L’articolo “Commercial harvesting has driven the evolution of camouflage in an alpine plant”, pubblicato di recente sul Current Biology, da Yang Niu e Hang Sun del Kunming Institute of Botany dell’Accademia cinese delle scienze, e da Martin Steven dell’Università di Exeter, illustra di come le piante di Fritillaria Delavayi si mimetizzino nelle aree in cui più vengono raccolte dagli esseri umani. Le Fritillaria che vivono lungo i pendii rocciosi delle montagne cinesi dell’Hengduan, negli ultimi anni hanno adottato un camouflage perfetto per confondersi tra le rocce, e riuscire così a sfuggire alla predazione umana. La Fritillaria Delavayi è un’erba perenne che produce un singolo fiore all’anno dopo il quinto anno di vita. I suoi bulbi vengono utilizzati in medicina cinese da oltre 2.000 anni, come prezioso e richiestissimo rimedio contro la tosse.
I ricercatori cinesi e britannici sono convinti che “Questo suggerisce che gli esseri umani ne stiano “guidando” l’evoluzione verso nuove forme di colore, perché le piante meglio mimetizzate hanno maggiori possibilità di sopravvivenza. E’ straordinario vedere come gli esseri umani possano avere un impatto così diretto e drammatico sulla colorazione degli organismi selvatici, non solo sulla loro sopravvivenza, ma sulla loro stessa evoluzione Molte piante sembrano usare il mimetismo per nascondersi dagli erbivori che potrebbero mangiarle, ma qui vediamo l’evoluzione del camuffamento in risposta ai raccoglitori umani. E’ possibile che gli esseri umani abbiano guidato l’evoluzione delle strategie difensive in altre specie vegetali.”
La nuova scoperta si aggiunge ad un elenco crescente di specie influenzate nell’evoluzione direttamente dall’essere umano. La Fritillaria Delavayi, che di norma è verde con fiore giallo, nelle zone di raccolta tradizionali si confonde alla perfezione con i sassi del posto; le sue foglie scure e l’inflorescenza grigia sembrano piccole rocce poggiate sul suolo, rendendole così meno individuabili.
Nonostante non sia ancora possibile rianimare un essere umano crio-conservato a lungo termine, i ricercatori sono riusciti a far riprendere vita a semi vegetali del periodo del Pleistocene. I frutti intatti di una pianta della specie Silene Stenophylla sono stati trovati congelati in Russia, nella Siberia nord orientale, durante una perforazione dei ghiacci. Dopo una manciata di tentativi, le piante ancestrali sono tornate a nuova vita…
Le piantine rianimate hanno ripreso a germogliare dopo un “letargo” durato 32 mila anni. I frutti delle Silene Stenophylla erano sepolti a 38 metri di profondità, sotto spesse lastre di ghiaccio, ad una temperatura di -7 °C. La scoperta è stata del tutto casuale. Le perforazioni erano finalizzate alla ricerca di circa 70 antiche tane di scoiattoli per motivi di studio. All’interno delle piccole cavità scavate dai roditori, per mettere da parte scorte di cibo e di altri piccoli materiali, c’erano anche i frutti della Silene. Probabilmente una serie di eventi meteorologici seppellì e congelò le casette sotterranee degli scoiattoli, in una specie di crio-imbalsamazione praticamente perfetta.
Fino ad oggi, gli esperimenti erano riusciti a recuperare una vita vegetale di “soli” 2000 di età, grazie ad un team scientifico russo guidato da Svetlana Yashina. Un record ampiamente battuto dalle nuove vite ancestrali rinate in questi giorni. Come ha dichiarato il paleontologo Grant Zazula, curatore dell’esperimento: “Questa scoperta aumenta incredibilmente la nostra comprensione della vitalità potenziale contenuta in una vita antichissima congelata.” Il procedimento scientifico si è basato sull’estrazione del DNA dai tessuti, perchè qualsiasi tentativo di far germogliare i semi era fallito durante i precedenti esperimenti. Le piantine inizialmente sembravano identiche a quelle ancora oggi presenti in natura. Ma una volta fiorite, hanno mostrato petali più lunghi e distanziati delle loro pro-nipoti moderne, nonché una capacità riproduttiva molto più spiccata.
Il successo dell’esperimento è stato ottenuto per una serie di ragioni. I frutti ancestrali contenevano molto saccarosio, che ha conservato le cellule. Inoltre la coltre di ghiaccio ha costituito un importante scudo protettivo contro le temibili radiazioni del luogo.
In una parte remota e selvaggia della foresta amazzonica colombiana, sono state ritrovate una serie di pitture antichissime, risalenti a migliaia di anni fa. Probabilmente si tratta di una scoperta davvero eccezionale: una collezione di almeno 12 pannelli di pittogrammi dipinti su rocce, raffiguranti esseri umani, piante, animali, impronte di mani, giochi e motivi geometrici, realizzati tra 12.600 e 11.800 anni fa! La più importante collezione di arte rupestre mai ritrovata, era nascosta nei pressi di Cerro Azul, sulla punta settentrionale dell’Amazzonia colombiana. I pannelli sono colorati di rosso acceso, e sono stati distribuiti lungo un territorio esteso per quasi 13 chilometri, fino al limite delle scogliere marine colombiane. I dipinti ci riportano alla vita dei nostri antenati, e al loro rapporto con gli animali quasi preistorici. In alcuni di essi, si vedono uomini che interagiscono persino con i mastodonti, elefanti primitivi scomparsi nel tempo. In realtà gli scavi archeologici erano iniziati già nel 2018, ma il ritrovamento è stato tenuto segreto fino ad oggi, per permettere alla rete televisiva UK Channel 4 di preparare in esclusiva un documentario, che sarà trasmesso nei prossimi giorni.
Certamente alcuni dipinti sono stati eseguiti mediante l’ausilio di scale speciali o simili, poichè posti molto in alto. Ci mostrano rappresentazioni di animali esistenti, come pipistrelli, scimmie, coccodrilli, cervi, tapiri, tartarughe, ricci, ma di grande rilevanza sono i disegni di animali estinti a causa dell’era glaciale, come mastodonti, bradipi giganti, camelidi e ungulati a tre dita (della famiglia dei rinoceronti e dei tapiri). Le pitture offrono inoltre una preziosa testimonianza di come vivessero gli esseri umani in un’epoca così lontana. Al riguardo, l’archeologo dottor Robinson ha dichiarato: “E’ davvero incredibile pensare che cacciassero erbivori giganti, di cui alcuni delle dimensioni di una automobile!”
Gli scavi sono stati approfonditi ed accurati. Intorno ai dipinti, c’erano diversi rifugi/abitazioni in pietra. “Ossa e tracce di piante ci hanno mostrato che queste comunità fossero essenzialmente di cacciatori-raccoglitori. Si nutrivano di palme e frutti di alberi, oltre che di serpenti, rane, capibara, armadilli e paca. Però erano capaci anche di catturare in acqua pesci piranha e coccodrilli per cibarsene.” ha rivelato inoltre il dottor Robinson in uno studio pubblicato su Quaternary International. Queste pitture sono una testimonianza spettacolare di come gli esseri umani siano sopravvissuti e si siano evoluti, nonostante le enormi difficoltà climatiche ed ambientali.
Sebbene fosse noto che l’Homo sapiens abbia consumato droghe di vario genere fin dalla preistoria, si pensava che l’assunzione di allucinogeni fosse prerogativa esclusiva degli sciamani per i loro “viaggi solitari” in altre dimensioni. Ma uno studio accurato di una grotta in California, ha dimostrato che il consumo di droghe fosse invece anche collettivo, e che alcuni rifugi rocciosi servissero per ospitare esperienze di trance di gruppo. La grotta Pinwheel californiana infatti è affrescata da diverse opere di arte rupestre che riproducono immagini stilizzate del fiore Datura wrightii, fortemente allucinogeno, e nel suo soffitto i ricercatori hanno trovato fasci fibrosi masticabili imbevuti di estratti del fiore Datura. La grotta era inserita nel territorio storico della tribù pellerossa Chumash almeno dal 1600, e fu teatro di riti di varia natura fino alla fine dell’Ottocento.
Nella mitologia Chumas, la pianta Datura è personificata come una “nonna soprannaturale” di nome Momoy. Il fiore, noto anche come Tromba d’angelo, si attorciglia come una girandola per tutta la durata del giorno, ma si apre per l’impollinazione solamente all’alba e al tramonto. I dipinti nella grotta Pinwheel rappresentano sia la Datura che il suo impollinatore principale, la “Falena falena”, nel suo stadio larvale. Gli studiosi sono sicuri che i disegni pellerossa servissero come “catalizzatori visivi per esperienze comuni” e per indicare che la grotta fosse il luogo dove consumare in gruppo le sostanze psicoattive vegetali.
Gli storici ritengono che la Datura venisse usata per “ottenere il potere soprannaturale di medicare, per neutralizzare eventi soprannaturali negativi, per allontanare i fantasmi e per vedere il futuro o trovare oggetti smarriti, ma, soprattutto, come medicina per una varietà di malattie”. Veniva inoltre posta in un tè chiamato toloache per le cerimonie di iniziazione all’età adulta dei ragazzi.
Le recenti scoperte sulla grotta Pinwheel sono riportate nel Proceedings of the National Academy of Sciences, che le evidenzia dettagliatamente.
Durante questo periodo dell’anno, la natura vive in un sonno apparente. Nonostante l’incalzare di freddo, gelate e nevicate, il mondo dei vegetali è sempre in fervente attività. Chi ama il gardening infatti, anche nei mesi invernali ha sempre un gran da fare, sia per sistemare al meglio le piante più freddolose riparandole dalle avversità climatiche, e sia per abbellire balconi e giardini delle piante più fashion del momento. L’aria frizzante e cristallina ben accoglie alcuni piacevolissimi lavori da svolgere all’aperto, come sfoltire, impiantare bulbi, preparare le rose, seminare prelibatezze gastronomiche. A dispetto delle previsioni meteo, il gardening moderno ci spinge ad esplorare nuove esperienze decorative, suggerendo composizioni ed accostamenti tra piante “nordiche” e quelle più rustiche e resistenti al freddo, in grado di rendere vitali e suggestivi i nostri spazi outdoor anche durante la stagione invernale.
SOTTO IL CIELO DI UN LUNGO INVERNO
Il giardinaggio di questo periodo di apparente letargo vegetativo, prevede una serie di operazioni molto importanti, finalizzate a promuovere le germinazioni e le nuove nascite delle piante primaverili. Ecco tutti gli steps da seguire:
la semina E’ tempo di seminare, meglio se durante la luna crescente, i fiori di calendula, zinnia, viola, violaciocca, margherita. Protetti al coperto invece si piantano i semi di begonia, cineraria, garofano, petunia e di tutte le piante annuali.
I trapianti In gennaio e febbraio si trapiantano le piante ad alta fusto, gli arbusti, la camelia, skimmia, rododendro e l’azalea.
Le talee Approfittando sempre della luna crescente, si mettono a radicare le talee di gerani, crisantemi, garofani, salvia, verbena, lavanda, rosmarino, eliotropo, phylca ericoides, margherite.
Le potature E’ il momento di potare le rose e le siepi. Le rose, non appena le gemme appaiono gonfie; le siepi invece, prima che appaiano i germogli. Si eliminano i rami morti e quelli troppo sottili.
Smuovere la terra Una vigorosa vangatura della terra piena e di quella di fioriere e contenitori, renderà più accogliente l’ambiente a semi e giovani piantine. Quando possibile, è sempre meglio lasciare un velo di pacciamatura naturale sul terriccio, come protezione e nutrimento.
ED ORA PIANTIAMO LE ROSE!
Un’attività importante del gardening tardo-invernale è quella di piantare in terra piena o in vaso le nuove piantine di rose. Le rose sono coltivate sin dai tempi antichi in tutto il mondo. La rosa ha incantato e ispirato artisti, poeti e scrittori, diventando il simbolo dell’amore e delle grandi passioni. Si contano più di 150 specie diverse del fiore, differenti tra loro per forme, sfumature cromatiche e profumazioni. Le principali famiglie sono: le rose botaniche, le rose antiche, le rose moderne, le rose rampicanti, le rose in miniatura e a cespuglio. La stagione tardo autunnale/invernale è la migliore per impiantare le giovani rose. E’ buona regola non sistemarle in terriccio troppo umido o gelato, o inzuppato dalla pioggia. Il terreno dovrà invece essere soffice e leggero, ed esposto in zona soleggiata. Una volta scelte terra e posizione si dovrà:
–fornirsi di strumenti per scavare;
–realizzare una buca profonda almeno 40 cm e larga altrettanto: le radici delle rose si espandono molto, per questo motivo hanno bisogno di parecchio spazio;
–sul fondo porre prima uno strato di sassi e ghiaia per prevenire i ristagni d’acqua;
–a questo punto si adagiano dolcemente le radici della piantina, circondandole di altro terra;
–compattare il tutto con cura e delicatezza;
–innaffiare con generosità. Successivamente dissetare la pianta, senza mai esagerare.
Ora la rosa è pronta per prosperare e per regalarci in primavera i suoi splendidi fiori!
UNA ROSA DA FREDDO
Esistono anche rose che fioriscono in inverno, si tratta delle “sempreverdi” ed hanno origini antichissime. Tra queste ricordiamo:
Rosa Banksiae: è priva di spine. È resistente, velocissima nella crescita. Con fioritura molto abbondante; Rosa “Alberic Barbier“: una rosa antica, del 1900; Rosa “Felicitè et Perpetue“: molto bella, ma abbastanza delicata.
IL GARDENING AMA L’ALTA QUOTA!
Una volta sistemati a dimora i vegetali più sensibili alla gelate e al vento, e preparate le varie semine, i bulbi e le talee, ci si può dedicare con crescente entusiasmo alla scelta delle piante decorative invernali. La natura anche qui è prodiga di bellezza e di poesia: tutte le fioriture invernali offrono un grande spettacolo, all’insegna dell’eleganza e del fascino più glamour! Sono straordinarie ed imperdibili le fioriture di:
Camellia Sasanqua: sempreverde, può fiorire dal bianco, al rosa, al rosso;Gelsomino d’inverno: a fine inverno esplode in cascate di fiori gialli a forma di stella; Elleboro: Helleborus Niger dai fiori bianchi che sbocciano verso il Capodanno; Bucaneve: si tratta di una bulbosa perenne dai fiori splendidamente candidi; Prunus Subhirtella “Autumnalis”: si distingue per una fioritura durevole, che inizia in autunno per continuare copiosamente per tutto l’inverno.
La Stella di Natale: anche le Stelle di Natale si rivelano un’ottima soluzione per avere un balcone verde e colorato tutto l’anno. Infatti questa pianta può durare anche diversi anni e rifiorisce, o meglio mette nuove foglie, a ogni settembre. Dopo la fioritura va tagliata 5-6 centimetri dal colletto e si lascia coperta, anche all’esterno. Teme il caldo, quindi è bene coprirla d’estate. A settembre farà nuove foglie colorate. Può raggiungere anche dimensioni ragguardevoli, visto che ogni anno raddoppia e può vivere anche dieci anni. Occorre però verificare che la pianta sia sana e che non abbia le radici legate.
Molto decorative ed eleganti inoltre sono le piante da bacca e da frutto. Le più belle e semplici da coltivare sono:
Tasso: con piccole bacche rosse non commestibili, anzi, tossiche! Cotoneaster: è disponibile in tre varietà diverse; Callicarpa: una pianta dalle bacche viola-intenso; Poncirus: o “arancio amaro”, dai frutti sferici, di colore giallo e dalla superficie vellutata; Meli da fiore: meravigliosi mignon con frutti piccolissimi rossi, arancio, giallo, ma non commestibili. Symphoricarpos: hanno bacche appariscenti che, secondo le varietà, possono essere bianche, rosa o lillà. Sorbo: con bacche rosse o bianche.
Dulcis in fundo, il giardino d’inverno può emanare profumi di essenze floreali e di oli essenziali quasi fosse…primavera! Le piante “nordiche”dalle migliori fragranze sono:
Calicanto d’inverno: dal profumo dolce ed intrigante; Lonicera fragrantissima: con piccoli fiori bianchi al profumo di limone; Edgeworthia Chrysantha: fiori gialli ed odore penetrante.
L’ORTO
In questo mese dell’anno le temperature sono rigide, ma se il terreno non è gelato, è possibile procedere alla semina o ai trapianti di piante utili e gustose. In caso di grande freddo, o come strumento preventivo, si utilizza un semenzaio, ossia un piccolo ambiente protetto dove far sviluppare i semi di tutti i tipi di piante. A differenza della serra, questa piccola struttura si riscalda naturalmente alla luce solare. Gennaio è il mese ideale per la semina di ortaggi e verdure, ma anche per migliorare la qualità del terreno, rendendolo più fertile e vitale con vangature e integratori naturali. Le piante perfette per questo periodo dell’anno sono sicuramente gli ortaggi e le verdure, come l’aglio, la cipolla, gli asparagi, i piselli, le carote, le melanzane, gli spinaci. Per quanto riguarda il raccolto, gennaio è il mese giusto per cogliere le delizie dei cavoli e delle bietole, del sedano e del radicchio, dei ravanelli e degli spinaci. Un posto d’onore spetta agli alberi e alberelli da frutto, mele, pere, arance, mandarini, e ad alcune preziose erbe aromatiche che si raccolgono a gennaio, come rosmarino, salvia, alloro, origano e timo.
COME COLTIVARE L’AGLIO
L’aglio non passa mai di moda in cucina, anzi! Coltivarlo non è difficile, e da’ soddisfazione e grandi risultati. Si tratta di una pianta rustica che si può coltivare in qualsiasi terreno, purché non troppo umido e abbastanza soffice. Come semenza si utilizzano gli stessi spicchi impiegati in cucina, scegliendo quelli di maggiori dimensioni, situati nella parte più esterna del bulbo. Le varietà più adatte per un orto domestico sono: l’aglio bianco (indicato per le piantagioni effettuate tra dicembre e marzo) e l’aglio rosa (più adatto ad essere piantato tra ottobre e dicembre). Onde evitare il rischio di marciumi, che soprattutto nei primi stadi di sviluppo dei bulbilli possono essere di estrema gravità, è necessario che le piante abbiano il tempo di radicare ed emettere il germoglio prima dell’arrivo dei primi geli. Nei terreni molto argillosi o nelle zone a clima umido è meglio rimandare la piantagione a fine inverno.
UNO SPICCHIO NELLA TERRA
Una volta preparata l’aiuola, con una buona lavorazione a 10-20 cm di profondità, si interrano gli spicchi o bulbilli, lasciandone affiorare la punta. (In genere si lascia una distanza di 40 cm tra i filari e di circa 6-7 cm tra un bulbillo e l’altro.) Per quanto riguarda la concimazione, l’aglio ama l’integrazione di terricci grassi, che favoriscono l’integrità dei bulbi. I bulbi d’aglio saranno pronti dopo 5-6 mesi dalla loro semina. Un buon trucco per capire quando raccoglierli è osservare il gambo, quando questo si piega e si svuota è il momento giusto per estrarli dal terreno e farli essiccare per qualche giorno al sole. L’aglio si abbina bene a sedano, insalate, ravanelli, carote e cavoli, in “consociazione nell’orto”. Non ripiantarlo mai nella stessa zona. La pianta dell’aglio produce dei fiori splendidi, che fioriscono durante l’estate. Essi succhiano energie a tutta la pianta, ed è bene eliminarli se si vogliono ottenere nuovi bulbi in salute.
Le piante non solo sono intelligenti, ma hanno strategie evolutive efficaci e durature. La loro vita è completamente autosufficiente e sanno come produrre più energia di quanta ne consumino. In più, come dal risultato di studi d’avanguardia discussi in tutto il mondo, le piante possiedono la capacità di comunicare tra di loro. Tra gli alberi in particolare esiste un continuo dialogo, una forma di comunicazione inter-organismi, che avviene molto più spesso di quanto si possa supporre. Ma che cosa avranno tanto da raccontarsi gli alberi l’uno all’altro?
