cosmico; il segmento verticale, la polarità positiva, mette in comunicazione il mondo celeste con quello sotterraneo.

DOPPIA FELICITA’

doppia felicità Simboli, Luiben

Il simbolo della Doppia Felicità è di origine cinese ed incorpora due ideogrammi separati che si traducono in “gioia”. Questo simbolo è associato all’amore, alla fortuna e alla felicità nella vita. Ancora oggi in Cina, Doppia Felicità rappresenta il matrimonio ed è un portafortuna.

FIORE DELLA VITA

fiore della vita Simboli, Luiben

Il simbolo Fiore della Vita è stato rinvenuto in molte culture e regioni del mondo, nei tempi, nelle piramidi, nelle chiese di Egitto, Irlanda, Cina, Grecia, Turchia, Tibet, India o Giappone, in Lapponia, nello Yucatan. Esprime energie potenti e positive per la salute, il benessere e la crescita spirituale. Nel Fiore Sacro è contenuto l’ordine universale e può generare campi energetici armonici e benefici.

FIORE DI LOTO

fiore di loto Simboli, Luiben

Il Fiore di Loto è il simbolo del Buddhismo e dell’Induismo, ma è anche presente nella mitologia dell’antico Egitto. Nel Buddhismo è associato alla purezza, al risveglio spirituale e alla fedeltà. È considerato un fiore puro perchè nasce da acque paludose e torbide perfettamente pulito. Il suo fiorire alle prime luci dell’alba, simboleggia l’Illuminazione dello spirito. Nell’Induismo il simbolo del Fiore di Loto assume il significato di bellezza, fertilità, prosperità, eternità.

HAMSA

hamsa Simboli, Luiben

E’ un simbolo popolare nelle antiche culture mediorientali, dove si crede che la mano di Hamsa doni salute, felicità e fortuna a coloro che la indossano. Hamsa significa “cinque”ed è nota anche come la Mano di Fatima o Miriam, figlia di Maometto. Hamsa a volte include nel centro il simbolo del malocchio: qui il suo scopo diventa quello di estirpare energia negativa e di schermarsi dall’“occhio malefico”.

KHANDA

khanda Simboli, Luiben

Simile per importanza alla Croce per i cristiani, il Khanda è il simbolo della religione indiana monoteista Sikh. Il suo centro rappresenta due scimitarre. Il Khanda racchiude in se’ la conoscenza e la verità che si oppongono alle menzogne delle illusioni terrene.

OCCHIO DI HORUS

occhio di Horus Simboli, Luiben

Horus, o Ra, era il dio del Cielo e del Sole degli Egizi. L’Occhio di Horus è un amuleto protettivo, simbolo di guarigione e di rinascita. Svolge una particolare funzione stimolante nei riguardi della psiche, che verrà attivata da esso per essere più vigile ed attenta. I marinai dell’antico Egitto e del Medio Oriente esponevano l’Occhio sulle loro barche per garantire la sicurezza in mare. La Massoneria ha adottato l’Occhio come suo simbolo in ricordo dei maestri scalpellini orientali da cui discende, e per i suoi poteri mistici .

OM

om Simboli, Luiben

Om o “AUM” è l’origine di tutti i mantra. È composto da 4 parti: A – simboleggia lo stato di veglia, U – Simboleggia lo stato di sogno, M – Simboleggia lo stato di sonno profondo. La pausa del silenzio alla fine di AUM lo stato chiamato Turiya o coscienza infinita. Nel complesso disegno dell’Om la grande curva sul fondo rappresenta lo stato di veglia (A), la curva mediana lo stato di sogno (U), e la curva superiore simboleggia lo stato di sonno profondo (M). Il punto indica il 4 ° stato di coscienza, Turiya. Il semicerchio è “maya” o illusione come il possibile ostacolo verso la più alta forma di coscienza. Il simbolo rappresenta la Creazione dell’Universo e il suono della Om viene associato alla Vibrazione Primordiale dell’Universo stesso e di tutta la Creazione.

PENTACOLO

Pentacolo Simboli, Luiben

Il Pentacolo, o Stella del Microcosmo, è l’immagine grafica essenziale di una persona con braccia e gambe aperte. Si tratta di un simbolo antichissimo dai molteplici significati, adottato dagli Egizi come l’immagine di Horus, figlio del Sole e di Iside, nella sua forma di Fuoco Sacro. Pitagora lo assunse come simbolo della salute e della medicina; Leonardo ne fu ispirato per tutta la sua vita. Il Pentacolo è anche una rappresentazione di “pura magia bianca” di credenze Wiccan e pagane, che lo considerano come un amuleto potentissimo dai poteri segreti. Il “Dictionary of Mysticism”così descrive la Stella del Microcosmo: “E’ considerato dagli occultisti il mezzo più potente per evocare gli spiriti. Quando la Stella ha la punta diretta verso l’alto, essa è considerata il segno del bene e uno strumento per evocare gli spiriti benevoli; quando la Stella ha la punta in giù e altre due in alto, è il simbolo del male, di Satana, ed è utilizzato per evocare le potenze malefiche”. Il Pentacolo è in uso nella Massoneria come espressione perfetta di Geometria Sacra.

PESCE

pesce Simboli, Luiben

Conosciuto anche come “Ittio” o “Pesce Cristiano”o “Ichthys” le sue origini sono, a sorpresa, pagane. Poiché il simbolo era già stato utilizzato da altri sistemi religiosi della mitologia greco-romana, i cristiani lo adottarono perchè meno individuabile della Croce da parte dei loro persecutori. Nei credi pagani Ichthys era figlio dell’antica dea Atargatis, che era conosciuta nei vari sistemi mitici anche come Tirgata, Afrodite, Pelagia o Delfine. Il Pesce pagano era simbolo di sessualità, di nascita e di fertilità.

RUOTA DEL DHARMA

Ruota del Dharma Simboli, Luiben

Un simbolo fondamentale degli insegnamenti buddisti, i raggi della Ruota del Dharma disegnano gli 8 aspetti dell’Illuminazione Spirituale: giusta visione, giusta intenzione, giusta parola, giusta azione, giusto sostentamento, giusto sforzo, giusta consapevolezza, giusta concentrazione. Rappresenta inoltre il percorso di liberazione dal karma e dalla reincarnazione. La Ruota a 6 o più raggi, nel cristianesimo significava il Cristo; nei Tarots medioevali prende forma come carta da gioco esoterico chiamata “Ruota della Fortuna” o del Destino.

RUOTA DELLA MEDICINA DELLA TERRA

Simboli, Luiben

La Ruota di Medicina è un simbolo molto importante nella cultura dei Nativi Americani. Il Cerchio rappresenta il ciclo della vita, che si esprime secondo un cammino circolare. Da est a nord in senso orario: nascita, crescita, morte, rinascita. I quattro raggi rappresentano le quattro direzioni, i quattro aspetti della vita umana (fisico, mentale, emozionale, spirituale) e i loro colori. Ruote della Medicina costruite a terra con pietre antiche di 10 mila anni, sono state ritrovate in Canada. Erano i “Cerchi Sacri”della tradizione sciamanica indiana. Tra le figure geometriche sacre il Cerchio è simbolo di tutto ciò che è Celeste: il cielo, l’anima, l’illimitato, Dio. Nella simbologia astrologica il Sole è rappresentato da un Cerchio. Il simbolo alchemico dell’Oro è ugualmente un Cerchio. Nell’architettura paleocristiana e bizantina viene spesso utilizzata la pianta rotonda come simbolo dell’Universo. Il Cerchio inoltre rappresenta protezione e guarigione.

SERPENTE

serpente Simboli, Luiben

Questo simbolo è tra i più antichi, ed è un archetipo universale nella sua doppia funzione di Bene e Male, di Vita e Morte, di Maschile e Femminile, di Veleno e Medicina. E’ diffuso in tutto il mondo sia nella sua forma più semplice che in quella più elaborata di Drago-Orobo. Ovunque il Serpente ha una valenza positiva, legata alla Conoscenza, all’equilibrio di forze opposte e complementari, alla Regalità, al Potere. Tra i simboli serpentini, forse quello più conosciuto è il “Caduceo di Mercurio”, utilizzato come emblema della medicina e della farmaceutica. Nella religione cristiana invece, il Serpente rappresenta il Male.

SHINTO TORII

shinto torii Simboli, Luiben

Lo Shinto Torii è un simbolo sacro dello scintoismo giapponese. Significa porta, cancello, passaggio, segnando l’uscita dal naturale e l’avventurarsi nel soprannaturale. Spesso infatti lo Shinto Torii è posto all’apertura di un santuario, e si ritiene sia purificatorio passarci sotto.

SPIRALE

spirale Simboli, Luiben

Il significato archetipo della Spirale si lega ai concetti di Emanazione, Estensione, Sviluppo, Continuità Ciclica, Creazione, Rotazione. La Spirale è una figura universale della Geometria Sacra ed è stata ritrovata persino nei disegni delle grotte paleolitiche. Alla Spirale vengono attribuiti i significati simbolici di Luna, Conchiglia, Vulva, Corna e di Energia femminile e Fecondità. La Spirale racchiude il concetto di “Pànta rèi”, tutto scorre, tutto nasce da un centro, ed è in grado di generare potenti campi magnetici. La spirale è un segno estremamente diffuso in tutta la Natura, nel Cosmo, nella Psiche, come forma e movimento. Come sottolineò Carl Gustav Jung nelle sue osservazioni sui simboli e gli archetipi: “Non ci si può sottrarre all’impressione che il processo inconscio sia mosso a spirale intorno ad un centro, avvicinandosi lentamente a questo, mentre le caratteristiche del centro si fanno sempre più distinte”.