Le piante sono organismi sessili, cioè con radici. L’immobilità ha stimolato strategie di sopravvivenza basate sulla resistenza alle avversità e sulla capacità di captare in largo anticipo un pericolo in arrivo. Inoltre, una vasta rete aggrovigliata di radici di funghi simili ad una fitta peluria, consente agli alberi di comunicare messaggi importanti ad altri membri della loro specie e specie affini, in modo che una foresta, un bosco, o un parco, si comportino come “un singolo organismo”. Sugli specifici studi scientifici è riportato: “Come se fosse una rete internet, la Wood Wide Web o rete di comunicazione tra alberi, è complessa e strutturata. I collegamenti tra le radici degli alberi sono resi possibili da un’infinità di batteri, funghi e microrganismi che permettono, anche a grandi distanze, lo scambio di nutrienti quali carbonio, azoto, zuccheri e acqua, ma anche di informazioni come la minaccia di attacchi di parassiti, e contribuiscono ad azioni complesse come le cure parentali e il riconoscimento della “prole”. Alcuni tipi di funghi, sono in grado di sviluppare nel sottosuolo una rete di 100 km di collegamenti nello spazio che un uomo compie in un solo passo. Sono le piante di maggiori dimensioni – per questo detti “alberi hub” o “alberi madre” – a fungere da snodi che mantengono un numero molto elevato di connessioni tra individui di specie diverse.”
WOOD WIDE WEB: NON SOLO RADICI
Le piante hanno anche altre risorse per comunicare tra loro, soprattutto per lanciare segnali di pericolo. I mezzi utilizzati sono di due tipi: impulsi elettromagnetici e messaggeri ormonali. Le radici vengono attraversate da una corrente di energia di ioni idrogeno, che crea un campo elettrico: ogni sua variazione è avvertita dalle radici delle piante vicine come informazione. Ma i vegetali comunicano anche per via aerea: alcune specie, se subiscono un danno, rilasciano nell’aria l’acido jasmonico, una sostanza volatile che è in grado di far scattare le difese anche nei vicini, non appena la captano nell’aria.
SALVIAMO GLI ALBERI DI TUTTO IL MONDO!
Oltre un decennio fa, la professoressa di ecologia Suzanne Simard già descriveva in diverse pubblicazioni il fenomeno del “dialogo tra gli alberi”. Per garantire la sopravvivenza dei nostri amici alberi e di tutto l’ecosistema, la Simard suggerisce quattro semplici soluzioni:
Frequentare di più boschi, parchi, giardini e foreste: questo di per sé ci ricorderà quanto siamo interdipendenti da questo ecosistema.
Salvare le vecchie foreste e rispettarle come depositarie di geni, alberi madri e reti di micelio
Salvare sempre gli alberi più adulti, in modo che possano trasmettere informazioni importanti alla generazione successiva.
Rigenerare le zone tagliate con diverse specie autoctone
In un recente studio – pubblicato da Frontiers of Physics – i ricercatori italiani Franco Vazza, astrofisico, e il neurochirurgo Alberto Feletti, affermano che esistono delle forti somiglianze strutturali tra l’universo e il cervello umano. Nonostante l’enorme differenza di scala dei due sistemi (oltre 27 ordini di grandezza), i risultati della singolare ricerca “cosmo-neurale” italiana indicano che processi fisici diversi generano strutture sorprendentemente simili.
RETI DI ENERGIA
Le funzioni del cervello umano sono determinate dalla vasta rete dei neuroni, che si stima siano circa 69 miliardi. L’Universo visibile è invece segnato da una “rete cosmica” (cosmic web) di almeno 100 miliardi di galassie. In entrambi i casi, però, galassie e neuroni occupano solo una piccola frazione della massa dei due sistemi: meno del 30%. In entrambi i casi, galassie e neuroni si organizzano in lunghi filamenti, o nodi tra filamenti. E in entrambi i casi, circa il 70% della distribuzione di massa o energia dei due sistemi è formata da componenti che hanno un ruolo apparentemente passivo: acqua nel caso del cervello, energia oscura per l’Universo osservabile.
COSMI DI NEURONI E DI STELLE
Lo studio si è avviato mettendo a confronto le fluttuazioni di materia tra una rete di galassie e sezioni di corteccia cerebrale. Spiega Franco Vazza: “Questo tipo di confronto comincia perché eravamo colpiti dalle somiglianze visive tra il cosmic web e le sezioni del cervello umano ad una certa risoluzione. A quel punto abbiamo provato a ottenere campioni nel modo più omogeneo possibile – nel caso del cosmic web usando delle simulazioni, nel caso del cervello dei vetrini istologici, che erano già stati prodotti indipendentemente, per normali analisi di laboratorio, presso l’Ospedale di Modena – e abbiamo utilizzato dei metodi, soprattutto presi dalla cosmologia, per analizzare se queste somiglianze visive erano rispecchiate da statistiche più accurate. Per entrambi i sistemi abbiamo calcolato lo spettro di potenza: una tecnica standard usata in cosmologia per studiare la distribuzione spaziale delle galassie. Da questa analisi è emerso che la distribuzione delle fluttuazioni nella rete neuronale nel cervelletto, su scale da 1 micrometro fino a 0,1 millimetri, ha lo stesso andamento della distribuzione di materia nel cosmic web, su scale che però vanno da 5 milioni di anni luce fino a 500 milioni di anni luce. ” Supponendo che il cosmo e il cervello siano in grado di contenere lo stesso volume di informazioni, molto ancora resta da approfondire. E’ il caso della velocità con cui le informazioni viaggiano da un punto all’altro, che nel sistema neurale si processano in tempi fulminei, frazioni di secondo, mentre nell’universo il tempo impiegato dalla luce, o dalla gravità, frena di molto il propagarsi delle onde cosmiche.
MISTERIOSE AFFINITA’DA INDAGARE
Un altro punto in comune tra il cosmo e il cervello sta nel numero medio di connessioni per nodo e la tendenza a raggruppare molte connessioni in grossi punti centrali all’interno della rete. Secondo Alberto Feletti: “Anche in questo caso, i parametri strutturali mostrano un inaspettato livello di accordo: probabilmente la connettività delle due reti evolve secondo principi fisici simili, nonostante le forze fisiche che regolano le interazioni tra galassie e neuroni siano ovviamente del tutto diverse. C’è una maggiore somiglianza tra la struttura di queste due reti complesse che tra la rete cosmica e una singola galassia, oppure tra la rete neuronale e l’interno di un corpo neuronale”.
Lo studio è stato pubblicato su Frontiers of Physics con il titolo “The quantitative comparison between the neuronal network and the cosmic web”. Gli autori sono Franco Vazza, del Dipartimento di Fisica e Astronomia dell’Università di Bologna, e Alberto Feletti, del Dipartimento di Neuroscienze, Biomedicina e Movimento dell’Università di Verona.
Ormai è certo: le ceneri del più grande scrittore di fantascienza Arthur C. Clarke stanno per volare sulla Luna, a bordo del volo spaziale commemorativo Lander Peregrine Mission One. Il prossimo luglio del 2021, Clarke verrà tumulato in una pianura lavica basaltica nota come Lacus Mortis: il Lago della Morte. Le sepolture lunari si sono attivate nel 1998, con quella del dottor Eugene Shoemaker, lo scopritore della cometa Shoemaker-Levy 9, di sua moglie, la dottoressa Carolyn Shoemaker e di David H. Levy. Insieme a Clarke, verranno depositate le ceneri di altre 60 persone.
Arthur C. Clarke è universalmente riconosciuto come il più grande scrittore di fantascienza di tutti i tempi. Si mette in luce durante la seconda guerra mondiale, quando pubblica un articolo scientifico in cui delinea la teoria delle comunicazioni satellitari che sarà alla base del successivo sviluppo di questa rivoluzionaria tecnologia. Nel frattempo, però, decide di coltivare la sua grande passione per la narrativa e comincia a pubblicare racconti di fantascienza, incentrati in particolare sull’analisi delle conseguenze del progresso scientifico sul futuro dell’uomo.
Il successo mondiale arriva con 2001: Odissea nello spazio (scritto in contemporanea alla stesura della sceneggiatura del film diretto da Stanley Kubrick), cui faranno seguito 2010: Odissea due, 2061: Odissea tre e 3001: Odissea finale. I suoi numerosi romanzi hanno vinto tutti i premi più prestigiosi riservati alle opere di fantascienza e lui stesso è stato insignito di numerose onorificenze, tra cui, nel 1998, quella di baronetto. Clarke è venuto a mancare nel 2008.
Il drammatico cambiamento che il Covid 19 sta imponendo alla routine quotidiana, influenza anche la qualità del sonno e dei sogni. Secondo i sondaggi dell’Università britannica King’s College di Londra, più del 60% delle persone intervistate ha dichiarato di dormire parecchio durante le varie quarantene, ma soprattutto di sognare “cose brutte” molto più del solito. Le notti da Covid quindi sembrano essere dense di incubi, fantasmi, visioni oniriche terrificanti, che tendono a non svanire nemmeno al risveglio…
Ma come funziona il sonno?
Il sonno può essere suddiviso in due fasi principali, NON REM e REM.
Il NON REM è la prima, lunga fase di sonno profondo assolutamente rigenerativa, con attività mentale ridottissima e rilascio di ormoni benefici per la salute psico-fisica. La fase REM invece è breve ed intensa. Verso il risveglio mentale ed il recupero emotivo, il cervello inizia a sognare, attingendo spunti, simboli, fantasie inconsce, da ciò che viviamo tutti i giorni. Generalmente i sogni raccontano “come” affrontiamo i nostri problemi a livello emotivo ed inconscio, hanno la funzione di rielaborare i ricordi in una sorta di “terapia” notturna. Durante una pandemia quindi, essendo costretti ad isolarsi, e a nutrire più o meno consapevolmente la paura di aver contatti sociali, sognare di essere naufragati su un’isola deserta, o di non trovare più la strada di casa, o di essere ammalati ad esempio, è fin troppo normale.
La pandemia di notte
Se è vero che durante la quarantena si dorma di più, la normale vita moderna è una vera epidemia di mancanza di sonno e di sogni. Più si dorme e più la fase REM è efficace. “La mancanza di orari di lavoro può consentire alle persone di svegliarsi senza sveglia – affermano i ricercatori inglesi –Come è noto, i risvegli naturali si traducono in sogni più lunghi.“Allo stesso tempo, l’ansia sottostante può disturbare il nostro sonno, interrompendolo con più risvegli. Quando si interrompe bruscamente la fase REM, è probabile che i sogni restino vividi e si ricordino facilmente. “Più diventiamo ansiosi, più realistiche diventano le immagini dei sogni. Dopo l’11 settembre, molti newyorkesi hanno riferito di sognare di essere travolti da un maremoto o di essere stati attaccati e derubati“.
La vita quotidiana e il significato dei sogni si studia in Italia
Neuroscienze e psicologia definiscono il sonno come “ipotesi di continuità del sogno”, come se l’attività onirica fosse una continuazione della vita di tutti i giorni.
È quanto afferma ad esempio un nuovo studio italiano, condotto dall’informatico Alessandro Fogli e l’Università Roma Tre, che sta rilevando la reciproca influenza della realtà sul sogno e viceversa.
In questo nuovo studio, Fogli e il suo team hanno elaborato un nuovo modo per automatizzare questo compito: tracciare i sogni delle persone su larga scala, analizzando così i contenuti di oltre 24.000 sogni, il Dream Bank. Nel data base vengono inseriti report dettagliati di personaggi, interazioni sociali, simboli e parole emotive, di ogni singolo sogno, la sua trama onirica: chi era presente, quali azioni sono state intraprese e quali emozioni sono state espresse. I ricercatori hanno trovato importanti prove a sostegno dell’ipotesi di continuità.
I risultati sono stati pubblicati sulla Royal Society Open Science. Altre informazioni su Science Alert.
Nell’anno 1615, il compositore italiano Pietro Della Valle (1586-1652 ) durante un pellegrinaggio in Terra Santa, si procurò tre mummie dalla necropoli di Saqqara, in Egitto, e le portò a Roma. In seguito, nel corso dei secoli, gli antichi corpi egizi passarono tra le mani dei più disparati proprietari di tutta Europa, fino ad approdare in Germania ed essere analizzati, per la prima volta, nel 1980 ai raggi-X. Ma solo nei giorni scorsi, la tecnologia ha scoperto i primi segreti racchiusi in questi corpi antichissimi. Grazie ad un team di scienziati guidati da Stephanie Zesch, antropologa ed egittologa del German Mummy Project, le tre mummie si sono rilevate appartenere ad un uomo, una donna e una adolescente dalla fine del periodo romano d’Egitto (30 a.C. – 395 d.C.).
Identità preservate dalla fortuna
Ogni mummia è importante, poiché ognuna ha la sua storia da raccontare. In particolare le “mummie con ritratti e ornamenti di stucco” possono descrivere alla perfezione volti, abbigliamento e abitudini delle persone a cui appartennero. Si tratta infatti di mummie personalizzate da ritratti in pittura, resi ancora più preziosi da decorazioni in oro e pietre preziose.
Purtroppo le “mummie con ritratti” sono molto rare, a causa dello scempio eseguito a loro danno in Europa durante il Medioevo. All’inizio del Rinascimento infatti, buona parte della cultura scientifica europea, incluse la conoscenza astronomica, la navigazione, la polvere da sparo, la bussola, la medicina, era attinta dalle biblioteche arabe. Per un errore di traduzione di un testo di medicina medio-orientale, i corpi delle mummie vennero usati per preparare rimedi e soluzioni per scopi curativi. (I corpi mummificati venivano schiacciati, ridotti a poltiglia e propinati come medicamento.) Un errore fatale ed irrimediabile, che portò alla distruzione di una grande porzione del patrimonio storico dell’antico Egitto.
La tomografia e le conclusioni
Gli egittologi moderni hanno sottoposto le mummie del musicista Della Valle a tomografia, da cui è emerso che:
le mummie risalgono all’epoca romana dell’Egitto, fra il 30 a.C. e il 395 a.C. Nello specifico, i tre corpi al momento del decesso avevano:
Tra i 30 e 40 anni la donna (alta 151 centimetri)
Tra i 25 e 30 anni l’uomo (alto 164 centimetri)
Tra i 17 e 19 anni la ragazza (alta 156 centimetri)
Stephanie Zesch ha sottolineato che : “E’ probabile che a nessuna di queste mummie siano stato rimossi il cervello e gli organi interni. Siamo sicuri che i loro corpi si siano preservati e siano riusciti a sopravvivere fino a oggi grazie a una semplice tecnica di disidratazione, dove si utilizzava il natron (un particolare tipo sale)”.
Inoltre, gli studi hanno messo in luce che la donna adulta soffriva di artrite, nonostante fosse relativamente giovane, mentre la ragazza adolescente aveva un tumore spinale benigno. Ancora non sono chiari i motivi del loro decesso.
Chi semina, raccoglie. Chi semina partecipa in prima persona allo
sviluppo dei tesori che ci regala la terra, un’emozione autentica e
profonda, fonte di gioia e di una grande soddisfazione personale!
Seminare è semplice: bastano pochi gesti antichi quanto l’uomo, per
avviare la pratica più importante del giardinaggio. Nessun
pollice verde può ritenersi tale se non sa seminare! Seminare
significa inoltre seguire le piante per tutta la durata della loro
vita, dalla nascita alla raccolta, rafforzando una conoscenza e
un’amicizia preziose per la loro vitalità.
PRENDI LA LUNA GIUSTA!
Ogni pianta ha le sue specifiche esigenze anche quando si tratta
del suo “nucleo”, cioè il seme. Per questo motivo i coltivatori
alle prime armi dovranno far pratica inizialmente con poche semenze
facili da coltivare, come quelle dei Pomodori e
delle Calendule, ad
esempio, oppure di Basilico, Zinnia, Nasturzio e Cosmo. Con
la luce giusta e alcune attrezzature di base, è davvero
semplicissimo avviare la germinazione e lo sviluppo di diversi
e promettenti semi. In agricoltura si seguono per tradizione le fasi
lunari per determinare i migliori periodi di semina, raccolto,
innesto e potatura. La Luna ci consiglia che la semina delle piantine
che crescono sotto il terreno, come i tuberi, patate, carote e
simili, avrà un buon esito se eseguita con l’astro calante, mentre
quella dei “vegetali da superficie”, fiori e alberi compresi, va
effettuata durante la fase di Luna Crescente. Dopo questa premessa,
andiamo a scoprire come compiere, con pochi gesti ed accorgimenti,
una semina perfetta e fruttuosa.
Step 1 Obbiettivo: avere le piantine già sufficientemente sviluppate quando sarà l’ora di metterle all’aria aperta. Le bustine di semi commerciali di solito riportano indicazioni precise in merito, come “Piantare da sei a otto settimane prima dell’ultima gelata”. Altre semenze invece giovano dell’aria naturale, come i Fagioli e i Papaveri che, se germogliati in casa, crescono troppo rapidamente.
Step 2 Trovare i contenitori adatti: vasi, fioriere, oggetti recycling, cartoni del latte, bicchieri di plastica, e tutto il repertorio del fai-da-te! Va bene ogni cosa, a condizione che possa contenere terriccio sufficiente per almeno 3 cm. di profondità e alcuni fori di drenaggio. Molto graziosi e pratici da spostare i vassoi da semi, in vendita negli esercizi specializzati. Si possono usare diverse volte.
Step 3 La scelta e la preparazione del terriccio deve assicurare alle piantine una crescita sana e libera da malattie e parassiti. Mai ri-usare la terra di altre piante, o attingere da quella dei giardini, perchè possono contenere agenti patogeni o semi di altre specie. Una miscela nuova e incontaminata è un’ottima piattaforma per la prosperità dei giovanissimi vegetali.
Step 4
In linea generale i semi piccolini si piantano in superficie, i più
voluminosi invece dovranno essere spinti più in basso. La regola
indica che il seme vada interrato per una profondità pari al doppio
della sua lunghezza. E’ meglio sistemare più semi in ogni singolo
alloggio, per poter scegliere il germoglio più forte, eliminando i
più deboli. Per accelerare la germinazione, si coprono i
contenitori con un velo di plastica, o una “cupola” che si adatti
allo scopo, come fondi di bottiglie tagliate e simili. La copertura
aiuta a mantenere umidi i semi prima che germinino, ma andrà
eliminata ai primi accenni di verde fuori terra.
Step 5
Man mano che le piantine crescono,
il terriccio va mantenuto umido, ma non inzuppato! Meglio lasciare
asciugare leggermente il terreno tra un’annaffiatura e l’altra. I più
esperti coltivatori usano per qualche ora al giorno un ventilatore
per una buona circolazione dell’aria, e per prevenire eventuali
malattie.
Step
6
Luce, luce, luce! Le
piantine hanno bisogno di molta luce, innanzitutto. Meglio optare per
la posizione più luminosa possibile, al sud sarebbe l’ideale.
Davanti ad una finestra, si ruotano regolarmente i contenitori a
favore di luce, per
rinforzare i germogli. Se si preferisce l’illuminazione artificiale
con lampade, si imposta il timer per h.15 al giorno e le restanti di
notte simulata. Anche
i germogli riposano…
Step 7
Spostare le piantine all’aperto gradualmente, si devono abituare,
sono esseri viventi! Passare dalla loro alcova protetta all’ambiente
naturale, per molte giovani piantine è un vero trauma. La
transizione verso i grandi spazi aperti è un momento delicato, e si
procede piano piano. In termini tecnici questo processo si chiama
“hardening off”,
che significa “indurimento”. In una giornata mite, si inizia con
2-3 ore in un luogo riparato, proteggendo le piantine dal sole più
forte, e da vento, pioggia e temperature rigide. Si aumenta
l’esposizione esterna con poche ore aggiuntive alla volta, mentre di
pari passo diminuisce la frequenza delle irrigazioni. In caso di
intemperie, le piantine si riportano al chiuso, oppure si coprono con
teli o coperte.
SEMI VS PIANTINE BABIES
La primavera in arrivo è una vera febbre che ispira i nuovi sogni
del gardening attivo. E’
tempo di progetti, di pensare ad allestire i nostri ambienti con quel
che c’è di meglio in natura. Ci aspetta infatti il periodo più
bello e gratificante dell’anno, il cui buon esito inizia proprio
adesso, durante il delicato passaggio di stagione. Ora è il momento
giusto per rinnovare i nostri spazi verdi, esterni ed interni, di
orti e di balconcini, con vegetali giovani, belli, scoppiettanti di
vitalità. Ma perchè fa tendenza nel giardinaggio contemporaneo
piantare i semi, preferendoli all’uso delle
piantine-babies, quelle cioè
già abbastanza grandi? Già, perchè è meglio iniziare dal seme?
Ecco tutte le spiegazioni dettate dalla botanica e
dal buon senso.
1) I semi garantiscono la migliore
selezione. Piantandone numerosi, si scelgono tra loro i più
prestanti, scartando i più deboli.
2) Seminare è facile, quasi un
gioco da ragazzi! I semi infatti sono geneticamente programmati per
germogliare. La parte difficile viene dopo…
3) E’ molto economico, come è
giusto che sia.
4) I semi mitigano gli effetti delle
allergie, perchè la semina avviene mentre ancora fa freddo e ci sono
poche sostanze irritanti in circolo nell’aria.
5) Le piante ottenute da seme sono
più gagliarde, crescono alla grande e molto velocemente, soprattutto
quelle dell’orto.
LA BUSSOLA DEL GIARDINIERE
Il “pollice verde” è il risultato di tante osservazioni e di
esperienze soggettive. Chi è all’inizio del percorso e ancora non ha
tanta pratica nel giardinaggio, dovrebbe imparare a gestire intanto
3-5 piante al massimo, prima di tentare di trasformare il balcone in
una vera giungla! Pochi esemplari verdi su cui concentrarsi,
costituiscono la più esaudiente “scuola” di gardening attivo.
Nella buona riuscita dei risultati la prima regola è considerare il
clima in cui vivranno le nostre piante, tenendo presente che quelle
autoctone, cioè native del nostro territorio, sono da favorire,
perchè attecchiscono e prosperano senza difficoltà. Un altro
aspetto determinante per la buona riuscita del nostro
progetto–verde, è quello di capire in quale posizione
si trova la nostra “terra”da coltivare, e quindi la sua
esposizione. Alcune piante amano vivere verso Nord, altre verso
Ovest, altre ancora in zone ombreggiate.
Balcone ad Est e Ovest
Nei balconi rivolti
ad Est e Ovest, molte piante crescono benissimo, come molte specie
ornamentali, alcune verdure, frutta e le erbe aromatiche. Però in
inverno i forti venti dell’Est possono causare dei seri danni, se i
contenitori non saranno protetti adeguatamente dalle intemperie.
Balcone rivolto a
Nord e Sud
I
balconi esposti al Nord in genere sono molto ombreggiati, risultano
quindi più indicati per ospitare la vegetazione autoctona ad
esempio, ma non si prestano come habitat ideale di numerose specie
fiorite e delle fantastiche Succulente. Quelli posizionati al Sud
invece sono l’ideale per tutte le piante “tropical”e quelle
grasse. Bisogna tenere sempre presente che i vegetali sanno adattarsi
e hanno molte risorse, come la resilienza,che
permette a molti di loro di sopravvivere nonostante un’esposizione
sbagliata. Certamente in questi casi le piante non daranno il meglio
di se’, non fioriranno affatto o porteranno segni evidenti del loro
disagio.
I SEMENZAI, CONSIGLI PER L’USO
Un seme germoglia su stimolazione di luce e di acqua. E’ un processo naturale che si induce attraverso tecniche e materiali diversi, secondo le circostanze. Il tradizionale soffice terriccio è il “nido”da seme che si sceglie con più frequenza, ma può essere sostituito da ovatta, garza, carta, o acqua come nell’idrocoltura. L’importante è garantire un’umidità costante, ma i batuffoli di cotone e le garze rischiano di invischiare le radici dei germogli, e la carta assorbente va idratata continuamente perchè si secca. La migliore “culla da seme” rimane sempre il terriccio, che farà germogliare piante più sane e longeve. Quando invece si decide di seminare direttamente all’aperto, nell’orto o in pieno campo, i semi si interrano in buchette, o “a spaglio”per poi rastrellare superficialmente. Dopo la semina, il terreno va inumidito con uno spruzzino e, per evitare dispersione dell’umidità, il semenzaio va coperto con plastica trasparente. I semenzai richiedono da 14 a 16 ore di luce diretta per consentire alle piantine di crescere belle e sane. Una volta germogliate si aspetterà che abbiano sviluppato almeno 3 foglie prima di essere spostate nella loro definitiva dimora.
Negare al tuo criceto domestico la compagnia di altri criceti
potrebbe essere considerato un atto di crudeltà, soprattutto in
Svizzera. In questo Paese infatti una legge sui diritti degli animali
vieta esplicitamente di possedere in casa un solo piccolo roditore,
per evitare che soffra di solitudine.
Nelle case degli svizzeri le “cavie” e i Porcellini d’India sono tra gli animali domestici più diffusi insieme a cani e gatti, e vengono trattati come veri membri della famiglia. Per questo motivo, si è ritenuto urgente il provvedimento anti-solitudine, che garantisce anche a questi animaletti diritti, tutele, e una vita sana e felice. La legge del governo svizzero sta sollevando curiosità e una serie di domande interessanti e pertinenti. Per esempio: cosa fare se il compagno del criceto muore o si da’ alla fuga? Niente paura, in Svizzera ci sono agenzie dove si possono prendere i roditori a noleggio e servizi di criceti-sitter, in caso di partenze.
La Svizzera ha introdotto molte regolamentazioni che proteggono i diritti degli animali, a partire dal 2008. Prima di vagliare il provvedimento anti-solitudine per i topolini domestici, una legge analoga ha garantito il diritto ad avere un compagno di vita al pesce rosso e a molte specie di uccelli. Un’altra ha imposto ai proprietari di un gatto, che questo possa almeno godere della vista di altri gatti dalla finestra!
La maggior parte delle scienze mediche antiche e delle filosofie orientali ed occidentali, considera come fondamentali gli Elementi Terra, Acqua, Aria e Fuoco, a cui aggiungono talvolta un quinto Elemento, l’Etere o Spirito. Anche l’astrologia, che per gli Egizi ad esempio era uno strumento “diagnostico”oltre che interpretativo, è centrata sulle interazioni tra il cosmo, l’essere umano, gli Elementi, e i campi magnetici generati dalla Terra. Molti secoli prima dell’avvento della psicologia moderna, l’astrologia antica riuscì ad individuare all’interno della psiche umana l’esistenza di un Alter Ego nascosto, descrivendo con un anticipo storico di più di duemila anni, la teoria freudiana del “Perturbante”e dell’Alter Ego “Ombra” di C.G.Jung.
Gli astrologi ancestrali intuirono la presenza del gemello-ombra implicito in ogni personalità, partendo dall’osservazione delle direzioni dei punti cardinali e della loro opposizione. Ogni elemento corrisponde a una direzione: la Terra è in direzione Nord, l’Aria ad Est, il Fuoco a Sud e l’Acqua ad Ovest. (In oriente la filosofia del Tao si fonda sulla polarità Yin Yang dell’energia.) Il gemello-ombra del nostro segno zodiacale si trova quindi nella zona opposta, nell’Elemento frontale al punto cardinale di nascita e, come per la psicologia, fa parte della nostra natura e “costituzione”di nascita. Il nostro Shadow-Twin non va mai negato, ma abbracciato ed accolto come fonte di energia, equilibrio e consapevolezza.
OMBRA-DARK PER ARIETE, LEONE E SAGITTARIO
L’elemento chiave di questi segni è il fuoco, che
genera calore e luce. In tutte le tradizioni, ermetiche,
magiche o religiose, l’inizio della Creazione è iniziato dalla
Scintilla della Vita, la fonte della Luce. Il fuoco
rappresenta la vita stessa, la luce è uguale all’Esistenza.
L’oscurità è dall’altra parte, è l’assenza di fuoco,
l’eclissi della luce. L’Oscurità ci mostra la paura della non
esistenza, della distruzione dell’Io, della morte. La natura ignea
dei segni di Fuoco contiene in se’ il timore della propria fine e
sparizione, del buio delle emozioni, della notte, del sonno. Dark
suggerisce di allearsi con il buio, e di saper dominare il proprio
fuoco interiore, trovando il coraggio di spegnerlo all’occorrenza. La
paura esistenziale dell’Ombra si può manifestare con ansia,
nervosismo, attacchi di collera e di violenza, insonnia.
IL CHAOS E’ L’ALTER EGO DI TORO, VERGINE, CAPRICORNO
L’elemento chiave di questi segni è la Terra. Per le
persone-Terra “la vita richiede sempre uno sforzo” e
cercano di costruire un futuro migliore con metodo e diligenza,
sacrificandosi duramente se necessario. Il loro elemento ombra è il
Caos, dove tutto invece è
fuori controllo. Nell’aerea del Caos le pulsioni istintive, i
desideri, l’energia primordiale delle passioni, emergono senza
limiti, uscendo dalle maglie dell’educazione e della logica.
Abbracciare l’ombra-Caos significa riconsiderare le parti di se’
negate perchè “troppo”istintive o fuori schema, dando spazio a
desideri e piccole follie, anche se bizzarri ed apparentemente
inutili. Il Caos è nemico di chi non crede in se stesso, e che
quindi gioca sempre sul sicuro.
I SEGNI D’ARIA E L’OMBRA
OBLIVION
L’Elemento chiave di Gemelli, Bilancia, e Aquario è l’Aria.
L’Aria simboleggia la matrice energetica che respiriamo, con cui
interagiamo quotidianamente. L’Aria è l’intelletto, ciò che ci
rende umani, la nostra logica e i nostri pensieri. È ciò che ci ha
fatto progredire, è Mente sulla materia. Questo Elemento suggerisce
che sono i nostri pensieri, i nostri ricordi, le nostre esperienze. a
renderci ciò che siamo. L’Aria esprime il potere della mente e il
suo rovescio è Oblivion, il regno della rimozione della memoria,
l’oblio della rimembranza. Per i segni d’aria dunque potrebbe essere
importante liberarsi dai protocolli mentali, accettando la
possibilità di reagire liberamente, senza pre-giudizi imposti da
esperienze passate. Solo liberando la mente nell’oblio si può
raggiungere il proprio reale potenziale. Oblivion insegna a lasciare
andare via il passato.
VOID, IL VUOTO, E’ NEI SEGNI D’ACQUA
Cancro, Scorpione e Pesci sono i segni zodiacali dominati
dall’Acqua. L’oceano, i mari, i fiumi e i laghi, formano un corpo
comune composto da acqua: nell’alchimia, l’acqua simboleggia infatti
l’empatia. L’acqua è l’origine della vita, ed è questa la chiave di
comprensione dell’anima di questo gruppo di segni astrologici, legati
per sempre a quello che hanno provato immersi nei fluidi dell’utero
materno e ai primi istanti della loro vita. Sono personalità
facilmente succubi delle loro emozioni, paure, sogni, speranze,
delusioni. Sebbene i sentimenti siano collegati direttamente con il
Corpo Astrale e le energie sottili, rischiano di avvelenare
l’esistenza quando diventano dominanti. L’alter Ego degli individui
Acqua è Void, il Vuoto assoluto, dove niente reagisce e le emozioni
non possono generare effetti a catena: nessuna luce, nessun potere.
Riconoscere il gemello del Vuoto aumenta il controllo sulle emozioni,
togliendo energia alla drammaticità tipica di chi “sente troppo”
per eccesso di sensibilità, troppo spesso in preda ai vortici di
tempeste emotive controproducenti, che finiscono per attirare come
magneti nuove drammatiche esperienze.
Le succulente sono tra le piante
più diffuse. Con o senza spine, le piantine grasse si prestano come
gadget nei supermercati, e le vendite sono in crescita esponenziale.
Le piantine mignon decorano, costano davvero poco e non muoiono mai,
o quasi! Come riferiscono gli esperti fioristi: “Li
comprano più i single che gli sposati. Gli uomini più che le donne.
Comprano cactus anche i bambini, che senza dovere fare quasi nulla,
li vedono crescere. Poi ci sono quelli che collezionano le piccole
succulente come fossero francobolli, come Silvio Berlusconi per
esempio, che esibisce in Sardegna i suoi esemplari più belli.”
La variegata famiglia dei Cactus & Company in Natura comprende
migliaia di specie diverse, e gran parte di queste fioriscono
magnificamente. “Tenetele in balcone in estate –
ci suggerisce il botanico Alberto Marvelli – e in casa in
inverno. Nei mesi caldi: concime ogni 15 giorni e acqua tutte le
settimane. Così fioriranno sicuramente anche nelle zone del nord.”
Le succulente, così facili da coltivare e super resistenti, generano
infiorescenze improvvise e sbalorditive, ma per ottenerle è
importantissima la scelta giusta della “messa a dimora”e
dell’esposizione. Una volta trapiantate in contenitori più grandi,
andranno alloggiate in pieno sole e al riparo il più possibile dalle
gelate, in un terreno ben drenato. Per favorire il drenaggio sarà
opportuno utilizzare vasi piuttosto larghi e forati, inserendo alla
base argilla espansa o ghiaia. (Consigliato: 1/3 di terriccio
universale senza torba, 1/3 di pomice e 1/3 di sabbia di fiume.)
COMUNI, MA MAI BANALI
Le piante grasse da fiore si dividono fondamentalmente in tre
grandi gruppi. Il primo comprende le Cactacee del deserto (dei generi
Mammillaria, Echinocereus e Rebutia). I Cactus fioriscono in
primavera e in estate, ma durante l’inverno soffrono in appartamenti
troppo riscaldati: meglio tenerle alla larga dai termosifoni se si
vogliono ottenere le loro infiorescenze. Il secondo gruppo è quello
delle Succulente rampicanti, apprezzate per la fioritura
spettacolare. Le più semplici da coltivare sono Lampranthus,
Crassula e Ceropegia. Il terzo gruppo è formato dalle suggestive
mignon. Sono nane, delicate e particolarmente esigenti, per cui non è
semplicissimo vederle sbocciare. Tra queste sono celebri le Lithops
o “pietre viventi”, e il genere Conophytum , con fiori
autunnali gialli o rosa. La maggior parte delle piante che vivono
all’esterno può stare anche in appartamento, ma con qualche
accorgimento in più, posizionandole dunque in zone con tanta luce e
aria. C’è solo un gruppo di piante grasse che predilige l’ombra: le
Epifitiche, provenienti dalle foreste pluviali umide.
IL FASCINO DELL’INSOLITO: LA STAPELIA
Le piante grasse più rare, meno diffuse e più costose, sono
l’Escobaria minima, l’Astrophytum asterias, l’Ariocarpus,
l’Euphorbia ambovombensis o la Mammillaria pectinifera, o
quelle che vivono in luoghi inaccessibili come il Discocatus,
che prolifera tra le crepature delle rocce. Una pianta succulenta
insolita che sta conquistando sempre più fans è la Stapelia.
E’ costituita da fusti inizialmente eretti che, dopo pochi
centimetri, incominciano via via a prostrarsi in basso. Il colore dei
fusti varia dal verde chiaro fino al rossiccio o al grigio-violaceo a
seconda delle specie, molto numerose, circa 43. Durante l’estate la
pianta produce fiori veramente spettacolari, bellissimi, a forma di
stella piatta e grandissimi: possono raggiungere anche 40 centimetri
di diametro! I fiori si formano alla base nelle specie più grandi,
mentre in quelle più piccole si trovano ad altezza variabile lungo i
fusti. Il genere Stapelia è originario delle zone tropicali
del Sud Africa in particolare di Botswana, Zimbabwe e Namibia, nelle
zone più asciutte e nei terreni ben drenati. La specie più
facilmente reperibile è la Stapelia variegata, caratterizzata
da fusti eretti molto ramificati di un bel colore verde intenso,
spesso screziato di rosso. I fiori stellati sono di colore giallo
crema, macchiati di bruno, con al centro un anello. La pianta vive
bene in pieno sole avendo cura di proteggerla dai raggi diretti nelle
ore più calde della giornata. Alle nostre condizioni climatiche va
tenuta in appartamento, in quanto mal tollera temperature inferiori a
10 °C. Occorre innaffiare regolarmente circa una volta per settimana
e comunque evitare che il terreno si asciughi troppo. Teme moltissimo
il ristagno di acqua per cui è consigliabile porre sul fondo del
contenitore in cui si pone la pianta argilla espansa, o ghiaia, o
anche semplicemente pezzetti di coccio. Importante è rinvasare una
volta all’anno, meglio se in primavera. Il rinvaso si effettua quando
si vedranno i fusti ammassati lungo i bordi del contenitore. Inoltre
si devono sempre eliminare le parti secche perché possono favorire
eventuali malattie.
LO SPETTACOLO DEI CACTUS
La famiglia dei Cactus è prodiga di forme inconsuete e di fiori
spettacolari. Tra i Cactus da fiore, segnaliamo:
Gymnocalycium mihanovichi. Nomi comuni:
Red Cap, Red Hibotan, Hibotan, Moon Cactus, ‘Hibotan’.Si
tratta di un Cactus-ornamento, ideale per decorare la scrivania in
ufficio come il mobilio di un appartamento. E’ una pianta
coloratissima, i cui fiori variano secondo specie. Possono essere
rossi, arancio, viola, bianchi, gialli.
Echinopsis chamaecereus o ‘Westfield Alba’. Di
dimensioni compatte, questa pianta somiglia ai gusci delle arachidi.
Con grandi capolini, fiorisce in abbondanza nelle splendide tonalità
di bianco e arancione. A differenza di altri cactus, le sue spine
sono lisce, quindi gli animali domestici e i bambini non corrono
alcun pericolo toccandole. Per crescere bene e fiorire ha bisogno di
tanta luce, anche in inverno.
Schlumbergera o Cactus di Natale. Si tratta di una
succulenta originaria dell’America del Sud, in particolare dal
Brasile. Non sopporta quindi le temperature rigide, mai inferiori ai
7/10 gradi. Le sue fioriture sono lunghe e persistenti, ed esistono
in ogni sfumatura, dal fucsia al rosso, al rosa, al bianco, al
giallo, all’arancio. Avvengono verso il periodo natalizio, da qui
il suo nome comune.
Se trova il posto giusto, un Cactus può diventare un compagno
fedele in casa e in ufficio, e vivere per decine di anni insieme a
noi, generando fiori su fiori. Il segreto è quello di individuare
una zona in cui d’inverno ci sia moltissima luce e temperatura
fresca, intorno ai 18 °C, mantenendo le irrigazioni al minimo (basta
una volta al mese) da novembre a marzo.
TAPPETI DI FIORI
Un gruppo di
succulente da fiore particolarmente interessante per gli esterni è
quello delle tappezzanti. Rappresentano il non plus ultra per
balconi, terrazzini e giardini assolati. Tra queste ricordiamo:
Lampranthus o Delosperma o Pianta
del Ghiaccio
E’ una succulenta
originaria del Sud Africa. Forma un vero tappeto di fiori
spettacolari e fittissimi, uno straordinario display di colori acidi,
lavanda, arancio, rossi, giallo, secondo la specie, che appare
puntuale in primavera e in estate. A differenza di un gran numero di
piante grasse, la Pianta del Ghiaccio può essere coltivata
sia in climi freddi che in quelli caldi, perchè è molto adattabile
e facile da coltivare.
Sedum spurium
E’ una tappezzante perenne originaria del continente asiatico,
anche se ormai diffusa in tutte le zone a clima temperato del
Pianeta. Si tratta di una pianta caratterizzata da fusti prostrati,
di consistenza carnosa. I fiori assumono una forma molto particolare,
sono di colore bianco-rosato, rosso o rosa, e fanno la propria
comparsa nel corso della stagione estiva. Il Sedumspurium non
presenta particolari difficoltà nella coltivazione, adattandosi a
diversi tipi di terreno.
Aptenia cordifolia
Da primavera inoltrata fino all’estate produce numerosissimi piccoli fiori a forma di margherita, con svariati petali lineari, di colore bianco, rosa, viola o rosso, a seconda della varietà; la specie-tipo ha fiori color rosa acceso, con centro bianco. Queste piante vengono coltivate in vaso, ma anche come tappezzanti in giardino. Preferiscono le posizioni molto soleggiate, dove la fioritura è abbondante, vegetano bene anche a mezzombra e all’ombra, ma meno sole diretto ricevono e meno fiori producono. In genere possono sopportare temperature vicine ai -5°C, anche se talvolta abbondanti piogge invernali possono provocare marciumi che ne compromettono lo sviluppo.
IL TRICHOCEREUS
È il fiore che maggiormente attira su di se’ l’attenzione
generale: è un enorme imbuto (fino a 25cm) di vari colori.