STELLA DI DAVID

stella di david Simboli, Luiben

La stella di David, o Sigillo di Salomone, è il simbolo dell’identità ebraica. Una pietra incisa con la Stella di David ornava una sinagoga in Galilea risalente al 300 a.C. Tuttavia, questo simbolo non è presente solo nella millenaria cultura ebraica. L’esagramma, costituito da due triangoli intrecciati, appartiene anche all’induismo, al buddismo e al jainismo. Questo simbolo raffigura l’unione e lo scambio tra la parte materiale (corpo) e la sua parte più “sottile”(pensiero-sentimento-volontà). Oppure, come nell’induismo, l’esagramma “Shaktona” è la rappresentazione del divino femminile (Shakti) e del divino maschile (Shiva) che si uniscono nell’unità. Nella concezione cabalistica assume il significato di Unione e Armonia tra il Microcosmo e il Macrocosmo. In particolare la metà esagonale che ne deriva, nell’Albero della Vita corrisponde al Sephirah del Sole. Alcune varianti della Stella di David sono state parti della magia popolare come talismani contro i malefici.

STELLA E LUNA CRESCENTE

Simboli, Luiben

Nell’antica Bisanzio, “La Stella e la Luna Crescente” era il simbolo della dea protettrice Artemis-Ecate, derivante dalle effigi della dea della Luna della mitologia romana. L’accostamento di Stella e Luna in diverse tradizioni significa l’armonia tra il sole e la luna, il giorno e la notte, il maschile e il femminile. Fu con l’Impero Ottomano che questa immagine divenne uno degli emblemi della cultura islamica, come simbolo di vittoria e grandezza.

YIN YANG

yin yang Simboli, Luiben

Il “TAI JI” o più comunemente conosciuto come il simbolo del Tao o dello Yin Yang, rappresenta il cammino, il divenire di tutte le cose, che si realizza con un movimento che oscilla tra due estremi: ogni volta che uno dei due viene raggiunto, una forza spinge in direzione contraria e così via. Il simbolo grafico si ispira ai movimenti del sole e della luna, all’alternarsi delle stagioni, allo scorrere ciclico del tempo. Le due metà in cui è diviso il simbolo circolare rappresentano dunque due principi opposti e complementari al tempo stesso: per esempio, il femminile e il maschile, il freddo e il caldo, l’oscurità e la luce. Il Taiji è il logo del Taoismo, sistema filosofico e mistico elaborato tra il V e il IV secolo avanti Cristo dal filosofo cinese Lao Tzu.

A cura di Beatrice Pallotta

COME SI COLTIVANO LE ORCHIDEE

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Le Orchidee hanno una presenza misteriosa, sensuale e spesso appariscente. Sono fiori che suscitano atmosfere esotiche sorprendenti, dalle forme inaspettate e dai colori di rara bellezza. Intorno alle Orchidee, esistono mille leggende, storie di piante e di erotismo, tramandate da tempi antichissimi in tutto il mondo. Se la Rosa è il simbolo dell’amore, l’Orchidea è il fiore della sensualità e della sessualità per eccellenza. Ma è anche il fiore dai tanti “segreti” biologici, e coltivarlo, soprattutto in casa, può diventare un rebus irrisolvibile. Ecco tutti i segreti delle seducenti Orchidee…

L’Orchidea ha bisogno di luce, acqua, aria, come tutti gli altri fiori, però nelle giuste dosi. Le Orchidee sono piuttosto robuste, nascono spontaneamente in Natura, in grande abbondanza e fin dall’alba dei tempi. Preferiscono crescere arrampicandosi lungo il fusto degli alberi, attirate dalla luce che trapela dall’alto delle fronde. La famiglia delle Orchidee è numerosa e variegata: ne esistono più di 20.000 specie diverse, distribuite su tutta la superficie terrestre. In Italia se ne trovano 230 tipi, di cui oltre 90 concentrati in Puglia, che detiene il primato nazionale, per ricchezza regionale, di queste splendide piante.

Il mito dell’Orchidea, una favola moderna

Una leggenda greca narra di Orchide, giovane bellissimo e seducente, al quale all’improvviso spuntarono sul petto due seni femminili. Piano piano il suo corpo maschile iniziò a trasformarsi, diventando sinuoso, aggraziato, molto femminile. Per la sua diversità, Orchide venne emarginato ed evitato sia dagli uomini che dalle donne. Disperato e solo, il ragazzo finì col gettarsi da una rupe, morendo sul colpo. Ma sulla terra sulla quale Orchide finì i suoi giorni, iniziarono a formarsi dei nuovi, spettacolari fiori, “diversi” e conturbanti come il giovane greco: erano proprio le Orchidee…

Il mito di Orchide ha reso l’Orchidea un simbolo perfetto dell’unione del maschile con il femminile, in grado di evocare ampi scenari erotici e sessuali. Il nome “orchidea” fu usato per la prima volta dal filosofo Teofrasto (VI-V a.C.), che descrisse nei suoi trattati di botanica di “alcune piante che presentano due tubercoli rotondeggianti alla base delle radici come fossero testicoli”. Da questa curiosa somiglianza, Teofrasto decise di chiamare “Orchis”, che in greco significa appunto “testicoli”, le magnifiche piante.

Famiglie selvagge e numerose

Le Orchidee sono i fiori più diffusi sulla Terra, insieme a quelli della grande famiglia delle compositae, che comprende le margherite, i crisantemi, i girasoli, la camomilla, e molti altri fiori di campo comuni. Ad eccezione delle zone polari e dei deserti, le orchidee si trovano in ogni ambiente, dal livello del mare fino a 4.000 metri di altezza, come, ad esempio, lungo le pendici delle Ande. L’origine delle orchidee ancora non è stata chiarita, ma sembra derivino da mutamenti dei Giaggioli e dei Gigli. Esistono Orchidee minuscole, come le Platystele, di pochi millimetri, oppure gigantesche, come le Grammatophyllum dell’Asia tropicale, di cui un esemplare – presentato nel 1851 al Crystal Palace di Londra – ha raggiunto il peso di quasi due tonnellate e un’altezza di oltre tre metri! L’Orchidea più utilizzata resta comunque la Vanilla Planifolia messicana, il cui frutto fornisce la deliziosa spezia vaniglia. Una volta che il fiore è impollinato, si forma il frutto (bacello) che impiega diversi mesi per maturare. Per ottenere la vaniglia occorre una precisa lavorazione che può durare diversi mesi.

Come coltivare le Orchidee

In Europa c’è un interesse crescente per le Orchidee: negli ultimi 20- 25 anni, le Orchidee Phalaenopsis in particolare, sono diventate le piante da interni più diffuse, soppiantando ciclamini, begonie e violette esotiche! Nella sola Olanda ne sono stati venduti oltre tre milioni di esemplari in un solo anno, e gli italiani che si dilettano nella sua coltivazione sono sempre più numerosi, soprattutto tra i giovani. L’Orchidea è molto sensibile, teme il freddo e il contatto diretto con la luce solare, ma seguendo un prontuario di base, si può far fiorire e rifiorire per anni, anche nei nostri appartamenti. Ecco le regole d’oro per donare benessere alle nostre preziose Orchidee.

Temperatura e umidità

Le Phalaenopsis che si trovano normalmente in commercio, sono ibridi che vivono nelle caldissime zone tropicali a livello del mare. Dall’autunno alla primavera è importante che le orchidee, come le Phalaenopsis, alloggino in un ambiente ben riscaldato, possibilmente con temperature notturne di almeno 18°C, mai sotto i 15°C. Attenzione poi agli sbalzi di temperatura e alle correnti fredde.

L’umidità relativa ideale è tra il 50% e il 70%: per ottenere un microclima adatto in casa, soprattutto quando si accendono i termosifoni, basta riunire tutte le piante vicine tra loro, in modo che possano sfruttare vicendevolmente gli effetti della traspirazione fogliare. Ampi sottovasi riempiti di ghiaia o argilla espansa, tenuta costantemente bagnata, aumentano il tasso di umidità.

Spruzzature

Spruzzare significa bagnare delicatamente foglie e fiori in inverno per aumentare l’umidità e in estate per abbassare la temperatura, tenendo presente che l’eccesso di bagnato favorisce la prolificazione di funghi e batteri. E’ buona norma spruzzare sempre sulla pianta ben asciutta.

Ventilazione

Una leggera ventilazione è un altro accorgimento che aumenta il benessere delle Orchidee in appartamento. In inverno, quando si tengono a lungo le finestre chiuse, si può posizionare

vicino alle piante, di tanto in tanto, un piccolo ventilatore da computer. Chi ha un giardino, un balcone o davanzali, durante l’estate può portare le piante all’aperto, purchè mai esposte alla luce diretta del sole, ne’ alla pioggia.

Luce

La maggior parte delle Orchidee è epifita, cioè vive arrampicandosi sugli alberi, dove c’è poca luce. In natura le Phalaenopsis vivono soprattutto lungo i grandi fiumi, sui rami bassi di alberi dalla chioma piuttosto folta, quindi in un ambiente ombroso. Non è sempre una buona idea posizionare la pianta attaccata al vetro di una finestra! Un buon indicatore delle esigenze di luce si nota dallo sviluppo fogliare: le piante che vivono in ambienti poco luminosi, sviluppano una grande superficie fogliare per assorbire più luce possibile, mentre per quelle che si trovano in ambienti molto luminosi, avranno una superficie fogliare ridotta.

Acqua

Le piante epifite hanno radici aeree che vivono esposte all’aria. Le Orchidee quindi hanno bisogno di un composto a base di corteccia che consenta una buona areazione dell’apparato radicale. Il composto andrà bagnato sempre e solo da asciutto, mai inzuppare! Il modo più pratico per capire

quando è il momento di bagnare è di soppesare il vaso: se è leggero è ora di bagnare. In caso di dubbio, meglio non innaffiare che bagnare troppo. È anche importante avere l’accortezza di lasciare decantare per qualche minuto l’acqua del rubinetto, in modo che il cloro evapori prima di irrorare. Attenzione inoltre che l’acqua non sia troppo fredda durante l’inverno.

Concimazione

In commercio si trovano concimi con diversi “titoli”, cioè i tre numeri che indicano le percentuali di azoto, fosforo e potassio presenti nel prodotto. In primavera, per sostenere lo sviluppo delle nuove vegetazioni, si usa un concime ad alto contenuto di azoto, il 30-10-10; per il resto dell’anno un concime bilanciato, il 20-20-20, e per fioritura e radicazione il 10-30-20. Tutti questi concimi vanno alternati al nitrato di calcio, perché il calcio è un elemento importantissimo per le Orchidee.

Fioritura

La fioritura delle Phalaenopsis dura a lungo, almeno tre mesi, e sono rifiorenti. Alcune varietà possono rifiorire in 90-95 giorni, altre in 105-110, ma la media è circa 100 giorni per tutto l’anno, esclusa l’estate. In casa la fioritura dura da dicembre ad agosto.

Keiki

Sullo stelo di un’Orchidea si possono formare nuove piantine chiamate “keiki”, ovvero “bambini”. Quando le radici dei keiki saranno lunghe almeno un paio di centimetri, si potrà staccarli con dolcezza e sistemarli in vasi autonomi.

L’Orchidea blu

L’Orchidea blu è la regina dei fiori d’arredamento, grazie ai suoi magnifici colori e profumi. Le Orchidee blu sono piante dalle origini antichissime e provengono dall’India orientale. In botanica il suo nome è “Vanda coerulea” ed è l’Orchidea che rappresenta, nel significato dei fiori, l’assoluta bellezza e la perfezione. Ha un profumo delizioso, dalle mille sfumature, quasi irresistibile.

Questa specie comprende piante erette, ricadenti, rampicanti, adatte quindi a qualsiasi angolo della nostra casa come raffinatissima decorazione naturale. Le Orchidee blu non sono difficili da coltivare: necessitano di moltissima luce, quindi vanno posizionate in un luogo luminoso, ma mai esposte direttamente ai raggi solari, che le brucerebbe velocemente. Con l’arrivo della bella stagione, si adattano felicemente con l’ambiente esterno, all’ombra di una veranda per esempio, oppure in un gazebo. Non è mai consigliato piantarle direttamente nella terra, nemmeno nelle nostre regioni più calde. In vaso invece, potranno essere spostate e messe al riparo in caso di freddo, vento, piogge intense. Un’operazione importante da eseguire con l’Orchidea blu è la potatura, da eseguire dopo ogni sfioritura. Questo gesto consentirà alla pianta di sbocciare ogni 3-4 mesi per molti anni.
Le Orchidee blu si potano tagliando di netto il gambo sotto il fiore appassito, con forbici da taglio netto e pulito. Il prezzo della pianta Orchidea blu varia dai 40 ai 50 euro: è la più costosa!

Vaniglia, cioccolato & sensualità

L’Orchidea “Vanilla planifolia” è l’unica orchidea che produce baccelli commestibili, da cui si ricava la vaniglia naturale. Ogni baccello è composto per il 52% di acqua, carboidrati, zuccheri, vitamine del gruppo B, minerali come il calcio, il fosforo, il sodio e il potassio. La sua fragranza dipendente dalla vanillina, un principio attivo vegetale, dalle proprietà antiossidanti. Ogni 100 g di vaniglia ha un apporto calorico pari a 288 calorie. La vaniglia ha proprietà stimolanti ed eccitatorie, ed è nota sin dall’antichità per le sue proprietà afrodisiache. Gli Atzechi la preparavano mista alle fave di cacao, anch’esse afrodisiache, per rinvigorire le pratiche sessuali ed ottenere una prole bella e sana: una vera bomba energetica! Agli inizi del Novecento i medici la consigliavano per superare problemi sessuali e la frigidità. L’olio essenziale di vaniglia è un vero anti-aging, profumatissimo e molto, ma molto, sexy.

Beatrice Pallotta

THE DIVANO RHAPSODY

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Il divano svolge una funzione preziosa che lo rende protagonista di ogni ambiente. Che un sofà si trovi in un soggiorno, in uno studio o in un giardino, poco importa: il divano attira, accoglie, ammalia!

Nonostante sia diventato un arredo pop a larghissima diffusione, in origine il divano venne concepito da una elite’ ristretta a suo uso esclusivo. Infatti il sofà venne “inventato” dagli antichi scribi orientali che, stanchi di scrivere per ore ed ore seduti a terra o su rigide e dolorose panche, a un certo punto pensarono di imbottirle con cuscini e teli ripiegati. Il termine originale persiano “diwan” significa “registro amministrativo”, che era il luogo dove lavoravano gli scribi, cioè una panca speciale imbottita di cuscini. Da quei tempi lontani, il divano di strada ne ha fatta tanta, diventando il centro di ogni abitazione e un vero oggetto di culto per i designer, un capitolo importante per la storia dell’arredamento contemporaneo.

Prendiamo le misure!

Al divano spettano funzioni diverse e ruoli, anche simbolici, di cui tener conto come principi di base. In un’abitazione ideale il divano sarà il fulcro dell’ambiente più importante, l’arredo centrale del cuore della casa. Sul sofà ci si riposa, si parla, si ama, si sogna, in un vero micro-spazio confidenziale in linea con le nostre esigenze più private. Il divano si sceglie seguendo il gusto personale e concentrandosi su alcuni criteri fondamentali, come la funzionalità, l’estetica, il comfort, la possibilità di pulirlo, la resistenza al tempo. Inoltre gli arredatori suggeriscono di valutare attentamente gli spazi a disposizione, al fine di evitare fastidiosi e scomodi ingombri. Ecco le misure giuste da prendere per sistemare a progetto il nostro salottino:

1) tra il divano e il suo elemento d’arredo più vicino, per esempio una poltrona, la distanza ideale è di almeno mezzo metro;

2) per separare la sala dalla zona pranzo, occorre distanziare con un minimo di 120 cm circa il divano dal tavolo;

3) due divani stanno bene insieme posti l’uno di fronte all’altro, ma mai troppo vicini. Distanza minima consigliata, 150 cm;

4) il tavolino può essere aggiunto solo se lo si può sistemare a debita distanza dal sofà, per consentire un comodo passaggio a tutti. Consigliati 60 cm.

I dettagli da non perdere di vista

La struttura interna del divano ne determina la qualità di base e la durata. I materiali nascosti sono i veri artefici delle prestazioni del sofà, da non sottovalutare in caso di acquisto. Il materiale migliore di base dell’ossatura interna del divano è il legno di abete o di pioppo, molto resistente alle sollecitazioni ed estremamente flessibile. Un buon “molleggio”garantisce la comodità di schienali e sedute su cui appoggiano i cuscini. Il molleggio, cioè l’elasticità, è ottenuto tramite un intreccio di cinghie elastiche ad alta resistenza composte da nastri di fili di gomma ricoperti di nylon. Il giusto equilibrio di morbidezza e resistenza si trova invece nell’imbottitura. Ecosostenibile perché privo di clorofluorocarburi, il poliuretano espanso è considerato il miglior materiale per le imbottiture. Ha una caratteristica struttura a nido d’ape che conferisce leggerezza e che “respira”, sfavorendo i ristagni di umidità. Le imbottiture più soffici si ottengono aggiungendo al poliuretano strati in piuma d’oca, come vuole la tradizione. Un poliuretano d’avanguardia è il viscoso “memory foam” che si adatta perfettamente alle forme del corpo. La maggior parte degli imbottiti si presenta con rivestimenti sfoderabili, meglio se di cotone, lino o altre fibre naturali. Maggiore compattezza della tessitura significa maggiore resistenza all’usura. E’ obbligatoria per legge una scheda informativa sui materiali impiegati, i metodi di lavorazione, le istruzioni per l’utilizzo e la manutenzione, la destinazione d’uso del prodotto.