Solitamente è bianco, ma sono davvero tantissime le varietà e le
sfumature tra cui scegliere. La più ricercata è quella rossa fuoco,
la più sensuale ed enigmatica. Le Trichocereus Grandflora
sono piante originarie dell’America meridionale, con maggiore
diffusione in Ecuador, Perù, Bolivia, Cile e Argentina. I
Trichocereus sono molto resistenti e si adattano alle più svariate
condizioni climatiche. Le specie appartenenti a questo genere
stupiscono con forme, dimensioni e colori suggestivi e di gran
effetto visivo. Si coltivano facilmente, seguendo le regole generali,
senza nessuna eccezione. I Trichocereus quindi crescono bene in
grandi vasi a sud-ovest. Alcuni coltivatori possono adattarli al
pieno sole, ma per evitare scottature è più sicuro farli crescere
in mezz’ombra. Temono le irrigazioni frequenti e i fertilizzanti. Con
l’irrigazione settimanale e l’integrazione nutritiva mensile, si
ottengono le fioriture ogni due settimane.
LE PIANTINE DEL SUPERMARKET: COME SI TRATTANO
Cosa fare della minuta piantina spinosa del supermercato, subito!
a) Verificare che non abbia parassiti o malattie (per
evitare di contagiare le altre); b) svasarla delicatamente con
l’aiuto di uno stecchino, evitando di danneggiare le radici (il
trapianto è necessario perchè la terra usata dai distributori non è
la più adatta; c) invasare nello stesso vasetto o in uno
leggermente più grande. La composta base che si puo’ usare per la
maggior parte delle piante, è: 1/3 di terra da giardino con inerti o
argilla espansa, 1/3 di sabbia, 1/3 di terriccio di foglie; d)
evitare di bagnare subito dopo il trapianto, nell’operazione infatti
possono essersi create ferite che renderebbero la pianta più esposta
a infezioni e malattie; e) posizionare la pianta all’aria e alla
luce ma evitare, almeno per un primo periodo, il sole diretto per
evitare bruciature.
DOPO IL FIORE, UN FRUTTO DA MANGIARE
La polpa e i frutti di alcune specie cactacee e succulente sono
stati per secoli e secoli una risorsa fondamentale per le popolazioni
che vivevano ai margini delle zone desertiche e che potevano quindi
trovare, in queste piante caratterizzate da un’impressionante
robustezza in condizioni estreme di temperature e di carenza idrica,
a volte per mesi e mesi, una fonte di cibo nutriente e di sapore
gradevole. Negli ultimi anni anche la FAO, l’organizzazione delle
Nazioni Unite che si occupa a livello globale delle tematiche
relative all’agricoltura e alimentazione, ha attivato importanti
programmi di ricerca scientifica a livello internazionale per
individuare e promuovere la produzione agricola su larga scala di
piante grasse e succulente in grado di fornire un cibo di buona
qualità a costi davvero minimi, e con un estremo adattamento a
condizioni climatiche difficili: una buona soluzione ecosostenibile
per fornire nutrimento di alta qualità (e di ottimo sapore) a
popolazioni che non possono dipendere solo dagli aiuti delle Onlus
che operano in zona. L’interesse alimentare si unisce infatti, in
questo caso, al tema della sostenibilità: queste produzioni agricole
richiedono pochissima acqua. Sono commestibili i frutti del Fico
d’India, della Pitaya, del Saguaro, i fiori del cactus Cabuches.
Frutti gustosi sono presenti anche sui cactus Fragola
(Echinocereus fendleri, E. engelmannii) e sul Myrtillocactus
geometrizans, il cui frutto di colore viola intenso viene
mangiato fresco o secco, simile alla nostra uva passa, usati nella
preparazione di dolci e bevande.
La diffusa convinzione che i nostri smartphone ascoltino ciò di cui parliamo è infondata e quasi certamente falsa. Infatti con la quantità di dati di cui dispongono i fornitori di servizi online, non hanno bisogno di ascoltare quello che diciamo. Tristan Harris, co-fondatore del Center for Human Technology ed ex responsabile dell’etica dei prodotti Google, in un suo recente intervento alla Milken Institute Global Conference di Los Angeles, ha dichiarato a proposito: “Lo so per certo, i dati forensi lo mostrano, e il Facebook VP della pubblicità lo conferma: i microfoni non vengono ascoltati. Ma allora come è possibile che siano in grado di conoscere il contenuto delle nostre conversazioni? La risposta è semplice e sbalorditiva, al loro interno i server di Google o Facebook funzionano come una piccola bambola Voodoo che replica la nostra identità digitale.”
Ogni click, ogni sosta o visual, le foto e i profili che osserviamo, diventano dati sensibili che vanno ad alimentare l’identità del nostro alter-ego, la bambola Voodoo come dice Harris, che gonfia di informazioni sul nostro comportamento, “si comporta sempre di più come l’utente reale”. Una simulazione di un enigmatico avatar, basata su modelli statistici e sulla proiezione digitale dei nostri bisogni e desideri. Tutto quello che Google, Facebook o Instagram devono fare è “simulare la conversazione che la bambola Voodoo sta avendo, così ne conosco il contenuto senza dover accedere al microfono”. Inquietante quanto il Voodoo…
Difficile non cadere nei luoghi comuni quando si parla di “felicità”. Ma al di là delle ricettine fai-da-te o di complicate speculazioni filosofiche o psicologiche sull’argomento, esistono alcune verità scientifiche dimostrate da studi ultra moderni. Tra queste, le più recenti ci riportano alla vita di tutti i giorni, e a come riaccendere “lo stato d’animo”con piccoli gesti quotidiani.
Cani & gatti. Qualche mese fa una ricerca pubblicata su The Journal Of Personality and Social Psychology, ha rilevato che avere animali domestici fornisce un supporto emotivo importante, e stempera la depressione.
Un diario. Gli psicologi affermano che il diario personale aiuta a sentirsi meglio con se stessi e il mondo circostante. Il diario però deve essere segreto, e non quello di Facebook…
Profumi floreali. Alcune
attuali pubblicazioni di scienza psicologica dichiarano che il
profumo delle rose e delle petunie fa sentire le
persone più felici.
Una brocca d’acqua. Gli studi hanno ampiamente dimostrato
che bere regolarmente acqua ai pasti, invece che alcolici o bevande
gassate, migliora salute, forma fisica, e di conseguenza, l’umore.
Fiori freschi. L’Università di Rutgers ha scoperto che la
presenza di fiori scatena emozioni felici e il senso di
soddisfazione. I tulipani, le rose e i lillà danno i risultati
migliori.
Ascoltare buona musica. La musica regala tanti benefici
alla salute, ma soprattutto all’anima! Come è stato dimostrato, la
musica degli artisti preferiti riduce ansia, stress, depressione, e
migliora qualsiasi umore.
Meno confusione. Secondo l’UCLA, esiste un legame molto
forte tra alti livelli di stress e alti livelli di disordine!
Un letto ben fatto. Secondo uno studio recente, le persone si sentono meglio se riordinano il loro letto. Psicologicamente, un letto fatto fa sentire “a posto”, e che siamo i benvenuti con noi stessi.
Candele alla vaniglia. Un gruppo di studiosi della Chemical
Senses ha recentemente dichiarato che l’aromaterapia è efficace.
Una candela alla vaniglia in particolare, aumenta il relax e migliora
il senso di benessere.
Giocare insieme. Il gioco a due o di gruppo fa bene all’umore collettivo. E’ indicato anche come stimolo positivo per feste e incontri di famiglia.
Pareti verdi o gialle. Queste due tonalità, in particolare
se luminose o “acide”, evocano la felicità secondo l’Università
Vrije di Amsterdam. Detto questo, potrebbe bastare una sola stanza
gialla e verde per un’overdose!
Sistema di sicurezza. Moltissime
persone intervistate si sentono più al sicuro, e quindi più sereni,
una volta installato un sistema di sicurezza domestica.
Ricordi & fotografie. Oggettini, foto, souvenir, testimonianze di ricordi piacevoli, a cui dedicare un angolo della nostra casa, può stimolare il sentimentalismo positivo. Lasciar riaffiorare alla mente emozioni gioiose, alza lo stato d’animo.
Una zona per l’esercizio fisico. Una
dose giornaliera di movimento è un ottimo modo per alzare “gli
ormoni della felicità”, secondo tutti gli studi effettuati al
riguardo.
Come si sa, alle piante piace ascoltare la musica, meglio se
“classica”. Le ipotesi pseudoscientifiche che circolano
sull’argomento sono tante, ma solo oggi la scienza ha dimostrato
che le piante non solo sanno apprezzare le nostre melodie, ma sono in
grado persino di ricordale. Le piante dunque sono dotate di un loro
particolare sistema cognitivo, nonostante siano prive di sistema
nervoso e neuroni “tradizionali”. La
“Cognizione delle
piante” è il nuovo
campo di ricerca scaturito dai risultati di questo studio
recentissimo, diretto in Australia da una nostra connazionale, la
dottoressa Monica Gagliano. Gli studi sulle capacità cognitive delle
piante ne testano la percezione, i processi di apprendimento, la
memoria e la coscienza, ridefinendo così i confini tra le differenze
tra esseri umani, animali e piante, e coinvolgendo una serie di
discipline accademiche, tra cui la scienza, la filosofia, la scienza
ambientale, la letteratura e l’arte.
LA BIOACUSTICA
Nella nuova Scienza
della cognizione delle piante,
gli organismi vegetali sono visti come esseri “bioacustici”che
emettono onde sonore gamma
audio, e una
sovrabbondanza di suoni ultrasonici. “Catturando
i segnali emessi dalle piante in diverse condizioni ambientali, sto
esplorando il significato ecologico di questi suoni per la
comunicazione tra le piante e tra le piante e altri organismi –
afferma la Gagliano – Il
mio lavoro non riguarda affatto le metafore. Quando parlo di
apprendimento, intendo imparare. Quando parlo di memoria intendo
memoria.” Ma come sono
giunti alla sbalorditiva scoperta gli studi italo-australiani? Come
ci spiegano: “Abbiamo
utilizzato la pianta modello “Pisum sativum” per investigare il
meccanismo mediante il quale le radici percepiscono e localizzano
l’acqua. Abbiamo scoperto che le radici erano in grado di localizzare
una fonte, rilevando le vibrazioni generate dall’acqua che si muoveva
all’interno dei tubi, anche in assenza di umidità del substrato.”
L’inquinamento acustico può influire negativamente sulla salute
delle piante, dato che usano le vibrazioni-onde sonore per trovare
l’umidità: “I nostri
risultati hanno anche dimostrato che la presenza del rumore influenza
le capacità delle radici di percepire e rispondere correttamente al
paesaggio sonoro circostante. Questi risultati evidenziano l’urgente
necessità di comprendere meglio il ruolo ecologico del suono e le
conseguenze dell’inquinamento acustico per le piante e le popolazioni
animali.”
LE VIBRAZIONI DEI PETALI
Negli
ultimi anni diverse ricerche hanno dimostrato che le piante
comunicano in numerosi modi, inviando per esempio segnali chimici per
attivare le difese contro gli insetti che se ne nutrono, oppure
rispondendo alle vibrazioni attraverso i loro tessuti. Le piante
inoltre percepiscono i suoni a distanza, specialmente i ronzii degli
insetti, che stimolano in loro una velocissima produzione di nettare:
diventa più zuccherino in soli 3 minuti!
Il più grande aereo del mondo ha preso il volo nei cieli della
California. L’aeroplano si chiama Stratolaunch, ha un’apertura
alare più lunga di un campo di calcio, ed è specializzato in
trasporti di satelliti in bassa orbita. Stratolaunch ha decollato
dall’aeroporto di Mojave Air & Space il 13 aprile scorso
e ha volato a quota 5.180 metri, a una velocità di 304 mph (304 km /
h). “Ha eseguito diverse manovre di controllo del volo, tra cui
doppioni del rullo, manovre di imbardata, pushover e pull-up, e
scivoloni laterali continui. – ha detto il produttore in una
nota – Il volo di oggi migliora la nostra missione di fornire
un’alternativa flessibile ai sistemi lanciati a terra.”
L’enorme macchina volante è equipaggiata di sei motori 747 e 28 ruote per l’atterraggio, l’apertura alare è di 118 metri. Sebbene Stratolaunch sia il più grande aereo con apertura alare, un altro velivolo ad elio, l’Airlander 10, è invece l’aereo più lungo: ben 92 metri! prende il titolo del velivolo più lungo che attualmente vola con una lunghezza di 92 metri.
Potrebbe sembrare un potere da super eroe, ma gli scienziati hanno
dimostrato che l’essere umano è in grado di percepire il magnetismo
del campo terrestre. Secondo i ricercatori della Caltech (California
Institute of Technology), l’homo sapiens è dotato del senso
“magnetoreception”, una specie di GPS inconscio, al pari
di altri animali terrestri e marini.
“Non abbiamo perso quel sistema sensoriale magnetico che
avevano i nostri antenati milioni di anni fa. – ha dichiarato il
prof Joseph Kirschvink, capo della ricerca del California Institute
of Technology – Anche noi umani siamo una parte della biosfera
magnetica terrestre.“
Molte specie viventi, dai batteri alle alghe agli animali, possono
percepire il campo e utilizzare gli stimoli geomagnetici per
spostarsi e sopravvivere. Alcuni uccelli migrano per migliaia di
chilometri avvalendosi del campo magnetico, sia per tracciare il
percorso, che come mappa di orientamento. Mammiferi, rettili e pesci
segnano luoghi specifici attraverso i segnali geomagnetici. Le talpe
utilizzano la recezione magnetica per orientarsi nelle gallerie buie
dei loro labirinti sotterranei. Già miliardi di anni fa, i batteri
magnetotattici svilupparono la capacità di precipitare i cristalli
della magnetite minerale a base di ferro nelle loro singole cellule,
che permise lo sviluppo del senso del magnetismo in molte forme
viventi.
Il team dell’Istituto Calteh specifica: “Abbiamo scoperto che
il cervello umano è in grado di rilevare campi magnetici di
intensità terrestre. La tecnologia ci ha mostrato chiaramente
l’attività di onde celebrali inconsce che rilevano il magnetismo e
lo elaborano. Conoscevamo i cinque sensi di base, la vista, l’udito,
il tatto, l’olfatto e il gusto. Ma solo oggi siamo riusciti a
scoprire l’esistenza del sesto senso. Negli studi futuri, vorremmo
capire l’uso specifico della magneto recezione nell’essere umano.
Sulla Terra viviamo circondati da un immenso campo geomagnetico,
sempre presente, che varia in intensità e direzione attraverso la
superficie planetaria.” Il
team afferma inoltre che gli ambienti moderni interferirebbero sul
sesto senso, mentre non c’è ancora alcuna prova valida che sia
collegato alla coscienza umana, o che influenzi il nostro
comportamento.
Kirschvink e colleghi americani e giapponesi, hanno pubblicato il
resoconto degli esperimenti eseguiti. Qui si legge: “Abbiamo
individuato nell’uomo i cristalli di magnetite, distribuiti
ampiamente in molte aree del cervello. Per scoprirlo, abbiamo
costruito una camera sperimentale per applicare un campo magnetico
controllato, quindi utilizzato l’elettroencefalogramma (EEG) per
testare le risposte del cervello ai cambiamenti di campo. L’EEG
registra l’attività elettrica cerebrale e riflette l’elaborazione
delle informazioni in molti neuroni interconnessi. È uno strumento
ideale per studiare i processi subconsci in cui gli stimoli fisici
vengono rilevati dal cervello, ma che non entrano nella
“consapevolezza” cosciente. Questo accade con tutti i tipi di
stimoli sensoriali, che possono influenzare la nostra cognizione e il
nostro comportamento senza che noi abbiamo visto, ascoltato o sentito
qualcosa di nuovo. Pensavamo che gli stimoli geomagnetici potessero
essere elaborati in questo modo, così abbiamo osservato le onde
cerebrali umane. Abbiamo costruito una “gabbia” a sei lati, le
cui pareti erano fatte di alluminio per proteggere l’installazione
dalle interferenze elettromagnetiche. Queste pareti contenevano anche
le bobine attraverso le quali venivano passate correnti elettriche
per produrre campi magnetici della stessa intensità di quelli
terrestri. Ad ogni partecipante è stato chiesto di entrare nella
gabbia e sedersi immobili su una sedia di legno al buio, guardando
dritto verso nord. Durante l’esperimento, il team ha misurato le
onde cerebrali del partecipante utilizzando un elettroencefalogramma
(EEG).”
Faraday cage with 3 axis double wrapped magnetic coils in Joseph Kirschvink’s lab at CalTech.
“In alcuni esperimenti i campi magnetici applicati sono stati
fissati in una direzione, mentre in altri sono stati ruotati. In
altri ancora le macchine venivano accese ma non veniva prodotto alcun
campo magnetico, il che significava che il partecipante era esposto
solo al campo magnetico naturale della Terra. Il partecipante non
sapeva quale esperimento era in corso. I risultati dei 34
partecipanti adulti, hanno rivelato che alcuni scenari hanno
innescato un calo delle onde alfa dei partecipanti – un cambiamento
collegato alle informazioni sull’elaborazione del cervello. Ciò si è
verificato quando il campo magnetico era puntato verso nord, e poi
spostato verso l’alto o verso il basso, o ruotato in senso
antiorario.” Si tratta della stessa sensazione che avvertiamo
quando ci si sveglia sul lato opposto sul quale ci siamo
addormentati. Kirschvink spiega che le risposte sono simili ad un
cervello che “sta impazzendo”, ma che in realtà sta
registrando un cambiamento inaspettato nell’ambiente. Il corpo umano
è dunque in grado di ‘distinguere’ inconsciamente il nord dal sud, e
ha conservato parte del sistema sensoriale dei suoi antenati, vissuti
milioni di anni fa.
Kirschvink ha
inoltre sottolineato di come la magneto-recezione, seppur inconscia,
abbia influito sulla cultura dei popoli e sul linguaggio. Le lingue
di asiatici e australiani sono fondamentalmente diverse dalle lingue
europee. Queste differenze potrebbero influenzare la capacità di
rispondere ai segnali delle “bussole interne”. Conclude
così la ricerca:“Le lingue asiatiche e quelle dell’Australia
non hanno parole per indicare davanti, dietro, destra sinistra. Al
loro posto usano “direzione Nord” o Est, etc., con riferimento
quindi geografico, e sono coerenti con il loro GPS inconscio. Questa
caratteristica renderebbe queste popolazioni più abili ad
orientarsi, a navigare, a viaggiare. Le lingue europee invece hanno
un codice di riferimento egocentrico, che ha contribuito ad
affievolire la nostra capacità di usare un’abilità innata del
nostro cervello in questo modo. Abbiamo trovato la prova che gli
esseri umani possiedono un sesto senso definitivo, il magnetismo – ha
scritto ancora il capo del progetto – Questa modalità sensoriale è
reale. Potrebbe persino essere possibile un giorno ripristinare la
nostra capacità ancestrale di utilizzare esclusivamente i campi
magnetici per navigare.”
Il giardinaggio moderno è sempre più aderente alle nuove
esigenze ambientali e ai principi dell’ecologia sostenibile. Accanto
agli orti biologici, in giardini e balconi di tendenza
tornano di moda le piante vintage,
in auge nei favolosi anni Sessanta. Si tratta di piante tradizionali
della cultura italiana, belle, interessanti, resistenti. Considerate
povere e banali fino
ad una manciata di anni fa, soppiantate dal boom di piante esotiche e
di quelle un pochino “stravaganti”, favorite dalle pressioni del
mercato globale, le vintage stanno
riconquistando il loro spazio nei vivai, rispondendo alla perfezione
alle nuove realtà climatiche e ambientali. Rustiche e semplicissime
da coltivare, le piante retrò
hanno alle spalle una lunga storia romantica, tutta italiana, ed
offrono a sorpresa le prestazioni più richieste del momento, come la
resistenza,la
facilità di coltivazione e di riproduzione, la valorizzazione dei
prodotti biologici del territorio.
COSI’ COMUNI, COSI’ SPECIALI…
La Bergenia
La Bergenia deve il suo nome al botanico Karl August Von Bergen.
In Italia è chiamata anche il Fiore di San Giuseppe, dato
che fiorisce intorno al 19 marzo, e all’estero Orecchie di
elefante o Foglie di cuore, per
via della forma e delle dimensioni delle sue foglie. La Bergenia
adornava i cortili dell’Ottocento e i giardini delle ville toscane.
E’ una specie molto bella e particolare, con foglie larghe e carnose
a forma di cuore, e fiori alti, fucsia, malva o rosa. Sta tornando di
moda anche per la facilità di coltivazione e la sua versatilità,
che la rende idonea a prosperare in qualsiasi posizione ed
esposizione. Originaria della Siberia, è perfetta per il Nord e le
zone ombreggiate. Meglio non esporre troppo i fiori al sole.
Coltivazione
I I
semi della Bergenia richiedono un periodo di freddo una volta
impiantati: ciò favorisce la germinazione. Per questa particolarità,
basterà seminare a fine inverno. In alternativa, si semina in
contenitori idonei e sigillati che verranno riposti in frigorifero
fino a germinazione avvenuta. Una volta piantati in terra piena, i
semi germogliati crescono con molta facilità, e non richiedono cure
particolari. La Bergenia si presta per abbellire qualsiasi giardino,
dai più informali a quelli architettonici, terrazzi, aiuole,
bordure.
La Aspidistria o Pianta di Ferro
L’Aspidistria è stata una pianta molto amata in Europa fin dal
1700. Venne importata dagli inglesi dalle isole Osumi del Giappone,
dove vive nei boschi. In epoca Vittoriana fu una delle piante più
popolari del centro e nord Europa, e di seguito la sua diffusione
divenne capillare anche in Italia, come decorazione ideale per
cortili, ingressi, sale da ballo. Nota più semplicemente con il nome
di Iron Plant o Pianta di Ferro, ha
conquistato la sua ottima reputazione perchè è realmente
indistruttibile come il metallo! Può resistere al buio, con poca
acqua, fiorisce senza problemi ed è anche bella. Queste piante sono
davvero robuste e attraenti, e riescono a prosperare in aree dove
tutto il resto tristemente…fallisce!
Consigli
L’Aspidistria
appartiene alla bella famiglia dei Gigli. È un sempreverde
che riesce a crescere persino in un sottoscala, o all’ombra fitta di
arbusti e di alberi. Questa pianta rustica vive bene durante le
stagioni calde e secche, ma non si danneggia troppo in inverno. Non
attira gli insetti, né si ammala facilmente. Le foglie sono lunghe e
verticali, i fiorellini di colore violet. Ricapitolando, la
Pianta di Ferro ha bisogno di: un’esposizione ombreggiata, mai
al sole diretto; acqua con moderazione: terra umida
d’estate, ridottissima in inverno; teme le temperature oltre i
28°, e sotto i 5°. L’Aspidistria è pet-friendly, cioè non
è velenosa per i nostri amici a quattro zampe.
L’Asparagina
L‘Asparagina è una pianta decorativa molto versatile, ma
per delicatezza dei colori e delle forme è indicata per il romantico
stile Shabby Chic e per gli ambienti “minimal”.
L’Asparagina, tanto in voga durante gli anni Sessanta e Settanta, fu
introdotta in Europa dal Sudafrica a scopo ornamentale intorno al
1890. Della famiglia delle Liliacee e dello stesso genere del ghiotto
cugino Asparagus officinalis, l’Asparagina è una pianta che
ama i terreni umidi, la luce, ma non quella diretta dei raggi solari.
In appartamento va alloggiata lontana da termosifoni e correnti
d’aria. La pianta ha un fogliame particolarmente decorativo, formato
da rami appiattiti verdi che sembrano foglie. I fusti sono filiformi,
arcuati e ricadenti, molto utilizzati come elemento verde nei mazzi
di fiori recisi. I fiori sono piccolini, ma emanano una fragranza
dolce e piacevole, simile a quella del cocco.
Diverse varietà fanno parte della famiglia degli Asparagus,
tra queste si distingue come ornamento l’ Asparagus densiflorus
‘Meyersii’, meglio conosciuto come “Coda di gatto” o
“Coda di volpe”. Cresce fino ad un’altezza di 60
centimetri e presenta spessi e piumosi fusti leggermente incurvati,
dalla caratteristica forma di una coda, che donano alla pianta un
aspetto molto attraente. Ama vivere in luoghi umidi e ombrosi e come
i suoi stretti parenti, nelle zone con temperature che non scendono
al di sotto dei 5 °C, può essere coltivato anche all’esterno.
La Tradescantia
Con il nome generico di
Tradescantia
si definisce un gruppo di 60 piante circa, la maggior parte di tipo
pendente. Nonostante le apparenze, non si tratta di piante grasse,
anche se incorporano molta acqua come le succulente. In Italia è
conosciuta come “Erba
della miseria”, perchè
è una pianta che cresce con poche cure e sembra invulnerabile. Le
Tradescantia
provengono dall’America centrale e meridionale, hanno un
portamento ricadente con fusti leggermente carnosi, lunghe foglie
ovali anch’esse carnose, di colore vario, verde-azzurrognolo, a volte
variegate di bianco, giallo o rosa. E’ la pianta giusta per i
principianti del gardening, è molto ornamentale e abbellisce
appartamenti, verande, zone spoglie e ombreggiate: disposte in vasi
alti, per un effetto- cascata, su mensole e scaffali, colonnine
esterne.
Come si coltivano
Le
Tradescantia,
di cui la Zerbina
sembra essere la più apprezzata, preferiscono
un’esposizione luminosa senza raggi diretti, all’ombra. La
temperatura ideale varia fra 15 e 20 °C, sopportano bene il caldo e
d’inverno resistono fino a 7 °C. Da aprile a ottobre possono
sostare all’aperto, sotto gli alberi o comunque ombreggiate.
Tollerano abbastanza bene la siccità, ma preferiscono un minimo
costante di umidità, per prosperare e per la fioritura. Si
moltiplicano facilmente per talea.
La Sansevieria
Il genere Sansevieria consiste di oltre 70 specie che sono
tutte comunemente classificate come piante da fiore dato che spesso
producono semi e vivono all’aperto, in terra piena. La Sanseveria
ha un passato ricco di storie e
di curiosità: deve il suo nome ad un nobile italiano del 1700, il
principe Raimondo di Sangro, inventore e uomo eclettico. E’ una
pianta che sta tornando alla ribalta per bellezza e facilità di
coltivazione, ma soprattutto perchè purifica e rinnova l’aria come
nessun’altra. Le foglie, grandi, verticali, maestosamente a “lingua
di fuoco”,valorizzano
qualsiasi tipo di ambiente e di stile.
Simile al principe italiano al quale deve
il suo nome, la Sansevieria ha una storia colta e variegata, un po’
leggendaria. Eccone qualche esempio internazionale:
Nella maggior parte dei paesi africani, ancora oggi le
foglie di Sanseveria sono utilizzate come fibre per corde e per
intrecciare le ceste.
La sua linfa può essere usata come antisettico.
Le foglie sono utilizzate per realizzare bende per kit di
primo soccorso.
I coreani usano le piante come offerta di benvenuto.
La Sanseveria purifica l’aria, rimuovendo tossine come la
formaldeide e lo xilene dall’atmosfera. E’ indicata come arredo di
una camera da letto, dato che assorbe molta anidride carbonica e
rilascia ossigeno di notte. La NASA ha introdotto questa pianta
all’interno delle navicelle spaziali già vent’anni fa.
Una pianta da “selfie”: la Pilea
La Pilea è il vegetale più fotografato su Instagram e altri social-media. Particolarmente diffusa in Olanda, è soprannominata la“pianta delle monete“ per via dell’aspetto delle sue foglie rotonde quasi perfette, verde brillante, molto accattivanti, che le hanno fatto meritare l’Award della Royal Horticultural Society. Classificata nella famiglia della Urtacaceae, arriva direttamente dalla Cina, ma nonostante sia una vera star negli ambienti giovanili, in Italia è quasi introvabile nei vivai, e si ordina principalmente online. Pianta molto decorativa e di rapido accrescimento, non supera i 60 cm di altezza. Predilige luoghi luminosi ma non a contatto diretto con i raggi solari; con la bella stagione può essere portata all’aperto, in posizione ombreggiata. Facilissima da coltivare e da riprodurre per talea: basta staccarne un rametto con una piccola radice e metterlo a radicare in un vasetto con terriccio.
L’antiparassitario delle nonne
Un ottimo repellente contro afidi,
cocciniglia e simili, si ottiene dal sapone di Marsiglia. Liquido o a
scaglie sciolte in acqua tiepida, si vaporizza sulla pianta, dal
basso verso l’alto, anche nelle parti posteriori delle foglie. La
“maschera” di sapone va ripulita dopo circa 12 ore, e comunque
prima dell’arrivo del sole. Per una soluzione potente e molto
disinfettante, diluire una dose di sapone per cinque di acqua, e
qualche spicchio di aglio frullato finemente. Per un’azione
preventiva invece basterà 1 porzione di Marsiglia su 8 di acqua. Le
soluzioni si conservano in frigorifero per una settimana. Da
utilizzare per la vegetazione esterna e per le piante in
appartamento.
CONCLUDENDO…
La tendenza del gardening 2019 è quella di un apparente ritorno al passato, che recupera le piante tradizionali o autoctone, concentrandosi su concetti eco-friendly ed ecologici come la praticità e l’utilità della pianta stessa. Mentre la coltivazione degli orti urbani si moltiplica sui tetti e nei cortili delle grandi città, nei giardini abbondano gli alberi da frutto biologici e ornamentali, come i bellissimi ciliegi e la grande famiglia degli agrumi. Il trend generale del giardinaggio inoltre, lascia le piante libere di esprimersi e di crescere senza eccessi di potature geometriche e restrizioni. E’ glamour il gardening romantico, un po’ selvaggio e caotico, e le piccole oasi personali dai profumi esotici orientaleggianti. E’ di moda creare un effetto-bosco dove rilassarsi, ossigenarsi, a contatto con una natura quasi incontaminata. Il vintage-style si ripropone anche per i contenitori, i vasi, i pannelli, meglio se riciclati ingegnosamente con pezzi d’epoca o comunque agèe.
Un team di studiosi
dell’Università di Padova non solo ha individuato l’ormone
responsabile dell’invecchiamento, ma che esso può essere
contrastato efficacemente con una regolare attività motoria. Lo
sport ancora una volta si dimostra il leader delle terapie anti-aging
naturali, a costo zero.
Questo ormone si chiama “FGF21”. “Non era chiaro
come la vita sedentaria fosse collegata ad un invecchiamento
precoce – hanno dichiarato a tal proposito gli studiosi
– il nostro studio ci spiega che l’’invecchiamento “non
attivo” porta al deterioramento dei mitocondri nei muscoli ed ad un
aumento di FGF21. Quando i livelli di FGF21 nel sangue sono alti per
lungo tempo, l’organismo risponde con l’invecchiamento della
pelle, del fegato e dell’intestino, perdendo neuroni, e con
un’infiammazione generalizzata: tutto questo accorcia drasticamente
la vita”.
MUOVERSI E’ LA CURA
Si riteneva che l’ormone FGF21 fosse prodotto dal
fegato e dal grasso e che avesse un’azione benefica, migliorando il
metabolismo di grassi e zuccheri. In realtà, quando questo ormone è
prodotto anche dai muscoli, manda un “segnale” di invecchiamento
a tutto il corpo. In particolare, l’ormone FGF21 viene prodotto
dai muscoli degli anziani che conducono una vita sedentaria, mentre è
quasi inesistente in coloro che svolgono una regolare attività
fisica muscolare.
Durante alcuni test, la produzione di FGF21 è stata bloccata
artificialmente e si è visto che i soggetti “smettevano” di
invecchiare. Le cellule della pelle, del fegato ma anche di intestino
e cervello rallentavano drasticamente il loro naturale
deterioramento. Ma lo stesso effetto si otteneva se i soggetti
praticavano sport costantemente.
Lo sport leggero è quindi una cura naturale per l’invecchiamento.
Un motivo in più per limitare pigrizia e vita sedentaria il prima
possibile. L’esercizio fisico non si improvvisa, ma è un’attività
progressiva da apprendere dai più esperti, soprattutto ad una certa
età. Passeggiate veloci, balli di gruppo, ginnastiche dolci ed
orientali, yoga, sono le attività motorie da preferire per chi
inizia a muoversi da adulto.
I risultati dello studio dell’Università di Padova, sono stati
pubblicati dalla rivista medica “Cell Metabolism”.
Il sistema limbico è
definito anche come “cervello emotivo”. Le neuroscienze ci
suggeriscono come migliorare le sue prestazioni con una serie di
indicazioni naturali ed olistiche. Vediamo quali.
Noi del genere “homo sapiens”siamo gioielli della Natura.
L’evoluzione e la complessità del cervello e delle sue risorse
adattive, e la sua orchestrazione di umori, ormoni, emozioni, ha
generato un vero capolavoro non solo biologico. Corpo, Mente,
Spirito, sono i nostri tesori più preziosi in via di continui
perfezionamenti. Le moderne neuroscienze sono solo agli inizi degli
studi sui segreti delle nostre capacità cerebrali. Certe
“intuizioni” scientifiche del passato, scambiate per follie o
superstizioni “religiose”, grazie alle nuove tecniche
elettroniche si rivelano oggi come nuove leggi naturali. L’Uomo è
una macchina organica condotta da vari piloti, esperti in elettricità
ed energie sottili. Dal cuore dei circuiti cerebrali, il sistema
limbico si sta dimostrando uno dei grandi protagonisti delle ricerche
moderne.
INDAGINI OLFATTIVE
Il fascino del sistema limbico è legato ad una sua peculiarità
unica e speciale, cioè quella di essere collegato direttamente
all’ambiente esterno tramite il naso, perchè solo in seconda
battuta, le informazioni olfattive saranno elaborate più
“razionalmente” dalla corteccia cerebrale. Il limbico è quindi
la piattaforma di reazioni immediate delle sue preziose ghiandole,
l’amigdala, e i 2 ippocampo, e poi di tutte le altre. L’importante
zona è sede del “cervello emotivo”. Qui nascono le emozioni e i
primi ricordi e forme di pensiero. Il limbico è il centro della
“paura”, ma è anche quella del riconoscimento della propria
madre da parte del neonato, che avviene attraverso l’olfatto. Un
“circuito” complesso dove piaceri e paure dei primi anni di vita,
l’istinto alla sopravvivenza e un iniziale adattamento, diventano
un pensare “sotto inteso” e automatico nella vita adulta. Un
imprinting importante da tenere sotto controllo quando mostra i suoi
lati più negativi.
A CACCIA DI FORMICHE
I neuroscienziati hanno definito vezzosamente con il termine
“ants”, cioè formiche, questi pensieri sotterranei che,
stimolando specifiche risposte ormonali, possono condizionare l’umore
e il tono vitale. Gli ants più pericolosi sono i depressivi
(abbassano l’autostima e quindi l’umore di base), e gli
aggressivi o dello stress (eccitatori del sistema nervoso centrale).
In larga parte si tratta di pensieri negativi. “Non ce la posso
fare”, “non valgo niente”, “non me lo merito” e
via dicendo. Per fortuna, gli ants più ossessivi si possono
ricondizionare o eliminare con le numerose, moderne psicoterapie.
Esistono poi una serie di stratagemmi tesi a ottimizzare le
prestazioni del sistema limbico in generale. Si tratta di rimedi
naturali, ma molto efficaci, che sollecitano la produzione di ormoni
“buoni” e di endorfine. Aumentano l’energia, il senso di
benessere, la creatività, la salute in generale.
COCCOLE, PROFUMI & SPORT .
1) Il sistema limbico è molto sensibile al contatto fisico. “Sfiamma” e ritrova l’equilibrio quando si ricevono carezze, abbracci, baci. In mancanza di partners adeguati, perfetti allo scopo sono anche i massaggi. 2) L’olfatto opportunamente stimolato dall’aroma-terapia è rigenerante del pensiero positivo. 3) Esercitare la memoria con una selezione dei ricordi più belli, costruendosi una libreria “ideale”, a cui attingere nei momenti di crisi. Metterli in lista scritta potrebbe essere utile. 4) Praticare sport è uno dei rimedi più efficaci per migliorare l’umore, accrescere l’autostima, e per godere di un’ottima salute. 5) Il cervello è un organo “grasso” e si nutre di zuccheri. Prediligere quindi i grassi essenziali, come gli Omega 3. Si trovano nel pesce, nei crostacei, nei semi di lino, nell’olio essenziale di ribes nigrum. Ottimo l’olio di oliva. Garantirsi sempre anche un giusto apporto di carboidrati e di frutta per ben sostenere il grande dispendio energetico del cervello. 6) Cercare di stare a contatto con la Natura il più possibile. 7) Circondarsi di persone positive e propositive, in particolare quando ci sente “spenti”. L’olfatto coglie i segnali dei ferormoni emessi da altri individui. La gioia ha il suo odore… 8) Fare ginnastica mentale, allenandosi a contrapporre a un pensiero negativo, uno positivo. La pratica zen è specializzata in tecniche di condizionamento del pensiero.
Nel 2009, David Nutt venne licenziato in tronco dal suo ruolo governativo di “Consigliere capo per la droga” inglese, non appena affermò che l’LSD e l’MDMA sono meno dannosi dell’alcol dal punto di vista della tossicità. Ora l’intraprendente Nutt sta tornando a far parlare di se’ con una nuova, sbalorditiva, affermazione, secondo cui un sostituto dell’alcol, di sua invenzione, promette la stessa ebbrezza di birra, vino e whiskey, senza effetti collaterali a breve e lungo termine. Il prodotto è sperimentale e si chiama “Alcorelle”.
“L’industria sa bene che l’alcol è una sostanza tossica
– ha detto Nutt in un’intervista – Se fossero introdotte oggi sul
mercato, le bevande alcoliche sarebbero illegali per le normative
vigenti. Il limite di sicurezza dell’alcol, se si applicano i criteri
degli standard alimentari, è di circa un bicchiere di vino…
all’anno!” Non a caso al consumo di alcol vengono attribuiti il
6% dei decessi annui a livello globale – ovvero circa 3,3 milioni di
persone.
David Nutt è un importante neuropsicofarmacologo che ha
scoperto diverse interazioni tra le sostanze psichedeliche e la
psiche umana. Negli ultimi anni il ricercatore si occupa anche degli
effetti dell’alcol sul sistema nervoso. Da quando ha iniziato a
studiare gli antidoti per l’alcol, Nutt si è reso conto che i
recettori GABA, la serotonina, la dopamina, producono effetti
inebrianti se stimolati e, puntando direttamente ad essi, si evitano
i danni collaterali al fegato e ad altri organi vitali, tipici di
chi, invece, assume gli alcolici. Alcorelle si sta proponendo alla
grande industria internazionale, già interessata a creare
alternative agli alcolici non tossiche servendosi di altre sostanze,
come la cannabis, ad esempio.
Al momento chi ha provato la nuova “droga” di Nutt si dichiara
soddisfatto, anzi, sono tutti concordi nel dire che sia persino più
efficace e piacevole della classica sbornia! Il prodotto è già in
commercio in un bar segreto di Londra. Difficile però che sia più
gradevole al palato di un buon bicchiere di vino rosso italiano!
Il neonato più piccolo al mondo è stato dimesso ed è tornato a casa. Ci sono voluti cinque mesi di trattamenti intensi, ma il bimbo è sopravvissuto e ha lasciato l’ospedale della Keio University di Tokyo. Ora pesa più di 3,3 kg ed è in forma!
Il bimbo era nato prematuro, alla 24esima settimana di gestazione
con parto cesareo, lo scorso agosto. L’intervento si rese urgente e
necessario dato che il feto aveva smesso di crescere nel ventre
materno. Purtroppo il bambino era sottopeso rispetto alle tabelle e,
con i suoi 268 grammi di peso, le sue possibilità di sopravvivenza
alla nascita erano davvero pochissime.
Il bimbo giapponese è il più piccolo prematuro sopravvissuto
della storia dell’umanità.
“In precedenza, ci sono stati altri quattro bambini maschi minuscoli sopravvissuti, ma lui è in assoluto il più piccolo! – ha detto il dottor Edward Bell, professore di pediatria neonatale presso il Carver College of Medicine dell’Università dell’Iowa. – È un caso miracoloso e, per quanto ne so, è davvero unico!” Bell è il fondatore e il webmaster del Tiniest Babies Registry, il database della University of Iowa dei bambini più piccoli del mondo sopravvissuti dal 1936. Il bambino nato a Tokyo lo scorso agosto è in quarta posizione, superato da tre bambine di Tokyo, Illinois e Germania, nate a 25 settimane rispettivamente di 265, 260 e 252 grammi. I feti maschi infatti sviluppano più lentamente delle femmine, sia durante la gravidanza della mamma che in seguito, in particolare durante l’adolescenza.