Divani di tendenza

Di gran moda in tutta Europa l’arredamento “vintage” e quello “industrial”, due stili antagonisti ma non per questo incompatibili. Forme geometriche, materiali grezzi e colori contrastanti generano soluzioni originali, appariscenti, che danno brio e personalità anche agli ambienti più comuni.
Il vintage ha riscoperto materiali dimenticati da tempo, come il pregiato velluto ed il prezioso nabuk, riservato ai divani più raffinati e soprattutto costosi! Insieme al vintage e alla predominanza di materie prime naturali, le nuove collezioni d’autore europee propongono tessuti stampati in stile “tropical” e piccoli divani da camera da letto o da ingresso in canna di bambù. Si fanno spazio anche i colori scuri, le tonalità neutre ed effetti argentati e futuristici. Un colore per osare:“Ultra Violet”, un viola accesissimo e brillante, per cuscini e rivestimenti all’avanguardia.

I Moduli

Il divano più diffuso è ancora oggi il tradizionale “tre posti” ad uso familiare. E’ l’ideale per guardare la Tv e per rilassarsi, ma molto scomodo per dialogare, ad esempio. In crescita sono i sofà modulari che, a partire da singoli elementi mono posto, i moduli, possono comporre soluzioni di forme e dimensioni diverse, adattandosi agevolmente a ogni genere di ambiente e di spazio. Le singole sedute vengono agganciate tra loro tramite perni o ganci per assicurare la massima stabilità della struttura modulare. Un divano a modulo può ospitare teoricamente un numero infinito di persone! Il divano “DeSede” di Domo, progettato nel 1972, è il caposcuola dei modulari. Conosciuto anche come “il divano senza fine” ha fatto parte degli arredi dei set di “Hunger games”. Il Club Segreto dello Studio Pepe di Milano lo ha riproposto durante il “Fuori Salone 2018”.

Una storia pop

Il divano ha origini antichissime. In Italia, più di duemila anni fa, i nobili di Roma si allungavano sui triclini per mangiare e potersi addormentare subito dopo, inebriati dal vino. Nello stesso periodo, nel medio Oriente gli scribi lavoravano sul “diwan”, un sofà da lavoro, mentre negli harem dei sultani iniziavano ad entrare in scena le “ottomane”, lunghe distese di materassi e tappeti. Probabilmente il divano italiano e quello francese del Settecento, che hanno dato vita all’evoluzione e alla diffusione sociale del sofà, sono il frutto di una convergenza tra il triclinio, l’ottomana e il diwan persiano. Nel Novecento il divano è diventato gradualmente un arredo di massa, uscendo dalla nicchia ristretta dei nobili e dei più ricchi. Nel1928, si affermano la “Chaise Lounge”e prendono forma due culti contemporanei, la poltroncina “LC-2” ed il divanetto “LC-3” di Le Corbusier, attualmente prodotti da Cassina. Gli arredatori ed architetti italiani invece hanno dominato la scena internazionale durante i fantastici anni ’60 e ’70. Vico Magistretti firma il suo capolavoro, il divano “675 Maralunga”, disponibile anche come poltrona e pouff. Nel 1972, lo Studio 65 di Torino firma il divano underground più famoso in assoluto, il “Bocca”. realizzato in tiratura limitata, soprannominato “Marylin” perché ridisegna le labbra morbide della Monroe. Il pop e il vintage hanno reso il divano un oggetto artistico su cui giocano forme, colori, citazioni di quegli anni rivoluzionari. Il “ Marshmallow Sofa” dell’architetto americano George Nelson, è un altro esempio luminosissimo di arredamento pop. La linea audace, le superfici semplicissime da pulire e la struttura trasparente del Marshmallow, hanno creato una frattura con gli ingombranti divani che dominavano nei soggiorni di quegli anni. Il “ Marshmallow Sofa” è ancora in produzione grazie a Vitra.

L’icona assoluta, il Chesterfield

Il divano Chiesterfield è una vera opera d’arte dalle origini incerte. Concepito in pelle, è caratterizzato, com’è noto, da decine di bottoni che ne punteggiano il rivestimento, con braccioli e schienale allineati. Probabilmente il nome deriva dallo statista inglese Philip Dormer Stanhope, di 4th Earl of Chesterfield, che a metà del 1700 ordinò un sofà in pelle con lavorazione “capitonnée”. La notorietà del Lord e dei suoi salotti fecero da spot pubblicitario al nuovo divano inglese, che divenne in brevissimo tempo un oggetto di culto intramontabile. Attualmente, con la riaffermazione dello stile vintage, il Chesterfield si ripropone nei cataloghi di tutto il mondo. Poltrona Frau ha riscoperto il “Chester One”, disegnato nel 1912 da Renzo Frau. Di Divani&Divani by Natuzzi è “King”, un vero ‘re’ da salotto. Disponibile in versione 2 o 3 posti e in 12 tipi di finiture di pelle. Inoltre il Chesterfield è nel catalogo Maison du Mond in versione rock & roll, e in quello del brand Berto Salotti, che lo propone in diversi modelli, con 2 o 3 posti. I rivestimenti sono in pelle per chi ama il classico, oppure contemporanei, in tessuto.

Accessori e altre storie

Il divano è per molti di noi una seconda, amatissima casa. I suoi accessori, pensati ad hoc per aumentarne il comfort, sono utilissimi e a volte indispensabili. I tavolini migliori per le esigenze contemporanee sono quelli a forma della lettera “C”, che avvolgono il divano, permettendo di avere ogni cosa ben visibile e a portata di mano. Alcuni sono forniti di supporti minori per il tablet, il pc, il cellulare. Le tasche di stoffa sui braccioli invece rappresentano un accessorio più classico, ritornato in voga insieme allo stile vintage. Perfette per libri e riviste, oggi accolgono anche telefonini e telecomandi. Un altro tipico gadget è il plaid che, secondo il trend del momento, deve essere gigantesco! I cuscini sono stati il primo accessorio da sofà della storia, evolvendosi insieme ai cambiamenti culturali. Oggi ne producono serie “funzionali”, come quelli che si accendono e diventano lampade, oppure forniti di tasche porta smartphone, tablet e simili. Un discorso a parte merita il divano letto, una variazione geniale del sofà. Venne ideato nel Seicento da Jean Tapisserie, ma è solo nel Novecento, con il palermitano Bernardo Castro, che venne realizzata una versione efficace del “richiudibile”. Raccontano le cronache che Castro, trasferitosi in America a quindici anni, aprì un negozio di arredamento durante la Grande Depressione. A causa della diffusa povertà, non riusciva a vendere i divani, ritenuti costosi e non adatti agli appartamenti minuscoli dei tempi della crisi. Decise allora di progettare una fusione tra il letto e il sofà, una soluzione economica e soprattutto salva-spazio. Il successo del divano letto di Bernardo Castro fu immediato, clamoroso, diffondendosi rapidamente in America e in Europa.

Beatrice Pallotta

TUTTI I SEGRETI DELL’IDROCOLTURA

In evidenza

Le piante da appartamento sono tra i migliori arredi di ogni tipo di abitazione. Rendono confortevoli e belli gli ambienti, filtrano e rigenerano l’aria che respiriamo, e aggiungono vivacità e freschezza ad angoli disadorni. In realtà molte di queste piante tropicali sono difficili da trattare, richiedono cure particolari ed esperienza da “pollice verde”che non tutti hanno la fortuna di possedere. Ma per questo problema una soluzione esiste e si chiama idrocoltura, una tecnica di coltivazione davvero semplicissima! Praticare l’idrocoltura è facile, richiede poche operazioni e rende le piante più belle, longeve, e a prova di pollice… nero! E, dulcis in fundo, non si devono nemmeno più innaffiare: le piante così trattate infatti diventano “autonome” sul lungo periodo, rivelandosi l’ideale per chi si assenta da casa per le vacanze, ad esempio.

La coltivazione in acqua offre quindi moltissimi vantaggi funzionali, estetici e pratici. Dal nord Europa, dove è la tecnica più adottata per gli interni di case, scuole ed edifici pubblici, l’idrocoltura si sta diffondendo in tutto il mondo. Attualmente fa parte di grandi progetti di verde urbano italiani come i “muri verticali”, ed è utilizzata nelle produzioni industriali agro-alimentari di tutta Europa.

TUTTI I VANTAGGI DELL’IDROCOLTURA

Il concetto di giardinaggio urbano è ormai un tema di ricerca in molte città europee, le comunità di giardinaggio sono in voga, le persone possono coltivare il proprio cibo su un balcone o in un cortile, e l’idrocoltura (o idroponica) è una tecnica utile anche a questi scopi. Ma vediamo al dettaglio quali sono i vantaggi del nuovo trend:

RESISTENZA: maggiore salute e longevità della pianta garantite dall’assenza di agenti patogeni del terreno e per l’ossigenazione ottimale dell’apparato radicale;

SEMPLICITA’: innaffiature mensili, nessuna necessità di rinvasi e pochissime cure – in più si sa esattamente quando e quanto bagnare e concimare;

ECONOMICITA’: meno innaffiature e consumo d’acqua, oltre alla manutenzione semplificata;

PRATICITA’: maggiore leggerezza, ovvero piante più facili da spostare e più sicure da posizionare su pavimenti e tappeti di pregio;

ESTETICA: piante sempreverdi da interno, ideali per spazi da vivere e godersi in qualunque stagione;

PULIZIA: l’assenza di terra elimina sporcizia, muffe e parassiti.

IDROCOLTURA FAI-DA-TE

Coltivare una pianta secondo la tecnica dell’idrocoltura è semplice, divertente e molto creativo! Ecco cosa procurarsi:

  • Acqua
  • Un vaso di vetro
  • Ciottoli o sassolini
  • Fertilizzante per piante
  • Naturalmente la pianta prescelta!