Tra i neonati prematuri sopravvissuti, il 75% è costituto da bambine, come sottolinea il professor Bell: “ In caso di nascita estremamente precoce o di bambini estremamente piccoli, le bimbette sono sempre un po ‘più sviluppate dei bimbi, e questo dà alle bambine un leggero vantaggio in termini di sopravvivenza. Nascono più maschi, ma sopravvivono più femmine.”
“Spesso – ha detto ancora Bell – i bambini nati così
piccoli smettono di svilupparsi nel grembo perché la placenta
materna non fornisce correttamente l’ossigeno e i nutrienti di cui
hanno bisogno. Il bimbo di Tokyo aveva un cuore insolitamente ben
sviluppato, polmoni, cervello e reni altrettanto, nonostante le
dimensioni ridottissime.” Probabilmente crescendo non sarà
troppo alto, meno della media generale. “Anche se i suoi
genitori sono di statura media, lui resterà sempre piccoletto –
ci dice ancora il professor Bell – non escludiamo inoltre che
potrebbe avere alcuni ritardi cognitivi, ma non è detto. Molti nati
prematuri da adulti si laureano e sono persone di grande talento.
Vedremo.” Buona fortuna, piccolino!
Respirare le emanazioni benefiche di invisibili oli essenziali, chiamati “phytoncide” del legno degli arbusti, delle piante, di bacche, di erbe e gemme selvatiche, è veramente curativo: finalmente le teorie dell’eco-terapia hanno trovato la loro verità scientifica, uscendo dallo scomodo recinto della cultura New Age.
Nell’estate del 1845, Henry David Thoreau, naturalista, filosofo
e scrittore, lasciava la comoda cittadina di Concord dove abitava ed
era nato, per andare a vivere in una capanna di legno, nei boschi del
vicino lago di Walden. Intendeva compiere un esperimento: dimostrare
quanto poco costasse vivere. Thoreau amava la natura e ne intuiva le
proprietà salutari e rigeneranti, a tal punto da rinunciare alla sua
vita in società per ritirarsi in una capanna costruita da lui stesso
sulle rive di un lago del New England. Lì scrisse “Walden. Ovvero
vita nei boschi”, dove descrisse di quanto sia più semplice vivere
in armonia con se stessi contattando la natura, anticipando di 150
anni molte argomentazioni sul consumo critico, sull’economia
alternativa e sulla spiritualità moderna. In più intuì l’esistenza
di un misterioso “potere di guarigione dei boschi”, diventando
così il profeta dell’eco-terapia.
“Andai
nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare
solo i fatti essenziali dell’esistenza. Volevo vivere profondamente
e succhiare tutto il midollo della vita.” (H.D.Thoreau)
L’ESSENZA DELLA SALUTE
Il “tonico dei boschi” descritto da Thoreau nel 1854 oggi ha
trovato una ragione scientifica. In Giappone, dove per tradizione si
usa festeggiare con pic-nic nei boschi di ciliegio, gli studiosi
hanno dimostrato i reali benefici delle “balneazioni” boschive:
abbassano la frequenza cardiaca e la pressione sanguigna, riducono la
produzione di ormoni da stress rafforzando il sistema immunitario, e
migliorano la sensazione generale di benessere. Ma come ci ricordano
i maestri Zen nel koan “Se un albero cade nella foresta e
nessuno ascolta, fa un suono?”, per ottenere certe risposte non
bisogna far nulla. La balneazione boschiva è puro relax, niente
footing e contapassi elettronico Fit Bit. Basta sedersi o sdraiarsi
vicino agli alberi. Tutto qui. Just breathe.
AROMI & BIOENERGIA
Gli esperimenti sui “bagni nei boschi” sono stati condotti dal
Centro per l’Ambiente, Salute e Scienze di Chiba University in
Giappone. Hanno monitorato gli effetti fisiologici di 280 persone di
questa balneazione per 20 anni di seguito. Il team ne ha misurato il
cortisolo salivare (che aumenta con lo stress),la pressione arteriosa
e la frequenza cardiaca, dopo un contatto con la foresta di 30 minuti
quotidiani. “Gli ambienti forestali e boschivi promuovono
concentrazioni più basse di cortisolo, abbassano la pressione
sanguigna, stimolano una maggiore attività del nervo parasimpatico,
riducendo gli impulsi di difesa di attacco o fuga”, hanno
concluso così gli studiosi giapponesi. Inoltre hanno mostrato
aumenti significativi della attività delle cellule NK. Queste
cellule forniscono risposte rapide alle cellule virali infettate e
contrastano la formazione di tumori.
PAESAGGI TERAPEUTICI
Gli alberi curano anche la mente e lo spirito. I terapisti dei
boschi suggeriscono una visita nei parchi di mezz’ora al giorno
soprattutto a chi vive nei centri urbani. Gli eccessi di tensione,
gli scatti di collera verranno ridotti. La depressione diminuirà e
si godrà di una maggiore vivacità e creatività.
Prima di varcare l’ingresso del parco si può raccogliere un
sasso, simbolicamente metterci dentro un proprio problema, e
lasciarlo lì. Al ritorno dall’immersione nella Natura, si può
decidere se riprendersi il sasso e portarselo via. Ma nessuno fino ad
oggi, dopo un bagno nella foresta, ha avuto ancora il coraggio di
farlo.
I
Gerani sono fiori straordinari, bellissimi, resistenti e facili da
curare. Un ampio ventaglio di colori, di forme e di profumi, rende il
Geranio la pianta perfetta per balconi, aiuole, ringhiere e per
creare piccole “oasi” personali soprattutto in città. Con minimo
impegno, la sua coltivazione regala stupende fioriture a tutti, anche
ai meno esperti.
Grazie alla sua versatilità,
il
Geranio o “Pelargonium”, è una pianta che ben si adatta al
microclima tipico delle grandi aree urbane, in grado di sopportare
afa e inquinamento, e di sfruttare al massimo l’umidità notturna.
Nonostante sia originaria delle zone desertiche dell’Africa australe,
della Siria e dell’India, questa pianta dal portamento arbustivo, con
i dovuti accorgimenti, può prosperare anche in habitat molto più
freddi. In diversi Paesi del nord Europa, come per esempio in
Germania, il “Pelargonium” è il fiore da ornamento più diffuso,
mentre in Svizzera, addirittura, il Geranio è stato eletto “Il
Fiore nazionale”.
Il
Re dell’estate
Esistono
numerose specie di Geranio, più di 400, con fusti carnosi, foglie
con margine dentato e nervature evidenti, fiori con 5 petali,
generalmente riuniti in infiorescenze e bacche che portano alla
sommità un lungo becco simile a quello di un uccello. Infatti, il
nome di origine greco-latina della pianta, Pelargonium, significa
proprio “cicogna”, e sottolinea quindi la somiglianza tra il
fiore e il magnifico volatile. Oltre ai classici Gerani ricadenti e
verticali, esistono Gerani Interspecifici, Gerani Regali, Gerani
Odorosi, Gerani Angel e Gerani a Foglia Variegata. Queste piante
fioriscono in una vasta gamma di colori e possono avere fiori
singoli, semi-doppi o doppi, con un fogliame verde, verde scuro o
variegato.
Guida
per il Geranio più bello
In generale, i Gerani gradiscono le
temperature miti, fino a 25 °C. Crescono molto bene in pieno sole e
in ambienti aerati, ma temono i forti venti. In caso di temperature
troppo basse, sotto ai 13/15° C, i Gerani dovranno essere alloggiati
e riparati dalle correnti. E’ buona norma smuovere la terra dei
Gerani periodicamente, in modo da frammentare la crosta della
superficie che rallenta l’assorbimento dell’acqua e la respirazione
del terriccio sottostante. I Gerani sono semplici da curare, ma per
ottenere una magnifica fioritura è meglio osservare le seguenti
regole di base: 1)
Una semina corretta
I
Gerani si piantano in vaso o in terra a primavera inoltrata, fine
aprile/maggio. Le fioriere dovrebbero essere capienti, dato che
questi arbusti necessitano di spazio e di terra. Una volta
predisposto uno strato di drenaggio sul fondo, è preferibile
utilizzare una varietà di terriccio pre-fertilizzata, fatta
appositamente per le esigenze nutritive di questa pianta, che non
necessita quindi di ulteriore fertilizzazione almeno per qualche
settimana. Da aprile a settembre si concima ogni due settimane con
fertilizzanti liquidi che si somministrano con l’acqua di
irrigazione. Durante questo periodo è bene somministrare alla pianta
un concime con
“macroelementi” quali Azoto, Fosforo e soprattutto
Potassio, e “microelementi” come il Ferro, il Manganese, il
Rame, lo Zinco, il Boro, il Molibdeno, per una corretta ed
equilibrata crescita della pianta e una fioritura abbondante. Durante
gli altri periodi dell’anno è sufficiente fertilizzare una volta al
mese. Il Geranio resta comunque un fiore africano che da’ il meglio
di se’ in luoghi assolati o in ombra parziale. Inoltre,
è importante lasciare uno spazio di circa 20 cm tra una pianta e
l’altra, quando le si posiziona.
2)
Esposizione
La
pianta del Geranio, originaria del Sud Africa, ama la luce diretta
del sole di una zona esposta a sud.E anche se queste piante
riescono a tollerare un’ombra parziale, la regola è: più sole
prendono, più fiori producono.
3) Annaffiatura
Le
annaffiature dei gerani devono essere effettuate spesso. Durante la
primavera e l’estate, si annaffia in modo da inumidire completamente
il terriccio e si lascia asciugare la superficie prima di effettuare
la successiva irrigazione. Durante i periodi più freddi, si irriga
di tanto in tanto, per evitare che il terriccio si essicchi. E’
possibile ricorrere a speciali soluzioni elettroniche
auto-innaffianti, oppure al classico metodo “handmade”delle
bottiglie di plastica rovesciate. (Basta
riempire d’acqua una
bottiglia di plastica, dopo aver bucato il tappo ben chiuso con dei
piccoli fori aiutandosi con uno spillo rovente, per poi introdurla
capovolta nel terreno del vaso. A questo punto, un altro buchino sul
fondo della bottiglia sarà necessario per permettere all’acqua di
scendere lentamente nel terreno. E’ un sistema di auto-innaffiatura
della durata di due, tre settimane al massimo).
4)
Rimuovere fiori e foglie secche
Rimuovere
regolarmente fiori e foglie morte, così come i rami secchi, rende il
Geranio più bello, lo mantiene in salute e stimola la formazione di
nuovi fiori. Esistono delle varietà “auto-pulenti” i cui fiori
appassiti cadono da soli prima di produrne di nuovi. Durante la
formazione dei boccioli è meglio ombreggiare la pianta per ottenere
fiori più colorati.
5)
Corretto Svernamento
I
Gerani perenni fioriscono di nuovo se tagliati ad un’altezza di
approssimativamente 15 cm e se spostati a trascorrere l’inverno in
un luogo luminoso e lontano dal gelo. Durante questo periodo di
riposo la pianta richiede pochissima acqua. All’inizio della
primavera formerà nuovi e vitali germogli.
I
Gerani si riproducono per talea.
Decorare
con i Gerani
In
casa è subito primavera se esponiamo qualche bel Geranio accanto
alle finestre! Il Pelargonio infatti può essere coltivato anche in
ambienti interni, in perfetto stile green urban, purchè possa
ricevere luce solare in abbondanza. In mancanza di un’ illuminazione
naturale sufficiente, si può ricorrere all’impiego di lampade da 40W
– distanziate dalla pianta da 30 cm – per circa 12/14 ore. Il terreno
dei vasi dovrà essere perfettamente drenante, privo di ristagni
idrici, dato che sviluppo e fioritura possono essere compromesse da
eccessi di umidità. E’ sempre bene lasciare asciugare completamente
il terreno prima di somministrare nuova acqua alla pianta.
Il
“Pelargonium grandiflorum”, o Regale, è il Geranio più indicato
per le coltivazioni all’interno delle pareti domestiche. Questo
arbusto produce fiori giganti, maestosi, regali appunto, i cui colori
variano dal lilla, rosa, bianco, al rosso-viola, con sfumature
centrali e nelle venature. Contrariamente al Geranio Peltatum, ai
Gerani Zonali e ad altri Gerani, questa specie non fiorisce in
estate, ma ad inizio primavera. Sistemati in un luogo soleggiato e
fresco della casa, i Gerani Regali rappresentano una tradizione
storica che ha origini nel XVII secolo, quando in Inghilterra vennero
selezionati come pianta d’appartamento. Il Geranio Regale può
essere piantato anche all’aperto, ma essendo abbastanza sensibile,
richiede sempre una collocazione che lo mantenga protetto dalla
pioggia e dal vento.
Geranio
Summer Party
Anche
vivendo al centro delle città, basta un balconcino o un piccolo
ballatoio a ringhiera per creare una mini-oasi personale,
coloratissima, allegra, e soprattutto rigenerante! Con l’aiuto dei
magnifici Gerani e di altre piante fiorite e profumate, non è
difficile allestire un “giardino segreto” in un appartamento,
approfittando anche degli spazi più piccoli. Abbinando con fantasia
e creatività Gerani di tutti i tipi con vasi originali e contenitori
riciclati, arredare in perfetto stile “urban green”è davvero
facile e divertente. Ad esempio, raccogliere sulla tavola fiori in
vasi di vetro, oppure in bottiglie di diverse fogge e dimensioni,
rende subito l’atmosfera più calda ed avvolgente, ideale per una
romantica cenetta a due. Oppure si possono utilizzare cestini
intrecciati e fioriere ricolme di Gerani da posizionare sulle mensole
a muro, per rendere una serata con gli amici un vero “Geranio
Summer Party”! Per uno stile più “country” si possono
utilizzare delle semplici cassette di legno per frutta riproposte
come contenitori per piante. In cassetta si possono piantare,
accostati fra loro, Gerani Odorosi, erbette, verdurine: un vero orto
di “campagna” nel cuore di una città!
Altro..
Gerani…da
mangiare! Le
foglie e i fiori dei Gerani Odorosi sono commestibili. L’aroma degli
oli essenziali estratti dal fogliame e dalle infiorescenze è un
tocco raffinato da chef stellato per i piatti di carne, per le
insalate, per i dolci, per le tisane. Per esempio, i Gerani Rose
donano una nota sofisticata a tutti i dessert, marmellate e dolci al
cucchiaio. Quelli chiamati “Menta piperita”invece, rendono briosa
qualsivoglia bevanda, come tè, spremute, centrifugati,
cocktails. Inoltre, una volta lasciati essiccare con le loro foglie,
i fiori degli Odorosi possono essere utilizzati per preparare una
miscela profumata per pout-pourris o sacchettini.
Proprietà curative I
principi attivi delle
radici del Pelargonium originario della Regione del Capo del Sud
Africa, sono utili per il trattamento delle malattie respiratorie.
Gli oli essenziali in certi tipi di Gerani profumati, inoltre,
diluiti in vasca da bagno o per mezzo di diffusori, sono indicati per
stemperare depressione e
stress.
Colori
& Significati Secondo
il linguaggio dei fiori e delle piante, il significato del Geranio
varia in base al suo colore, o alla sua tipologia. Per esempio, il
Geranio rosso è simbolo di conforto, mentre quello rosa suggerisce
la nascita di un nuovo affetto. Il Geranio Edera rappresenta
l’amicizia e quello rampicante la fedeltà.
Basta
zanzare! Il Geranio Odoroso al limone e quello all’arancio
possono realmente tenere lontani i fastidiosi insetti estivi, come le
zanzare e le vespe, grazie all’aroma degli oli essenziali contenuti
nelle loro foglie. Queste piante rilasciano il loro profumo, per gli
umani molto piacevole e inebriante, ma che per zanzare, vespe e altri
insetti fastidiosi, è invece un efficace repellente.
Un
antidoto naturale contro la farfalla killer. Per
eliminare la famigerata farfalla mangia-gerani,
già da aprile
spruzzare le piante con questa soluzione naturale: in un bicchiere di
acqua lasciare macerare per una notte un cucchiaio di peperoncino
macinato e due spicchi di aglio a pezzettini. Filtrare con un colino
e spruzzare fusti e fogliame.
Dopo un paio di giorni è bene ripetere l’irrorazione del
geranio e le farfalle, nauseate dell’odore, spariranno. Ripetere di
tanto in tanto, sempre quando si notano forellini sulle foglie.
Questo preparato allontana anche le zanzare ed altri ospiti
indesiderati.
Coltivare la terra del
nostro Paese è bello. Secondo i dati della Coldiretti, 6 italiani su
10 amano il giardinaggio, e superano i 5 milioni quelli che lo
praticano attivamente, prendendosi cura in prima persona di giardini,
balconi e orti. Ogni anno questa nuova tendenza – che ha già
spopolato in America e in Inghilterra – produce un giro d’affari di
oltre due miliardi di euro, un business davvero incredibile,
sostenuto in parte dal recente boom degli orti urbani. (Come
sappiamo, su tanti terrazzi e balconi metropolitani, insalata,
zucchine e peperoncini, hanno occupato il posto di gerani e
margherite, e dove c’erano le rose, ora si possono cogliere… le
erbette aromatiche!) L’orto casalingo e il giardinaggio sostenibile
sono trend diffusi soprattutto tra i giovani e gli stranieri, una
fresca “rivoluzione verde”creativa e innovativa, che ha adattato
la tradizionale concezione dell’orto “di campagna”, e più in
generale del giardinaggio, agli attuali standard cittadini e alla
tutela di salute e ambiente. Anche le iniziative pubbliche a sostegno
delle coltivazioni biologiche urbane si moltiplicano, grazie ai vari
comuni che mettono a disposizione dei cittadini terreni di cui
usufruire gratuitamente.
GLI HOBBY FARMERS SONO GIOVANI
Progettare un orto in appartamento è semplice e divertente. Non
occorrono grandi spazi, sarà sufficiente un angolo di una stanza, o
una mensola in cucina, o una porzione di balcone, a patto si scelga
un ambiente ben illuminato e arieggiato. Si può iniziare utilizzando
una cassetta di plastica per la frutta, rivestita all’interno da
fogli di giornale. Si procede poi spargendo un buon terriccio
naturale uniformemente all’interno della cassetta. Qui si possono
piantare i semi o piantine appena germogliate. Oppure come suggerisce
la Coldiretti: “Chi non ha grandi disponibilità di terra può
dare lo stesso libero sfogo al proprio amore per la “zappa”
grazie a soluzioni alternative come l’orto portatile da tenere con
sé anche in ufficio, quello verticale che si si sviluppa su pareti
di panno e tessuto, l’orto ‘ecologico’ che ricicla materiali di
scarto come le bottiglie e i contenitori di plastica oppure quello
rialzato ‘a carrello’ per chi ha maggiori difficoltà a
piegarsi”. Insomma,l’orto
urbano risponde a richieste ed esigenze diverse. Come sottolinea la
Coldiretti: “Si tratta di una passione con una diffusione
trasversale tra uomini e donne, fasce di età e territori di
residenza, anche se dall’analisi emerge una percentuale più alta
tra i giovani rispetto agli anziani e tra le donne rispetto agli
uomini, con una presenza anche di stranieri. Le motivazioni degli
hobby farmers vanno dalla passione di lavorare all’aria aperta alla
voglia di vedere crescere qualche cosa di proprio, dal gusto di
mangiare od offrire a familiari e amici prodotti freschi, genuini e
di stagione, al desiderio di risparmiare senza rinunciare alla
qualità“.
LA “RIVOLUZIONE VERDE”
Per realizzare un orto tradizionale a terra di circa 20 metri
quadrati si investono 250 euro circa, per acquistare terriccio, vasi,
concime, attrezzi, reti per delimitare le coltivazioni, sostegni
vari, sementi e piantine. Per coltivare su terrazzi e balconi
occorrono invece poche decine di euro. In ogni caso individuando lo
spazio giusto e la stagionalità, conoscendo la terra di cui si
dispone, scegliendo attentamente semi e piantine, si ottengono sempre
buoni risultati. Ma c’è in Italia chi, nel giardinaggio, investe
molto di più. Secondo la Coldiretti, la nuova “rivoluzione verde”
si avvale moltissimo di nuove tecnologie e macchinari innovativi: “Un
successo quello degli orti che ha importanti effetti sul mercato e
sull’occupazione: infatti le vendite di macchine per il
giardinaggio hanno registrato un incremento delle vendite del 7,3%
per i trattorini e addirittura del 18,5% per i rasaerba robotizzati,
per non parlare delle serre e dei vivai dove gli italiani vanno a
rifornirsi di piante e fiori grazie ad un settore che oggi conta su
100mila addetti, con un giro di affari che sfiora i 3 miliardi di
euro all’anno”. La “rivoluzione verde” riguarda
naturalmente anche le persone che non hanno alcuna esperienza nelle
tecniche di giardinaggio. Gli aspiranti coltivatori diretti si
affidano ai consigli di parenti e amici già esperti, alle riviste di
gardening, oppure ingaggiando un “personal trainer”o tutor, per
una consulenza a domicilio a pagamento.