COME SI PROCEDE

  1. Sfilare dolcemente la pianta dal vaso originale, rimuovendo con delicatezza la terra dalle radici;
  2. Sciacquare in acqua corrente l’apparato radicale.
  3. Sistemare la pianta nel vaso, ancorandola al fondo con ciottoli, sassolini e la vostra fantasia.
  4. Ora si può aggiungere l’acqua. Per mantenere il livello costante, se ne aggiungerà dell’altra periodicamente, ogni due, tre settimane circa.
  5. Nell’acqua diluire la metà, anche meno, del normale dosaggio di fertilizzante liquido naturale che si darebbe ad una pianta da terra.

IN ACQUA, LE PIU’ BELLE!

L’idrocoltura fa dell’acqua il cuore pulsante della pianta, escludendo completamente l’uso della terra. I recipienti in materiale trasparente contribuiscono ad esaltare la bellezza del “soggetto” vegetale, mettendo in mostra le radici immerse nel liquido e argilla espansa o sassolini come ulteriori elementi decorativi. In commercio si trovano vasi di questo tipo di dimensioni ridotte per la coltivazione di una sola pianta, ma anche contenitori più grandi per composizioni di varie dimensioni. Ma quali sono le piante più adatte per le coltivazioni idriche? La risposta è sbalorditiva: praticamente tutte! Ma alcune tra esse si sono dimostrate maggiormente idonee all’idroponica come: Ficus Benjamin, Philodendro, Yucca, Photos, Dieffenbachia, e generalmente le piante i cui fiori non cadano troppo in fretta, dato che inquinano l’acqua.

IL FICUS BENJAMIN Scegliere di tenere nella propria casa un ficus benjamin coltivato con la tecnica dell’idroponica o dell’idrocoltura, favorisce il benessere di questa pianta ornamentale. Il ficus beniamino ha un portamento caratterizzato da rami dalle forme eleganti e da una chioma rigogliosa, ed è molto diffuso come pianta da appartamento non solo per il suo aspetto raffinato, ma anche perché si adatta facilmente in ogni tipo di ambiente, purchè luminoso. Il ficus è in grado di assorbire molte sostanze tossiche contenute nell’aria, tra le quali anche la formaldeide che è prodotta dal fumo, dallo smog, dalle plastiche e dai tessuti, risultando quindi perfetto per uffici e luoghi pubblici. Per trattare il benjamin in idrocoltura basterà immergere le radici in un vaso trasparente con acqua e argilla espansa, che darà sostegno ed ancoraggio alla pianta, aggiungendo nuova acqua ogni 3/4 settimane circa. In commercio si trovano contenitori specifici da idrocoltura, composti in due parti: l’idrovaso (o vaso da coltura) per l’argilla espansa e il vaso esterno per l’acqua, collegati tra loro da forellini. Il ficus ama l’umidità e teme il secco, essendo di origine tropicale. Si consiglia quindi di nebulizzare le foglie una, due volte al mese.

FILODENDRO (PHILODENDRO)

Il filodendro è una pianta che appartiene alla famiglia delle Aracee, molto apprezzate per la particolarità e la bellezza delle foglie. Crescendo produce radici aeree con le quali, nel suo habitat naturale cioè la foresta, si aggrappa ai tronchi degli alberi sui quali vive. La coltivazione idroponica rende ancora più interessante questa pianta da ufficio o da appartamento, in quanto agevola la sua crescita. Si coltiva con poche ma importanti cure: per eseguire al meglio la tecnica della idrocoltura è necessario prestare attenzione al livello dell’acqua e alla temperatura dell’ambiente, che non dovrà mai scendere al di sotto i 13 gradi. Il filodendro ama la luce ma non quella diretta del sole. Unitamente alla proprietà di purificare l’aria e di filtrare gli agenti inquinanti, e di crescere magnificamente in acqua, il filodendro da’ ottimi risultati in idrocoltura. Le sue grandi e bellissime foglie si impolverano con molta facilità. Vanno pulite con un panno morbido ed inumidito, evitando i prodotti lucidanti industriali, che a lungo andare le danneggerebbero.

YUCCA

Il “tronchetto” Yucca è una pianta d’appartamento tra le più conosciute. Proviene dai paesi con clima tropicale secco come il Messico, l’Arizona, i Caraibi e la California, dove può raggiungere anche i dieci metri di altezza. Viene apprezzata per la sua particolare forma che risulta eretta, grazie a fusti legnosi e lisci, con poche ramificazioni dalle quali si sviluppano foglie verdissime che sono lunghe, carnose, rigide e appuntite. Il tubero dello Yucca è commestibile. Simile alla patata, come questa è ricco di amido e povero di proteine. L’assenza di glutine ne fa un valido alimento adatto anche ai soggetti celiaci. Il tubero va consumato previa cottura. Si usa come addensante sia nelle soup che nelle minestre, ma specialmente in pasticceria. La farina di manioca deriva proprio da questa preziosa radice. Lo yucca cresce bene in acqua e ha bisogno di tanta luce.

PHOTOS

Il genere Photos comprende circa 50 specie originarie dell’Asia, dell’Australia, delle isole del Pacifico e del Madagascar. E’ una pianta rampicante con tralci lunghi, legnosi, e con foglie a forma di cuore, verde vivo con macchiette e variegature bianche o dorate. La luce intensifica il colore e le sfumature del bel fogliame ricadente. Uno dei metodi per la coltivazione del photos è l’idrocoltura, che permette alla pianta di assorbire in quantità sufficiente l’acqua di cui necessita. Si può iniziare già con una semplice talea messa a radicare in acqua, o trasferire una pianta che ha iniziato il suo ciclo vegetativo nel terreno. Basterà sistemare la pianta nel vaso di acqua e sali minerali, dopo aver lavato via tutta la terra dalle radici. Un esemplare giovane supererà la fase di adattamento meglio di uno più adulto. Durante questa fase infatti l’attività del vegetale si moltiplica, si verifica la caduta delle radici “terrestri” e la formazione di radici “acquatiche”, bianche e carnose, che assorbono rapidamente le sostanze nutritive contenute nell’acqua del vaso.

DIEFFENBACHIA

Le Dieffenbachia, note nei paesi anglosassoni col nome di “Dumb Cane“, sono native del centro e Sud America, dal Messico, Caraibi, Sud del Brasile. Anche se nelle zone d’origine crescono nelle foreste pluviali come piante da sottobosco, le Dieffenbachia si adattano bene al clima che si può trovare all’interno di una casa o di un ufficio. Queste bellissime piante ornamentali sono caratterizzate da un fusto erbaceo, carnoso ed eretto, dal quale dipartono foglie ovoidali molto grandi, di diverse tonalità di verde (a seconda della specie) e molto appariscenti. La particolarità di queste foglie è quella di non avere un colore uniforme, ma tante macchioline di tonalità verde chiaro, quasi bianco. Queste sfumature circolari possono essere disposte a “macchia di leopardo”o come piccole lentiggini. La dieffenbachia è sensibile al freddo e alle correnti. La temperatura ideale ha un range compreso tra 18° e 23° C: più ci allontaniamo da queste temperature e più la crescita rallenta. Essendo originaria del sottobosco vegetativo, questa bella pianta non tollera esporsi in pieno sole, che è causa di bruciature alle foglie. L’esposizione ideale è un luogo luminoso, senza sole diretto, se non nelle ore prossime all’alba o al tramonto. E’ una pianta tossica, da tener lontana dai bimbi e dagli animali domestici. Per la sua coltivazione in acqua, si preferiscono vasi dai colli ampi e lunghi.

Beatrice Pallotta

LO STILE URBAN DI NEW YORK CITY

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Lo Stile Urban è lo specchio della filosofia di vita metropolitana. Pareti di mattoni a vista, legno, tubi di ferro, rame, sono i materiali espressivi di questo design essenziale, funzionale, a volte aggressivo.

In una casa Urban si respira aria di città, di industrie, di magazzini di periferia abbandonati e poi recuperati come spazi abitativi. Questo stile, nato in relazione alla conversione di edifici già utilizzati come uffici o depositi in loft ed open spaces, si iniziò ad affermare negli Anni Cinquanta a New York, durante il recupero di spazi industriali dismessi e riproposti per uso abitativo. L’arredamento degli inediti open space venne ideato ad hoc per esaltarne la bellezza e il grande potenziale funzionale. In prima battuta il nuovo design venne chiamato “stile Industrial” che diventò in seguito “Urban”, grazie alla notorietà e alla diffusione che raggiunse in pochi anni. La popolarità del nuovo stile metropolitano arrivò al culmine quando famose serie tv e film americani ambientarono i loro set in spazi Industrial. Un’ulteriore spinta commerciale venne dal contributo della Pop Art e dalle opere di Andy Warhol. Oggi la tendenza generale al riciclo di aree in disuso e di oggetti, unita alle esigenze sempre più specifiche delle abitazioni di città, hanno rinvigorito la fama del design “Urban”. In Europa come negli Stati Uniti, le nuove tendenze dell’arredamento affondano le radici negli anni Sessanta. Il genere Industrial-Urban, uno dei simboli culturali della generazione di quegli anni, nel corso del tempo ha maturato e generato nuovi gusti ed orientamenti stilistici, come le linee Industrial chic, Industrial design, Metal style, stile Factory, Urban Jungle.

Vintage ed alluminio

Lo stile Urban originale è un genere di arredamento contemporaneo che crea atmosfere metropolitane e industriali. Si tratta di uno stile all’avanguardia del più ampio contesto del modernismo da cui deriva, di cui ha conservato intatte le caratteristiche di minimalismo, essenzialità e morbidezza delle linee. E’ uno stile particolarmente ricercato e versatile, adatto a residenze private, uffici, negozi, locali delle grandi città, ma di grande effetto anche al di fuori di contesti metropolitani. L’arredamento Urban puro, quello cioè concepito per i lofts newyorkesi, trova la sua massima espressione in ambienti ampi dai soffitti alti, che regalano all’istante una piacevole sensazione di ariosità, rafforzata da elementi d’arredo essenziali e da pareti a colori neutri. Per aumentare l’effetto open space, lo stile Urban ha rivalutato tra l’altro il ruolo delle scale come elemento d’arredo, riportandole a vista. Gli elementi Urban derivano dallo stile Industrial e dalle sue escursioni nel passato. Il vintage compare con oggetti d’epoca, macchine da scrivere Olivetti 32 e bauli della nonna, orologi a parete, scaffali in ferro degli anni Sessanta. Ogni oggetto retrò è consentito, ma in modo discreto ed ordinato. Per ravvivare l’ambiente si ricorre a mobili Shabby-Chic o Provenzali, che possano creare contrasti interessanti e riscaldano ogni grigio mood urbano,

Urban Pure

Un’altra particolarità del design metropolitano è la scelta dei materiali della struttura interna dell’ abitazione. Lo stile Urban purosangue impone pareti di mattoni a vista, soffitti alti con travi visibili, complementi d’acciaio di seconda mano, pavimenti in resina o in cemento puro. I colori predominanti sono in larga parte neutri, come bianco, grigio, crema o color mattone. Le decorazioni vengono impiegate per accendere ed incuriosire, come macchie di colori acidi alle pareti, quadri e stampe contemporanee o underground. Il metallo grezzo o il legno scuro possono aggiungere un tocco country alla composizione Urban nel suo insieme.

Un loft in casa

Realizzare il sogno di una casa simile ad un loft urbano di New York non è difficile, dato che lo stile Industrial-Urban, generato in seno al modernismo, non si discosta eccessivamente dagli standard. I suoi tratti estetici sono unisex, ma si possono adattare facilmente a personalità decisamente maschili o femminili. Lo stile newyorkese si concentra soprattutto su alcuni dettagli inconfondibili:

1) per i canoni estetici “urban”, la bellezza non è nella perfezione, ma dipende dal suo valore oggettivo e dalla sua utilità. Bello sì, ma soprattutto utile.
2) Le pareti divisorie sono ridotte al minimo indispensabile. Lo spazio è open, assolutamente aperto, senza confini. 3)Le linee degli arredi più importanti sono orizzontali o verticali, nette e precise. Da accostare elegantemente con elementi vintage e riciclati. Per dare un tocco femminile, si possono aggiungere decò Shabby e punti luce e di colore. Un gusto più maschile invece, sarà rimarcato da oggettistica in ferro, cuoio, acciaio. 4) Complessivamente tutti gli spazi devono essere simmetrici, senza divisori, e soprattutto molto comodi! 5) I giochi di contrasti tra luci ed ombre rendono ancora più affascinanti gli ambienti Urban. Un’illuminazione minimalista e la lucentezza di elementi metallici di lampade da terra e di lampadine appese a un filo, sottolineano profondamente l’atmosfera dettata dal design metropolitano, essenziale e veritiera.


Altri dettagli Urban

Per aumentare ulteriormente l’atmosfera Urban, bisognerà avere la parete più in vista con i mattoni scoperti, come detta la tradizione americana. (Evitare la carta adesiva con le finte mattonate!) Le altre pareti andranno tinteggiate con il bianco – per illuminare; il beige – per riscaldare; il marrone – per l’eleganza. L’arredamento sarà minimal abbinato per contrasto con elementi personali, vintage, artistici, come ad esempio un divano moderno accompagnato da una poltrona jungle, oppure antiche cristallerie esposte su scaffali industriali. Un posto speciale spetterà ad elementi upcycling o riciclati, credenze, comò, armadietti del secolo scorso reinventati anche attraverso nuove tinteggiature accese. I pavimenti migliori dell’Urban contemporaneo sono in legno: il parquet concorre a riscaldare l’ambiente ed aggiunge un tocco di eleganza in più. Molta attenzione andrà all’allestimento delle decorazioni, che saranno ricche di dettagli di vita e di creatività metropolitana. Le pareti potranno ospitare quadri geometrici, astratti, psichedelici, e graffiti d’autore disegnati su muro. L’oggettistica sarà di diversa provenienza e stile, ma mai disordinata. I tessuti delle camere e del salone utilizzati saranno in preferenza chic, eleganti e preziosi, come il velluto e la pelle per i divani, la seta per coperte e cuscini.


La giungla ispira gli artisti

Un trend vincente del 2018 è lo stile Jungle, un’evoluzione della grande famiglia metropolitana Urban. Il Jungle è un arredamento tropicale ed esotico che, con la sua allegria e naturalezza, ha conquistato l’attenzione degli stilisti e degli appassionati di decor di tutto il mondo. Questo stile così vicino alla natura, ci riporta a scenari di foreste, palme, spiagge incontaminate e a mille accessori dal sapore esotico. La casa in questo stile diventa un luogo fantastico ed imprevedibile, piena di immagini da sogno e di riferimenti tropicali. Le piante qui hanno il ruolo di primedonne, affiancate da elementi d’arredo in bambù, come divanetti e separatori. La natura predomina ovunque, anche sulle pareti, rivestite di carta stampata con cactus, foglie, animali selvaggi. Abitare Jungle significa vivere immersi nel colore verde in tutte le sue sfumature, in una suggestiva ed accogliente cornice esotica. La presenza di tante piante, vere o finte, a volte con foglie davvero gigantesche, rende la casa “informale”, ma vivace ed accogliente. A volte basterà una sola parete Jungle a cambiare l’atmosfera in una stanza, o in bagno o in cucina. Per esempio applicandola nella zona doccia, oppure in un ingresso dietro ad un appendiabiti in canna di bambù. Lo stile Jungle è perfetto per le stanze dei bambini e dei ragazzi.

Beatrice Pallotta

GIARDINI VERTICALI: LE PIANTE RAMPICANTI

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In casa come all’aperto, non c’è niente di più decorativo di una pianta rampicante. L’insieme di foglie, fiori, rametti sinuosi che si arrampicano con eleganza, abbelliscono qualsiasi ambiente.

Aggrappate ai muri, ai tronchi d’alberi, a grate, a reticolati sulle pareti di casa o di un ufficio, le piante rampicanti creano delle vere barriere verdi a volte impenetrabili. Possono svolgere diverse funzioni sia in giardino che in balcone, creando suggestive pareti verdi, muri divisori, pergolati, disegni decorativi verticali. Le piante rampicanti del genere sempreverde sono perenni, mantengono cioè le foglie in tutte le stagioni dell’anno. Sono l’ideale per questa stagione perchè colorano di allegria i nostri ambienti all’aperto, ingrigiti dalle austerità dell’inverno. Con le rampicanti si può dar vita ad una nuova dimensione del gardening, quella del modernissimo giardinaggio verticale. L’altezza spesso ignorata di muri, cancellate, tronchi e fusti di alberi, si può rivestire di bellissime piante che si “arrampicano”. Sono perfette per piccoli balconi e giardini di città, per le ringhiere dei palazzi, per coprire crepe ed imperfezioni dei muri. Negli spazi più grandi invece, possono realizzare divisioni d’ambienti ecosostenibili o maestose siepi in terrazze e balconate. Le piante rampicanti comprendono diverse e variegate specie, adatte ad ogni tipo di esigenza ambientale e climatica. Sono numerosi gli esemplari di rampicanti rustici ben adattati al freddo e compatibili con l’inverno del nord Italia; altri invece sono più delicati, amano il clima temperato delle coste del mare e dei laghi. Esistono infine alcune varietà tropicali che crescono esclusivamente in appartamento, al riparo da correnti d’aria e lontane dai termosifoni. Una prerogativa che rende le piante rampicanti tutte simili fra loro, è la capacità di svilupparsi in poco tempo, ottenendo risultati sbalorditivi e di semplice realizzazione.

LE SEMPREVERDI DA FREDDO

Le rampicanti sempreverdi sono piante molto rustiche che resistono al freddo anche intenso. Tra le più conosciute ed apprezzate troviamo il Gelsomino d’inverno, la Bignonia, l’Edera, la Passiflora, la Clematide, il Caprifoglio, il Glicine. Quando le rampicanti non trovano un sostegno per arrampicarsi, possono diventare il “tappezzante”di un terreno, dato che si espandono anche in senso orizzontale. Per questo scopo, le piante più indicate sono la Clematide Alpina e Macropetala, e l’ Hedera Hibernica.