UN ROBOT TUTTOFARE
La tecnologia sta semplificando sempre di più le attività del
giardinaggio, conquistando consensi da parte dei neofiti. Infatti gli
attrezzi necessari e i macchinari, sempre più evoluti ed
utili, sono di grande aiuto ai principianti. Per i giardini esistono
tagliaerba, motoseghe e decespugliatori davvero molto semplici da
usare, le cui vendite sono in deciso aumento. Di recente diffusione,
i robot da giardino sanno svolgere un’infinità di compiti,
sostituendosi al 100% alla tradizionale figura del giardiniere. I
robot sono il non plus ultra per gli amanti delle nuove tecnologie e
per chi ha poco tempo. Richiestissime dai pollici verdi più
aggiornati troviamo le macchine per “lavorare” sui
prodotti di scarto e il compost, come biotrituratori,
idropulitrici e aspirafoglie. Un altro apprezzato macchinario
ecologico è il crea pacciamatura, che permette di tagliare
l’erba, sminuzzarla e restituirla al prato pronta per essere
utilizzata come fertilizzante naturale e per mantenere in salute il
terreno sottostante. La passione per il gardening scorre anche sui
telefonini via internet, che abbonda di App per Android e di
calendari di coltivazione, per una perfetta riuscita di nuove semine
e piantagioni varie. Tanti i siti specializzati e i forum di
discussione. Sono online social-network specifici, come il
cliccatissimo “Grow the planet”ad esempio, che consentono
agli utenti di condividere le proprie esperienze sul giardinaggio, e
di scambiare consigli sulle tecniche da adottare.
IL GIARDINIERE, UN MESTIERE AL TOP
A confermare che il giardinaggio sia
una nuova espressione italiana spiccatamente in crescita, vengono le
statistiche. Secondo i sondaggi la figura del giardiniere
professionista affascina sempre di più i giovani e i meno
giovani, e sono in costante aumento i lavoratori del settore, ben
3.554 in più in cinque anni, ma in realtà la stima è in difetto.
“Resta difficile quantificare il numero dei giardinieri –
spiega così l’Associazione Italiana Centri Giardinaggio – È una
professione che in Italia esiste da tanti anni, anche se è stata
spesso considerata un’attività secondaria. Ma sono numerosi i
lavoratori che rendono bello il paesaggio: i vivaisti, i fioristi,
gli architetti. Siamo comunque presi come esempio in tutto il mondo.
I giardinieri sono sempre più richiesti. È un momento felice per il
“mondo verde”. Soprattutto per il Nord. Anche al Sud ci
sono delle eccellenze”. Il florovivaismo e la cultura degli
orti Made in Italy sono un’eccellenza del nostro Paese. Tra le
regioni, le più attive nel giardinaggio troviamo la Liguria, la
Toscana, il Lazio, la Campania, la Puglia e la Sicilia, al top della
classifica verde. La Liguria è prima per le piante aromatiche
e alcune piante fiorite tipiche da esterno; il Piemonte per le piante
acidofile; la Lombardia per le latifoglie e le conifere; la Toscana
per la varietà di alberi e arbusti tra cui le conifere, gli alberi a
foglia caduca e sempreverdi, gli alberi da frutta ornamentali; il
Lazio per le piante mediterranee; la Sicilia per le piante
mediterranee, gli agrumi ornamentali, le piante grasse e le palme.
Per quanto riguarda le piante in vaso e da vivaio, la produzione è
prolifica in diverse altre regioni. Le esportazioni floreali italiane
sono richiestissime in tutta Europa, in particolare da Germania, Gran
Bretagna, Belgio, Svizzera e Turchia.
UN ORTO SULL’ALBERO
L’hobby del giardinaggio dilaga,
spuntano palmeti, limonaie e tralicci di vite su terrazzi e cortili.
La fantasia e il talento si ingegnano per trovare nuove soluzioni
verdi salva-spazio, orti e boschi si arrampicano su muri verticali di
balconcini e sulle pareti di palazzi urbani all’avanguardia. Ma c’è
anche chi, a dispetto di mattoni e cemento armato, guadagna spazio
con un metodo davvero originale ed ecosostenibile. Un artigiano di
Reggio Calabria, Francesco Mangano, ha inventato infatti “l’Orto
sull’albero”: i suoi vegetali crescono a 3 metri di altezza, al
riparo da attacchi di insetti, funghi e animali selvatici. Il
progetto dell’Orto sull’albero
risale al 2000, quando l’ingegnoso calabrese innestò per la prima
volta una pianta sul Solanum mauritianum,
un albero originario del Sud America. Oggi il suo progetto è
attenzionato ed imitato dagli osservatori di botanica di tutta Europa
ed oltre. Il suo Orto sull’albero produce
10 varietà diverse di pomodori – tra cui corallini, ciliegini e San
Marzano – e otto tipi differenti di melanzane: dalle bianche e viola
dolci alle variegate. Coltivati tra i tre e i sei metri d’altezza,
questi vegetali sospesi hanno la stessa qualità di quelli di terra,
ma sono estremamente resistenti e longevi. Il costo di produzione è
molto basso: “Il Solanum non ha bisogno di concimi e
veleni perché ha radici lunghe e si abbevera dell’acqua presente
nel terreno – ha dichiarato
l’artigiano -. C’è quindi un grande risparmio idrico:
basta innaffiare la pianta solo ogni 15 giorni. Gli alimenti che ne
escono resistono a insetti, funghi e animali selvatici, perché si
trovano a un’altezza impossibile da raggiungere. Quando
questa pianta mi è stata regalata non immaginavo che sarebbe
cresciuta così tanto, E invece è diventata altissima, più di sei
metri! Inoltre mi sono accorto che faceva dei fiori simili a quelli
dei pomodori ed ho scoperto che è della stessa famiglia, così mi è
venuta l’idea di innestare una piantina di pomodoro su ogni
ramoscello di questo albero. Pensi che su alcuni altri Solanum che
poi ho aggiunto nel mio giardino sono riuscito a mettere fino a
cinquanta innesti. Ho aggiunto anche le melanzane, talvolta
mettendole insieme ai pomodori sullo stesso albero. Se avessi dovuto
piantare in piena terra tutti questi ortaggi avrei avuto bisogno di
un bel po’ di terreno libero. Questa idea che ho messo in pratica
devo dire che è ben riuscita, come dimostra il successo che sta
avendo ovunque”.
L’ABC DEL “GIARDINAGGIO SOSTENIBILE”
Per praticare il gardening sostenibile in linea con i tempi, si
seguono alcuni concetti di base:
a) I parassiti si trattano solo ed esclusivamente con mezzi
naturali. Lo stesso discorso vale per i fertilizzanti, che
saranno“compost”o comunque organici, mai chimici.
b) Si deve imparare a “compostare” in casa, con gli avanzi
della cucina e gli scarti del giardino. Il compost ricicla, e fa
benissimo alle piante e all’ambiente.
c) Recuperare l’acqua piovana il più possibile per innaffiare.
Non si spreca l’acqua, e si risparmia in bolletta!
d) Meglio coltivare le piante native del posto dove si vive. Le
piante autoctone sostengono la biodiversità e sono le più
resistenti.
e) Per limitare le erbe infestanti si usano fogli di giornali
distribuiti sul terreno da trattare. L’inchiostro, assolutamente
atossico, assorbito dalla terra, sfavorisce la crescita di piante
indesiderate.
f) Auto produzione del cibo.
g) Nutrire il rispetto per gli animaletti del giardino! Api,
moscerini e simili, regolano benessere all’ecosistema e funzionano
come antiparassitari naturali. Non vanno allontanati.
h) Riciclare gli attrezzi quando è possibile, e puntare sul
vintage per quanto riguarda i contenitori.
Un giardino, o balcone o terreno sostenibile, si basa
soprattutto su 3 parole:“Riduci, riusa e ricicla!” (a cura di
Beatrice Pallotta)
Come aumentare
l’energia vitale in questo periodo letargico con metodi
assolutamente naturali
Sentirsi stanchi a fine giornata, soprattutto durante il passaggio di stagione, è un disagio assai diffuso. Il crollo a metà pomeriggio colpisce quando l’energia vitale diminuisce, e l’intero organismo col crepuscolo inizia a prepararsi alla fase del riposo, come è giusto e naturale che sia. La gestione del ciclo attività-riposo del moderno homo sapiens si è molto distanziata dall’ideale suggerito dalla Natura. La sera e la notte sono oggi spazi per nuovi lavori e divertimenti, e la giornata “del fare” è una possibile, infinita, “h.24”. L’energia vitale, a questo punto, non basta mai. Snack e caffeina forniscono quel che basta per tirare avanti per un po’, ma sono espedienti dannosi per la salute, il cui effetto è evanescente. Utilizzando però un approccio olistico e naturale si ottengono risultati migliori, che riforniranno ogni nostra cellula di sprint, salute e buon umore in pochi minuti.
COS’E’ L’ENERGIA VITALE
L’energia vitale è ciò che caratterizza la manifestazione
della Vita, nei suoi molteplici aspetti, visibili e non. Per una vita
sana e colma di benessere è indispensabile saper intuire il proprio
livello energetico (cosa relativamente semplice, istintiva per la
maggior parte delle persone) ed essere attenti in un’adeguata
gestione dell’energia vitale, al fine di mantenerla
qualitativamente elevata.
Riportiamo qui qualche suggerimento per stimolare nuove energie
“pronte all’uso”.
“L’ASCOLTO”DEL CIBO. Nei momenti di crisi
energetica sostituire le merendine zuccherine con una manciata di
pistacchi o noccioline, oppure di uva passa, a cui aggiungere
eventualmente un frutto di stagione. Più in generale è bene
aumentare il consumo di frutta e verdura nella dieta quotidiana,
evitando tutto ciò risulti “pesante” da digerire. Eseguire i
test sulle intolleranze alimentari può essere di aiuto, ma
ascoltandosi bene ciascuno di noi è in grado di percepire cosa
appesantisce e cosa ci rende più attivi. Ascoltare se stessi, avere
più fiducia del proprio istinto e delle sensazioni che il corpo ci
invia, è un allenamento alla cura di se’ molto importante.
LA RICARICA DI “O2”. Almeno una volta al giorno, (meglio alla mattina, ma è utile in qualsiasi momento di stanchezza) trovare un proprio spazio per ri-centrare l’attenzione all’interno di se’. Bastano 10 minuti di vero rilassamento, con gli occhi chiusi, rilasciando il più possibile le tensioni muscolari, dal collo via via verso le gambe ed i piedi. La respirazione sarà profonda, senza mai forzare. Quando si respira intensamente, si utilizzano i polmoni alla loro piena capacità, prendendo circa 5.000 millilitri di aria per ogni inalazione. La respirazione superficiale ne carica solo 500.
IL MASSAGGINO. La pelle, piuttosto che essere un
confine statico tra i mondi interni ed esterni, è il sensore
dinamico dell’ambiente. L’epidermide esplora l’esterno ed
informa l’interno. In questa chiave si inserisce la pratica del
massaggio, che attenuando tensioni e stress prodotte dal contatto con
l’ambiente, invia all’interno stimoli benefici, volti a rimettere
in equilibrio il sistema endocrino e quello nervoso. L’auto
massaggio può essere praticato ovunque ed in qualsiasi momento. E’
bene soffermarsi con i movimenti delle mani sulla testa, ai suoi lati
e sulla nuca, per poi scendere al collo e sulle spalle. Poi le
braccia, le gambe, i piedi.
I SUONI PRIMORDIALI. È possibile sfruttare il
potere del suono per ricevere la sua energia vibrazionale.
Ascoltare una musica stimolante (o suoni primordiali) può calmare ma
anche eccitare. Emozioni e sistema nervoso, a seconda del ritmo e
frequenza di ciò che si ascolta, possono essere pilotati dal suono.
Vanno benissimo cuffiette e lettore mp3. Se possibile, accompagnare i
suoni con i movimenti del corpo coadiuva i suoi effetti benefici. Ci
sono sequenze di toni vibrazionali, reperibili anche su You Tube,
dedicate ai Chakras energetici e al loro benessere.
UNA BOCCATA D’ARIA. Stare all’aperto e godere
della luce naturale, ricarica di energie positive. Passeggiare,
portare il cane a spasso, fare una corsetta di 5 minuti, o anche
semplicemente sedersi in balcone, disintossica, rilassa, e devia il
pensiero verso altri orizzonti, lontani dall’ufficio e dagli
impegni scolastici.
IL NON PLUS ULTRA. Un’attività fisica periodica e delle pratiche di benessere basate sul corpo, sono degli ottimi coadiuvanti per mantenere pulizia e fluidità sul piano energetico e apporta benefici direttamente a tutti gli organi. Nello specifico, yoga e bioenergetica sono le attività migliori, senza nulla togliere alle pratiche cinesi, il Tai Chi, Qi Gong ed altri, naturalmente!
Negli ultimi anni il
progresso delle scoperte delle neuroscienze ha segnato l’affermazione
scientifica dell’approccio olistico per la cura della salute
psico-fisica del genere umano. In particolare, le benefiche tecniche
del respiro della meditazione orientale sono al centro di nuove
ricerche italiane e americane. La pratica “Mindfulness”, o
“consapevolezza”, dopo aver letteralmente spopolato negli Stati
Uniti, si sta diffondendo anche in Italia, accendendo l’interesse
della scienza “ufficiale”. Ma quali sono le differenze tra la
“nuova” pratica pop e la millenaria meditazione orientale?
La Mindfulness è una tecnica di meditazione che lega la
millenaria tradizione buddhista alla psicologia scientifica
occidentale, senza però indurre il rilassamento profondo, ne’
stati di “trance”. Con Mindfulness si intende consapevolezza,
attenzione al momento presente. E’ la meditazione del “qui e
ora”, che non si propone di allontanare la coscienza verso il
sopore di “viaggi” spirituali o il vuoto mentale, ma che la
connette esattamente con se stessa.
“Il momento presente è il solo momento di cui
disponiamo, è la porta di ogni momento.”
ThichNhat Hanh
Il percorso della Consapevolezza è un cammino di crescita
personale, che si propone di centrare i seguenti obiettivi:
Essere pienamente presenti in ogni attimo di vita
Abbandonare il passato al passato
Lasciare che le fantasie sul futuro si dissolvano
Astenersi dall’auto-giudizio e giudicare gli altri
Mantenere le emozioni sotto controllo
Saper rispondere invece di reagire istintivamente
Rafforzare la connessione con tutte le parti di se
stessi
La Mindfulness è una pratica che non richiede alcuna ispirazione
spirituale, ne’ “centratura del cuore” particolare. E’ però
molto importante che venga presentata e insegnata senza
improvvisazioni, e da persone che abbiano già acquisito con
l’esperienza la Consapevolezza necessaria.
“Gli Dei non sanno pronunciare falsità, perchè devono essere ogni parola.” Eschilo
MEDITAZIONE
La Meditazione è una pratica antichissima che conduce le persone
ad andare oltre la loro stessa personalità, sperimentando il
contatto con il vero Sé, e la connessione di questo con la realtà,
visibile ed invisibile. Le tecniche di Meditazione moderne non si
sono distaccate dall’antica pratica millenaria. Potrebbero essere
molto semplici, come concentrarsi su un fiore e ricevere tutta la
bellezza e l’energia di quel fiore. Oppure assumere forme e scopi più
complessi, come addestrare la mente ad espandersi, ad essere più
ricettiva e concentrata nel momento presente.
“Conosco una sola libertà, la libertà della mente.” Antoine de Saint-Exupery
La Meditazione conduce alla calma profonda, connette con la
Spiritualità, dona chiarezza mentale, tranquillità emotiva, e
rilassamento di tutto il corpo. La Meditazione può avvenire in
qualsiasi luogo e in qualsiasi momento, anche se le prime ore del
mattino offrono le atmosfere migliori, e all’alba il corpo è ancora
in stato di riposo e di auto-rigenerazione. (I monaci praticano dalle
3 del mattino fino alle 6.)
“Tutte le difficoltà dell’uomo sono causate dalla sua
incapacità di mettersi a sedere da solo in una stanza nella completa
quiete”
Blaise Pascal
LA DIFFERENZA TRA CONSAPEVOLEZZA
E MEDITAZIONE
La Meditazione è consapevole per natura, sebbene spinga la mente
ad andare oltre. La Mindfulness è quindi un aspetto della
Meditazione, una sua forma, che si basa sulla presenza mentale, e non
induce verso profondi viaggi spirituali o cambiamenti di coscienza.
“La meditazione è una delle più grandi arti della vita,
forse la più grande, e non la si può imparare da nessuno, questa è
la sua bellezza. Non c’è tecnica e quindi non c’è
autorità. Quando imparate a conoscervi, quando vi osservate,
osservate il modo in cui camminate, in cui, mangiate quello che dite,
le chiacchiere, l’odio, la gelosia, l’essere consapevoli di tutto
dentro di voi, senza alternativa, questo fa parte della
meditazione.” –Jiddu Krishnamurti
Il lungo regno della
regina Vittoria (1819-1901) ha caratterizzato un’epoca coincidente
con l’idea stessa di progresso e con uno straordinario sviluppo
tecnologico. L’epoca vittoriana inglese si estese in tutta Europa
dal 1837 al 1901, inaugurando nel mondo l’avvento della “cultura di
massa”. Qui riportiamo una panoramica delle fantastiche immagini
astronomiche vittoriane, tra le prime della storia della fotografia.
Le piante grasse hanno un aspetto misterioso e magnetico che le rende simili ad opere d’arte vegetali. Alcune di esse sembrano sculture viventi e possono raggiungere dimensioni maestose e forme estremamente suggestive; altre sono così piccole e perfette da poter esser scambiate per sassolini o frammenti di rocce pluviali.
La botanica definisce le piante grasse anche come “succulente” per via del loro aspetto carnoso, denso di succhi e di linfa, che dipende sostanzialmente dalla capacità dei tessuti interni di conservare l’acqua. Alcune specie, come gli splendidi Cactus, sono ricoperte di spine e patine pelose che diminuiscono l’evaporazione esterna, rendendole in grado di sopravvivere alle condizioni ambientali più avverse e disparate.
A FIOR DI CACTUS
Le succulente vivono con poco,
ma ci regalano tanto: fioriture magnifiche, resistenza, longevità,
bellezza. Sono piante che creano atmosfere speciali se inserite in
paesaggi ideati ad hoc in giardini, balconi, davanzali. Come in una
miniatura perfetta, si può ideare attorno alle succulente una sorta
di “landscape” naturale, un habitat il più possibile aderente
alle zone originarie delle piante, come un piccolo scenario messicano
o una mini riproduzione di un paesaggio boliviano, ad esempio. Le
piante grasse sono molto decorative e abbastanza semplici da curare.
Vediamo come…
LE PIETRE VIVENTI
In natura esistono
circa diecimila specie di piante succulente distribuite in tutto il
mondo, Italia compresa. Hanno caratteristiche diverse per dimensioni
e morfologia: dai tipici Cactus a forma globulare come il “Cuscino
della suocera” (Echinocactus
grusonii), all’Agave
dalle lunghe foglie carnose che fiorisce e poi muore; dai Fichi
d’India e i suoi frutti carnosi, all’Aloe dalle spiccate proprietà
terapeutiche. Un primo, nutrito gruppo di succulente è formato dalle
“Cactacee
del deserto”,
i gettonatissimi Cactus, che
fioriscono se ben coltivati in primavera o in estate. Un secondo tipo
di succulente ornamentali è costituito dalle
rampicanti e
tappezzanti.
Tra le più semplici da coltivare e da trovare sono Lampranthus,
Crassula e Ceropegia. Un’altra
famiglia di succulente particolarmente interessante è quella delle
Nane o Mignon.