IL GELSOMINO D’INVERNO

Le varietà di Gelsomino sono oltre 200, ma alcune sono più diffuse di altre meno conosciute. I Gelsomini vengono classificati in tre principali gruppi in base alla loro resistenza al freddo, in delicati, semirustici e rustici. La coltivazione dei Gelsomini varia secondo le specie, ma le rustiche sono le migliori per il clima invernale. Il Gelsomino invernale è un rampicante che si coltiva in giardino per abbellire muri, pergolati, graticci, staccionate, cancelli, e può anche essere piantato in vaso nei balconi. Questa pianta profumatissima fiorisce in abbondanza in piena luce, ma tollera anche la mezzombra. I fiori sopravvivono persino a una gelata: il Gelsomino a fioritura invernale, infatti, sa resistere a temperature rigidissime, fino a -10°C!

LA BIGNONIA

La Bignonia è una pianta rustica, facilissima da coltivare. In Italia, può essere piantata praticamente ovunque. La Bignonia campsis radicans ha un’ottima resistenza al gelo e può sopportare temperature minime inferiori ai -18° C. Le Campsis inoltre hanno un’ottima resistenza alla siccità e possono sopravvivere a lunghi periodi senza piogge. Si tratta in generale di piante rampicanti vigorose e rigogliose, resistenti al freddo, con foglie pennate, costituite da foglioline lanceolate, con margine dentellato, di colore verde chiaro, caduche. Dall’inizio dell’estate fino oltre l’autunno, producono grandi fiori a trombetta, nei toni dell’arancio, riuniti in grandi mazzi. Si coltiva in vaso o in piena terra; durante l’inverno è in completo riposo vegetativo e perde il fogliame, per questo sopporta molto bene il freddo ed il gelo, e non necessita di protezione.

L’EDERA

L’Edera è ideale per trasformare un muro o una cancellata in una bellissima siepe di rampicanti, in grado di offrire una privacy totale. L’Edera resiste benissimo all’inverno, formando un fittissimo tappeto rampicante verde in ogni stagione. Abbinandola alla Clematide Montana, o al Caprifoglio o al Glicine, ci si assicura fioriture a siepi miste per tutto l’anno. Sono le soluzioni perfette per creare una parete green con fiori coloratissimi, in grado di garantire al massimo la privacy, e di offrire tanta bellezza.

LA PASSIFLORA

La Passiflora è una pianta dal fiore meraviglioso di colore bianco, azzurro e viola, il celebre “fiore della passione“. E’ un’arbustiva sempreverde rampicante originaria del centro e sud America. Facilissimo da coltivare, è un arbusto particolarmente resistente alle avversità climatiche. Ha foglie dalle forme differenti e di colore verde intenso, che tendono a cadere solo se le condizioni climatiche si fanno problematiche, troppo rigide o troppo calde. La Passiflora deve essere posizionata in un luogo soleggiato, meglio se orientato a sud, per ottenere una fioritura più rigogliosa. D’inverno, meglio ripararla con protezioni specifiche per le piante. La Passiflora caerulea in particolare, è la migliore per il nostro clima invernale: E’ apprezzata per le sue lunghe ramificazione, adattissime a ricoprire muri, recinzioni, pergole.

LA CLEMATIDE CIRRHOSA

Le Clematidi appartenenti alla varietà “cirrhosa” sono rampicanti sempreverdi che possono raggiungere anche i 3 metri d’altezza. Fioriscono da fine inverno a inizio primavera sui getti dell’anno precedente. I fiori penduli di piccole dimensioni, circa 4-6cm, composti da 4 petali, sono portati singolarmente o in piccoli mazzetti, di solito il colore è bianco crema. I fiori della varietà ‘Freckles’, invece, presentano numerose macchie rosso porpora all’interno. Come rampicante sempreverde con fiori anche la Clematide richiede posizioni soleggiate, in modo che ne possa godere almeno quattro, cinque ore ogni giorno. Questo bel rampicante si adatta a crescere in vaso su terrazzi e balconi, perché è una pianta leggera, veloce nella crescita, e spettacolare quando è in fiore. Si può utilizzare per movimentare grigliati e altri tipi di traliccio, o gazebo in ferro battuto, ad esempio.

IL CAPRIFOGLIO

L’inverno è l’ideale per mettere a dimora un Caprifoglio invernale, evitando solo i periodi in cui il terreno è troppo bagnato, gelato o innevato. In inverno, quando ben poche altre piante fioriscono, il Caprifoglio invernale sorprende con i suoi fiori e il suo profumo. E’ una pianta rampicante a portamento rigoglioso, con foglie ovali di colore verde brillante e infiorescenze a grappoli formate da fiori tubulosi bianchi e profumati, che generano frutti velenosi, ornamentali, piccole e lucide bacche di colore rosso. È una pianta che prospera alla luce, ma può svilupparsi senza grandi problemi anche in zone caratterizzate da una mezzombra. Si usa per creare pergolati all’interno dei giardini e balconi, o per ricoprire graticci applicati alle pareti esterne delle case. Ha uno sviluppo rapido e in poco tempo riveste grandi spazi. Il Caprifoglio rampicante si sviluppa in maniera vigorosa e quindi ha bisogno di elevati quantitativi d’acqua. In estate la pianta deve essere annaffiata quotidianamente.

IL GLICINE (Wisteria)

Il Glicine è di rapida crescita, specie se riprodotto da seme. È una pianta molto robusta che forma fusti e chioma con diametri elevati. La bellezza di questo rampicante raggiunge l’apice in marzo-aprile quando si ricopre di lunghi grappoli profumati blù-lillà, rosa-bianchi. Il Glicine si pianta in pieno sole, durante il riposo vegetativo che è compreso tra fine novembre e fine febbraio. Richiede una struttura solida sulla quale crescere, meglio se con robusti cavi d’acciaio, fissati con tasselli al muro, in modo tale da consentire la crescita potente. Per coltivare il Glicine in vaso sul balcone o terrazzo, sarà sufficiente un contenitore di 40-50 cm di larghezza, in modo da andare incontro alle esigenze della pianta rinviando l’operazione del rinvaso. Non appena la terra a disposizione della pianta apparirà diminuita, se ne aggiunge dell’altra. Durante l’inverno è bene proteggere la pianta con una pacciamatura naturale.

LE STRUTTURE E GLI UTILIZZI

Le piante rampicanti fiorite, sempreverdi o da balcone, si arrampicano verso la luce, hanno dunque bisogno di un supporto su cui crescere e svilupparsi in verticale. Solitamente sono sufficienti le irregolarità della muratura, ma non tutte le piante riescono ad aggrapparsi a queste superfici. Alcune di esse infatti hanno la necessità di arrampicarsi lungo un graticcio, mentre altre ancora si adattano a crescere su un palo, come il Glicine. Quindi è importante fornire ad ogni singola pianta il suo giusto supporto. Le piante rampicanti inoltre, possono svolgere ruoli e funzioni diverse:

per bordura a parete, scegliere piante con ventose, spine, aculei; su reticolato, rampicanti con viticci; su fili, soprattutto viti e viticci. Pergole ed archi si rendono spettacolari grazie ad una corona di fiori rampicanti profumatissimi, come quelli dei Gelsomini, dei Rosai, delle Madriselva, delle Clematidi. Sugli alberi sono da preferire le rampicanti spinose, da piantare direttamente alla base dei tronchi. Sui colori autunnali e invernali perfette sono le rampicanti a fioritura tardiva, come le Clematidi dai fiori gialli “Golden tiara” o quelle dai fiori azzurri come “Rhapsody”. Per ricoprire il suolo si usa qualsiasi tipo di rampicante vigoroso, come l’Edera, il Polygonum e la Madreselva. Spettacolare a terra, l’Ortensia rampicante!

SUPPORTI ARTIFICIALI: in commercio si trova un’ampia scelta di bordure, reticolati, grate, pergolati, di tutte le dimensioni. Alcune si fissano alle pareti, altre nella terra dei recipienti. I contenitori migliori sono quelli in plastica, che resistono molto bene alle intemperie.

Beatrice Pallotta

IL FOTORITOCCO DA SELFIE: TROPPI DANNI COLLATERALI?

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Photoshop è da lungo tempo un ostacolo per l’autostima, in particolare per i più giovani. La possibilità di modificare e cancellare i cosiddetti difetti corporei e le imperfezioni, è una moda, fa tendenza, ma non è priva di effetti collaterali per l’equilibrio psicologico.

Il bello è che oggi si può scaricare una app del fotoritocco simile a Photoshop e gratuitamente anche sullo smartphone. In pochi secondi è possibile cambiare il proprio aspetto e postarlo come foto-profilo ufficiale. Il fotografo inglese Rankin ha raccolto una serie di selfie di ragazze ritoccate con la app, riflettendo su quanto possano essere dannose. Il progetto fotografico si chiama infatti “Selfie Harm”, “Il danno del selfie”.

Rankin ha fotografato 15 adolescenti di età compresa tra i 13 ei 19 anni. Ha poi chiesto a ogni adolescente di modificare una delle loro foto per renderla pronta per essere pubblicata su un social-media, utilizzando un’applicazione per smartphone gratuita. “Le immagini, come qualsiasi altra cosa, possono essere salutari o dannose, avvincenti o nutrienti”, ha dichiarato Rankin in un comunicato stampa.“E ora, più che mai, questo è diventato un problema enorme con l’enorme impatto culturale dei social media: ogni piattaforma è piena di immagini iper-ritoccate e altamente sfalzate, diffondendo molta confusione e alzando i livelli collettivi di ansietà. Un bel casino!

Le foto fanno parte di una mostra chiamata Visual Diet, un progetto di M & C Saatchi, Rankin e MTArt Agency che sta esplorando l’impatto delle immagini sulla nostra salute mentale. “Siamo alimentati con la forza di decine di migliaia di immagini ogni giorno, ed è solo in aumento, ma ci fermiamo mai e pensiamo a ciò che questo sta facendo alle nostre menti?”

IL CERVELLO DEL CUORE

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Ancora oggi non si conoscono del tutto le complessità del funzionamento del cuore, centro di vita e specchio delle emozioni. Il cuore ha un suo cervello, del tutto indipendente dal sistema nervoso centrale. Nel cervello del cuore le emozioni vengono identificate e rielaborate in messaggeri chimici, in informazioni, che raggiungeranno con il flusso sanguigno ogni centimetro del corpo. Nei ragionamenti del cuore ci sono il piacere, l’amore, la paura, il dispiacere, dunque le emozioni più importanti per il genere umano. Un antico testo indiano dice: “Vasto come questo spazio esterno è il minuscolo spazio dentro al nostro cuore: in esso si trovano il cielo e la terra, il fuoco e l’aria, il sole e la luna, la luce che illumina e le costellazioni, qualunque cosa quaggiù vi appartenga e tutto ciò che non vi appartiene, tutto questo è raccolto in quel minuscolo spazio dentro al vostro cuore”

TRASMISSIONE E CONNESSIONE

Quando viene concepito un bambino, il suo cuore inizia a battere prima che l’organo deputato ad essere la “mente” dell’intero organismo, cioè il cervello, si sia formato. A dare il segnale di avvio al battito del muscolo cardiaco fetale è un minuscolo circuito di gangli neurali, un mini-cervello posto nel miocardio. Il “cervello del cuore” è la prima sorgente di input e di informazioni dell’intero organismo, e ha una sua vita neurale del tutto indipendente da quella cerebrale. Il cuore è intelligente, produce una sua energia e ha una sua specifica “coscienza”. La neuro-cardiologia lo descrive come fonte di un ampio campo elettro magnetico (circa 60 volte) più grande di quello delle onde cerebrali) che agisce da segnale sincronizzatore in tutto il corpo. Il cuore orchestra l’intero equilibrio psico-fisico dell’essere umano, e le sue variazioni dipendono soprattutto dalle emozioni. Il campo elettrico cardiaco si irradia all’interno, ma si espande anche all’esterno, con una grande onda dall’ampiezza di circa 3 metri. Il campo energetico si propaga ad onde circolari e si può connettere con altri campi vitali per uno scambio di reciproche informazioni. (Gli animali sanno avvertire le onde magnetiche cardiache anche da 20 metri di distanza La frequenza del battito e la gittata cardiaca coinvolgono bio-chimicamente ogni cellula del corpo, stimolando l’intera attività ormonale e neurale. Il cervello cardiaco produce ormoni specifici come l’ANF, neuro-peptide anti-stress, e l’oxitocina, meglio conosciuta come l’ormone dell’amore: messaggeri chimici fondamentali per la sopravvivenza e per la generazione di nuove vite. L’oxitocina, stimolatore del parto e dell’allattamento, è un ormone coinvolto anche nei processi cognitivi, nelle capacità di tolleranza e di adattamento, nei comportamenti sessuali, nei legami affettivi e sociali, e le sue concentrazioni sono le stesse di quelle del cervello. Dal cuore provengono anche i flussi adrenalinici, eccitatori dell’intero organismo. Quando il cervello del cuore si sincronizza con il cervello della testa, tutto il corpo funziona a pieni regimi del benessere, e l’energia è elevata. In caso di disarmonia tra i due organi, il cuore inizia a produrre l’ormone antistress ANF, per ristabilire l’omeostasi.

VERSO LA COERENZA CARDIACA

Per equilibrare corpo e mente e per mettere in armonia i cervelli del cuore e della testa, per creare quindi la “coerenza cardiaca” esistono diverse tecniche, antiche e moderne di tipo respiratorio, ed altre all’avanguardia di stampo tecnologico. La naturopatia moderna si rivolge a questo scopo alle tecniche di respirazione e al training autogeno. Le emozioni che generano il miglior stato di coerenza cardiaca, secondo gli studi scientifici, sono: la gratitudine, l’amore, la generosità, la compassione, la pace interiore, la gioia, l’appagamento.

Beatrice Pallotta

FARFALLE FAVOLOSE: LE RARISSIME

Il pianeta Terra è popolato da oltre 800 mila specie di insetti, di cui 20 mila sono farfalle. Molte fra queste, sono in via di estinzione, a causa dei drastici cambiamenti dei loro habitat, dovuti alle sconsiderate azioni dell’homo sapiens…

Metalmark de Lange: questa farfalla si trova nelle dune di sabbia lungo la sponda meridionale del fiume Sacramento, dove si nutre di foglie di grano. L’uomo colpisce drasticamente il loro habitat , tuttavia, il territorio fa ora parte del “Rifugio nazionale della fauna selvatica delle dune di Antioquia”…Speriamo bene!

Luzon Peacock: scoperta nel 1965 su un’isola nel nord delle Filippine, Luzon Peacock preferisce vivere al di sopra dei 1500 metri, richiamando l’attenzione sui suoi colori: il suo corpo può essere verde, nero, rosso, blu e persino viola. Fa purtroppo parte dell’elenco delle specie minacciate di estinzione.

Farfalla blu:  vive nelle zone tropicali dell’America Latina, dal Messico alla Colombia. La sua aspettativa di vita è molto bassa, poiché vive, in media, solo 115 giorni e trascorre la maggior parte del tempo alla ricerca di cibo.

La Farfalla della regina Alessandra: è la farfalla più grande del mondo e vive solo nelle foreste della provincia di Oro in Papua Nuova Guinea. Chiamata così nel 1906, in onore della regina Alessandra di Danimarca.

Kaiser-i-Hind: Per trovare questa specie “è semplice”, basta cercarla in Himalaya! Kaiser-i-Hind si muove rapidamente sulle cime degli alberi ad alta quota. Come altri rari tipi di farfalle, è in estinzione, anche se vive in un luogo così remoto.

Piccola Leona blu: questa piccola farfalla è stata scoperta nel 1991 e si nutre solo di nettare di grano saraceno, e usa questa pianta per deporre le uova. Questo insetto è unico e soffre per mano dei cacciatori, che lasciano la specie minacciata di estinzione.

Farfalla di “marmo”: Considerata estinta dal 1908, è stato riscoperta durante un’altra ricerca del 1998, sorprendendo tutti. Vive nelle isole di San Juan a Washington.

Gloria del Buthan: ci sono molti tipi rari di farfalle che si potrebbero citare per completare questo elenco, ma Gloria del Bhutan si sta estinguendo per davvero o è solo rara? Mentre alcuni affermano che questa specie ha perso gran parte del suo habitat, gli appassionati però continuano a trovarla!

a cura di Beatrice Pallotta

ALLARME MORBILLO

Nel 2019 i casi di morbillo nel mondo hanno raggiunto il livello record degli ultimi 23 anni, e dal 2016 allo scorso anno i decessi sono raddoppiati per arrivare a oltre 207mila. Lo afferma un rapporto dell’Oms, secondo cui a causare l’impennata è stato il declino nelle coperture vaccinali.

Secondo il documento nel 2019 i casi nel mondo della malattia sono stati circa 870mila, il numero più alto dal 1996, con aumenti in tutte le regioni dell’Oms, che hanno vanificato i progressi ottenuti tra il 2010 e il 2016, quando si è toccato il minimo storico.

“Sappiamo come prevenire i focolai e le morti per morbillo – afferma Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Oms -. Questi dati mandano un chiaro messaggio che stiamo fallendo nella missione di proteggere i nostri figli dal morbillo in tutte le zone del mondo. Dobbiamo lavorare insieme per raggiungere tutti e ovunque con il vaccino e fermare questo virus mortale”.

La copertura mondiale della prima dose del vaccino, si legge nel rapporto, è stabile ormai da un decennio tra l’84% e l’85%, mentre per la seconda dose c’è stato un aumento negli ultimi anni ma il tasso rimane intorno al 71%, cifre molto lontane dal 95% richiesto per l’immunità di gregge.

MA IL MORBILLO PUO’ COMBATTERE IL CANCRO?

Distruggere il tumore utilizzando una dose massiccia di virus del morbillo, che riesce a infettare e uccidere le cellule cancerose, risparmiando i tessuti sani. Sono riusciti a farlo i ricercatori statunitensi della Mayo Clinic di Rochester, in Minnesota, in una prima prova effettuata su due pazienti malate di mieloma multiplo che non rispondevano alle altre terapie disponibili e avevano già avuto diverse ricadute. In particolare, una delle due donne, una 49enne che lottava con la malattia da nove anni, pare essere in remissione completa da sei mesi, per cui gli studiosi sperano possa essere sulla via della guarigione. Anche l’altra partecipante alla sperimentazione, una 65enne malata da sette anni già sottoposta a vari trattamenti senza successo, ha beneficiato della cura, con una riduzione sia del tumore a livello del midollo osseo che delle proteine di mieloma. L’articolo è per ora comparso sulla rivista edita dallo stesso ospedale in cui lavorano i ricercatori, Mayo Clinic Procedeenigs ma la ricerca prosegue e gli studi sono promettenti.

(B.P.)