Si tratta di vere miniature vegetali spontanee, delicate ed esigenti,
da coltivare con molta attenzione. Tra queste ricordiamo le Lithops,
le “pietre viventi”del regno della botanica, e le Conophytum,
con fiori autunnali graziosissimi, gialli o rosa.
DAL DESERTO ALLE CITTA’ Per balconi e terrazzini di città la pianta grassa più indicata resta sempre la classica “Sedum”. Ne esistono circa 600 varietà differenti che si adattano perfettamente alla coltivazione in vaso e alle esigenze ambientali più diverse. Il Sedum acre per esempio è l’ideale per rivestire le fioriere poiché il fusto, con fiori gialli e lungo di meno di dieci centimetri, ricade su se stesso; il Sedum anglicum dai delicatissimi e “celestiali” fiori bianchi, è piccolino; il Sedum spectabile invece, che ha i fiori rosa, può superare i 60 centimetri di altezza. La pianta succulenta “Semperiverum”si è adattata con successo alle basse temperature e può resistere in giardino o nei terrazzi durante i mesi più freddi. Questa pianta è molto graziosa, hafitte rosette carnose di piccole dimensioni, con foglie triangolari e appuntite.
LA COLTIVAZIONE In
linea generale la messa a dimora è determinate per la cura delle
piante succulente. Scegliere con attenzione il luogo dove piantarle e
posizionarle, è il primo passo da compiere per farle crescere
rigogliose e sane. Il massimo rendimento si ottiene da succulente
dimorate in un posto soleggiato e protetto dalle gelate stagionali,
in un terreno drenante. Questi vegetali mal sopportano i ristagni di
acqua ed amano al contrario i terreni acidi, porosi, che permettono
ad acqua ed aria di fluire agevolmente. Un
buon terreno per succulente si ottiene mescolando terra di campo o di
giardino, sabbia e terriccio di foglie. Sul fondo del vaso o del
suolo si inseriscono sassi di piccole dimensioni per favorire il
deflusso dell’acqua. Tutte le piante succulente adorano vivere
all’aria aperta e sanno affrontare temperature piuttosto rigide, ma
mai inferiori ai 5 gradi. In inverno e durante le notti più fredde
vanno riparate al coperto. Allo stato wild, cioè selvatico, le
piante grasse abitano luoghi aridi ed assolati dove all’improvviso si
scatenano piogge copiose e violentissime. Per essere in linea con le
loro abitudini originarie, in coltivazione estiva domestica è bene
innaffiarle ogni 5/6 giorni, mentre in inverno la quota d’acqua si
può ridurre drasticamente ad un’unica somministrazione mensile. La
concimazione si esegue a fine inverno con integrazioni di fosforo e
potassio liquidi. Le piante succulente, crescendo lentamente, vanno
rinvasate ogni due, tre anni.
Riassumendo… La
temperatura:
l’ideale dovrebbe essere ne’ elevatissima nei mesi estivi, ne’
bassissima durante l’inverno.
Annaffiature:
allo
stato spontaneo sono abituate a lunghi periodi di siccità interrotte
da vere e proprie alluvioni. Nelle coltivazioni amatoriali, è bene
sempre moderare le annaffiature, mantenendo umido il suolo nel
periodo invernale con 1- 2 bagnature al mese, per poi arrivare
progressivamente a 4-5 bagnature nei mesi più caldi.
Terreno:
i
substrati migliori sono permeabili e porosi, al fine di evitare
pericolosi ristagni idrici: quasi tutte le piante grasse prediligono
un terreno acido e sono consigliate miscele con materiale drenante
come sabbia o lapillo.
IL “WILD” PARLA
ITALIANO
Il Professore in Scienze naturali
Andrea Cattabriga, uno dei massimi esperti internazionali di piante
succulente, ha introdotto in Italia il metodo di coltivazione “Wild”,
letteralmente “selvatico, spontaneo, selvaggio”. Il Wild
riproduce l’habitat di provenienza delle piante, rispettandone le
origini ed osservando le regole del suo ecosistema naturale. La
coltivazione Wild è stata estesa dai Cactus a moltissime altre
specie vegetali, imponendosi come il nuovo must del giardinaggio più
all’avanguardia. Ecco come Cattabriga descrive il suo sistema
naturalistico, oggi tra i più seguiti ed apprezzati al mondo.
“Il
Wild , per quanto mi riguarda è un vero e proprio stile di
coltivazione che vuol riprodurre le condizioni in cui si trova una
specie di pianta nel suo habitat originario. In Italia la passione
per le succulente è relativamente recente ed è stata tutta
ereditata dai tedeschi e dagli inglesi che alla fine dell’800
fondarono i primi stabilimenti di produzione in Liguria: torba, terra
di faggio, letame e altri materiali organici sono sempre stati la
base per la coltivazione di queste piante. I risultati ottenuti nel
tempo sono stati eccellenti perché tra tutte le piante, le
succulente sono particolarmente avide di azoto che le induce a
vegetare in modo esuberante, per cui lo standard delle produzioni
vivaistiche è stato rappresentato da piante di colori accesi e ben
pasciute, anche se tali forme sono ben lontane da quelle naturali.
Senza nulla togliere al valore delle piante succulente ottenute con
queste tecniche che io definisco “a regime di forzatura” (ma si
tratta pur sempre di piante ornamentali e non alimentari, nel cui
caso l’applicazione di concimazioni azotate eccessive a mio parere
costituisce una vera e propria frode che pone a rischio la salute dei
consumatori), ho deciso di portare avanti uno stile di coltivazione
più naturale. Si tratta pur sempre di un artificio ma, se vogliamo,
guidato in senso naturalistico. Voglio sottolineare che non entro nel
merito del valore di tale scelta: un cactus ipertrofico che
eventualmente reca mutazioni indotte può essere estremamente
interessante (e perfino “bello”) da un punto di vista ornamentale
o collezionistico (e in tal senso, il mio mito personale è
Gymnocalycium
mihanovichii var. friedrichii ‘red cup’).
Ma una pianta coltivata in stile Wild mi racconta storie su mondi
lontani e personalmente costituisce una fonte di emozioni vere, e mi
riporta al momento in cui ho incontrato una pianta come quella in
natura (e dove l’ho lasciata, con grande rispetto).” (Andrea
Cattabriga)
DA NORIMBERGA, LA PIU’ BELLA
Per i collezionisti la pianta succulenta più bella si chiama “Perla di Norimberga variegata”. La Perla è una vera Miss Universo della sconfinata dimensione delle “grasse”, e proviene da una famiglia altrettanto attraente, quella delleEcheverie, piantine graziosissime dalle delicate rosette carnose. L’Echeveria Perla di Norimberga o Perle von Nurnberg ammalia e cattura l’attenzione con i suoi colori speciali, sfumature di violet e di bianco panna per i fiori, e per l’intrigante effetto perlato sulle foglie liscissime. La versione variegata va oltre, dipingendo la pianta di un caleidoscopio di colori e di sfumature rari ed emozionanti. Disponibile in Italia dal 2016, la Perla di Norimberga è opera di Richard Graessner di Perleberg, Germania, che la ottenne nel 1930 da un incrocio tra due echeverie messicane, la Gibbiflora metallica e la Potosina. Oltre ad essere bellissima, le sue particolarità sono sviluppo e fioritura molto generosi, e una efficace capacità riproduttiva, per semi o talea. La Perla Variegata si coltiva esattamente come le altre succulente.
LE
DOMANDE DEL CACTUS CHE NON AVETE MAI OSATO CHIEDERE
Sebbene
siano tra le le piante grasse più conosciute e diffuse al mondo, i
Cactus restano sempre circondati da un alone di mistero. Tante sono
le perplessità per chi si trova a crescerli per la prima volta: ecco
le 7 domande più comuni e le relative risposte sui Cactus… che non
avete mai osato chiedere!
1) E’ vero che i
Cactus sono indistruttibili?
No, anche i Cactus possono
morire velocemente! Il modo più semplice per rovinarli e perderli è
l’irrigazione eccessiva, accompagnata da un drenaggio insufficiente.
2) Fioriscono?
I Cactus sono piante in fiore,
ma alcuni tipi in particolare producono fiori appariscenti e duraturi
come Mammillaria,
Gymnocalycium,
Parodia, per esempio.
3) Come si ottengono
le fioriture in casa?
I Cactus fioriscono se
stimolati correttamente secondo i loro cicli biologici naturali,
assecondando quindi il “letargo”invernale e promuovendone il
risveglio in primavera. Nella vita “immobile” all’interno di una
casa o di un ufficio, è assai improbabile che fioriscano. Si può
però simulare il ritmo di crescita naturale dei Cactus riponendoli
in un luogo fresco e asciutto, ma non buio, (smettendo di innaffiarli
completamente, o quasi) per indurli al riposo invernale, per poi
inondarli di luce, sole ed innaffiature con l’arrivo della bella
stagione. Questa tecnica può dare ottimi risultati e fiori
sanissimi.
4) Quali sono le
migliori varietà di Cactacee per principianti?
I Cactus che regalano tante
soddisfazioni ai neofiti sono tra i più allegri e divertenti, come i
Lunari dalle cime coloratissime, rosse o gialle, i Cactus a
Pois, noti anche come Orecchie di Coniglio, con cerchietti
dorati e forme geometriche e il minuscolo Cactus “Pin cushion”,
dagli adorabili fiorellini rosa, semplicissimo da curare.
5) Come si gestiscono
con tutte quelle spine?
Le spine non si devono
toccare. Bisogna indossare i guanti da giardinaggio o comunque molto
spessi. In alternativa si può usare un giornale ripiegato per
gestire la parte superiore della pianta.
6) I Cactus sono tutti
spinosi?
No, spinosi sono quelli che
vivono nel deserto. I Cactus delle foreste sono lisci ad esempio, ma
non si trovano facilmente in commercio.
7) Quanto vivono i
Cactus?
I Cactus spontanei e quelli coltivati con tecniche “Wild” possono vivere anche per centinaia di anni. In casa raggiungono facilmente i 10 anni.
Prendersi
cura di un orto sul balcone o sul terrazzo, rappresenta uno di quei
piccoli piaceri a cui non si dovrebbe rinunciare anche perché,
secondo le ultime ricerche della medicina, può rendere realmente la
nostra vita più sana e longeva. E’ possibile coltivare un orto in
spazi ridottissimi, ricavandolo in ingegnosi angolini domestici, di
fronte ad una finestra luminosa o arrampicato su un muro esterno ad
esempio, ma anche riservandogli un posto speciale nei locali dove si
lavora abitualmente. La vitalità di un piccolo orto rallegra e
rinnova qualsiasi abitazione, ufficio, balcone o terrazzino,
regalando tutte le sensazioni, i colori e gli odori più inebrianti e
salutari che la natura ci può offrire.
Seguire
la crescita delle piantine passo dopo passo per poi coglierne i
frutti, assaporandoli con soddisfazione personale, è un’esperienza
davvero molto piacevole, che sta coinvolgendo un numero crescente di
appassionati di tutte le età. L’orto in verticale, vale a dire
realizzato su piani rialzati che occupano poco spazio, è l’angolo
green ideale per che vive e lavora in città. Questo
tipo di coltivazione può essere effettuata su tutte le pareti,
quelle laterali di un balcone, i muri di un terrazzo o quelle di
casa, selezionando le piante più adatte per un alloggio in
verticale.
L’ALBERO
DELLA CUCCAGNA!
L’orto
verticale, a vedersi, è di grande impatto estetico: è bellissimo
come elemento decorativo di qualsiasi ambiente esterno o interno, e
dona al contempo le stesse soddisfazioni dell’orto a terra, compresa
quella di essere un antistress naturale. Infatti, ricordiamo, che
coltivare in prima persona erbe aromatiche, frutta e ortaggi, attiva
ed amplifica tutti i nostri sensi:
la
vista: i colori della terra, delle foglie e dei frutti sono uno
spettacolo vivente!
Il
gusto: assaporando gli ortaggi “fatti in casa” del tutto
naturali, il palato diverrà più sensibile ed attento, e individuerà
più facilmente le sostanze chimiche contenute in altri prodotti
commerciali.
Il
tatto: mettere le mani nella terra, sistemare e toccare le
piantine, sono esperienze rilassanti e rigeneranti, che consentono di
entrare in contatto profondo con la natura, tutti i giorni e con
semplicità.
L’olfatto:
il profumo intenso e la varietà di odori sempre diversi che un orto
emana, stimola positivamente l’attività mentale.
L’udito:
ascoltare i suoni delle piante mosse dalle brezze, o il rumore
romantico della pioggia che batte su foglie e terriccio, è
suggestivo e coinvolgente come una dolce musica rilassante….
UNA
FATTORIA SULLE PARETI
Il
posto giusto per un orto verticale è una parete o più di un balcone
o di un terrazzo, oppure un muro interno della casa, scegliendo però
con attenzione la parete più adatta agli ortaggi che si vogliono
coltivare o, viceversa, di trovare le piante più idonee alle pareti
di cui si dispone.
Lo
step successivo sarà quello di fissare al muro la struttura portante
dell’orto, meglio se ideata con gusto e creatività personali. Si
possono riciclare materiali come i pallet, librerie, vecchi scaffali
in legno o in metallo, ringhiere, scale con i pioli larghi, cassette
della frutta, tasche di tessuto di iuta, di jeans dismessi, a
fantasie tropical e
jungle, e via dicendo. Oppure
optando per una serie di mensole fissate al muro, su cui si
poggeranno vasi o fioriere, per ottenere una struttura sobria ed
essenziale che sfrutterà al meglio lo spazio in altezza. Un’altra
soluzione è quella di appendere direttamente alle pareti vasi,
contenitori in plastica, sacchetti, fissandoli efficacemente ad
anellini o ganci cementati.
Lo
spazio verticale di un pallet, o i vari contenitori disposti sulla
parete, vanno riempiti con terriccio universale, oppure di quello
più adatto alla specie di ortaggi che si sta per coltivare. Infine
si possono mettere a dimora le verdure, piccole piante di frutta di
stagione, e altri ortaggi. Ed ecco pronta la nostra
fantastica…fattoria in verticale!
CONSIGLI
PER GLI ACQUISTI
In
commercio esistono strutture di orti in verticale già pronte e
dotate di diverse e comode opzioni. Ecco alcuni esempi:
Leroy
Merlin sfrutta
la verticalità utilizzando giochi di pannelli in legno da
intrecciare con fioriere da montare con semplici manovre fai-da-te.
Alla struttura dell’orto verticale si possono abbinare altri elementi
d’arredo per balconi, come tavolini, ombrelloni, stuoie e cuscini in
stile
jungle urbano.
Ikea
propone un
formato di orto ‘tascabile’ alla portata di tutti, un sistema di
coltivazione degli ortaggi verticale da sistemare in casa o in
ufficio. Si chiama Lokal
e si occupa di far crescere gli ortaggi e le erbette tra le pareti
domestiche con
grande comodità, e impatto idrico-ambientale ridotto al minimo. Le
“fattorie verticali” di Ikea si compongono di vassoi e carrelli
accatastabili in altezza, per cui sarà sufficiente un piccolo angolo
della casa per ottenere grandi risultati.
Obi
offre una serie di soluzioni, pratiche e divertenti, di fattorie in
verticale, realizzate in legno e pallet. L’azienda specializzata in
articoli da giardinaggio Obi si avvale del contributo di internet,
dove si possono trovare numerosi video sugli orti in verticale
realizzati dalla stessa azienda e da conduttori televisivi.
Sempre
online sono presenti numerosissimi idee, dettagli e vendite di
aziende di giardinaggio specializzate nella cura e nella
progettazioni degli orti casalinghi e del fai-da-te.
COSA
E COME PIANTARE
La
scelta delle piante da inserire nell’orto verticale è ricca di
dettagli importanti e di aspetti da considerare. Le piante rampicanti
come zucchine, pomodori o zucche, una volta adulte possono togliere
luce ed aria alle altre piante, arrampicandosi o ricadendo verso il
basso, e quindi vanno alloggiate con le dovute attenzioni. Le piante
perenni come gli asparagi o i carciofi, non sono le più adatte ai
mini-spazi di un giardino verticale. Le piante aromatiche invece,
come il rosmarino, la salvia, il timo e la menta, sono le migliori
per questo genere di coltivazione a parete.
In
linea generale, la cura degli ortaggi e delle piante sistemate in un
orto verticale non è molto diversa dalle altre. Le piante si
concimano nella stagione di maggiore crescita e produzione di fiori e
frutti. Vanno annaffiate senza mai eccedere, per evitare i pericoli
legati al ristagno d’acqua, come il proliferare di funghi, parassiti
e zanzare.
Le piantine aromatiche come il basilico, il prezzemolo, il timo, il rosmarino, sono molto semplici da coltivare, sia in vaso che direttamente nell’orto. Se posizionate vicino alla cucina o alla sala da pranzo diventano comodissime per la loro facile reperibilità e per una degustazione immediata del vegetale…a centimetro zero! Le piantine aromatiche si piantano seminandole, oppure procurandosi le piantine-baby nei vivai e nei mercati da trapiantare direttamente nei contenitori dell’orto. Il terriccio migliore per le aromatiche è composto da metà argilla e metà sabbia. Nell’orto a parete inoltre si possono far crescere diverse varietà di insalata, pomodori, zucchine, cetrioli, peperoni, cipolle, patate, fagioli, fragole, frutti di bosco e persino gli alberi nani da frutto.
HEXAGRO,
A MILANO L’ORTO DELLA NASA
Creare un albero dove crescono ortaggi. Bio e sani, con le radici all’aria, per ridurre contaminazioni e malattie. Ecco l’idea realizzata da un team internazionale: Felipe Hernendez, colombiano, Arturo Montufar, messicano, Milica Mladenovic, serba, e Alessandro Grampa, italiano. Hanno formazione e competenze diverse, ma insieme hanno avviato a Milano Hexagro, «Utilizziamo la coltura aeroponica, tecnologia della Nasa. I vegetali sono nebulizzati con l’acqua, che permette alle radichette di assorbire 5 volte di più l’ossigeno e i nutrienti» racconta Alessandro. «Ogni struttura-albero sostiene da 4 a 13 piattaforme di coltivazione, illuminate da lampade a led, con diversi “colori”, adatte a stimolare la fotosintesi. Un albero può ospitare circa 500 piante (che crescono da 3 a 5 volte più velocemente del normale, con 6-8 raccolti l’anno), ha un perimetro di circa 1,5 e un’altezza di 1,30 metri». Il costo di un albero con 4 piattaforme è di 2.500 euro, con 13 circa 4.000. Gli alberi sono di plastica riciclata, alluminio, con componenti elettronici. «Introdurremo materiali biodegradabili come canapa e foglie. Nel nostro business model sono contemplati i ricicli dei materiali». Si tratta di strutture con un sistema automatizzato “aeroponico” finalizzato alla coltura di ortaggi ed erbe aromatiche in un solo metro quadro di spazio. Il sistema sfrutta le tecnologie già utilizzate dalla Nasa che prevedono la coltivazione delle piante senza l’utilizzo di terriccio: qui le radici nude vengono irrorate di acque e di sostanze nutritive di origine biologica, in maniera del tutto automatica. Si possono coltivare fino a 200 piante, mentre secondo i primi test effettuati, l’orto è in grado di produrre fino a 180 chilogrammi di verdura, aromatiche e piccoli frutti l’anno. Con questo sistema si risparmia il 90 per cento d’acqua, ed è l’ideale per l’ambiente urbano.
Sono state le intuizioni e l’intelligenza di una donna, la
farmacologa statunitense Candace Beebe Pert (1946-2013), a confermare
scientificamente di come il corpo e la mente siano sempre in perfetta
sintonia esistenziale, e di come le emozioni e il modo di pensare
influenzino sia il temperamento, che lo stato di salute in generale
dell’essere umano. Candace B. Pert infatti scoprì le endorfine,
definendole come “le molecole delle emozioni”. Queste sostanze
traducono i pensieri e le emozioni in “linguaggio organico”,
distribuendo informazioni sensibili a tutte le cellule del corpo. Da
questa rivoluzionaria evidenza scientifica e dalla biotipologia nasce
il nuovo concetto di “neuropersonalità”, che mette in luce il
legame che connette gli ormoni ed i neurotrasmettitori con i
“profili” psicologici, somatici e comportamentali degli esseri
umani. L’uomo è quindi un network psico-chimico, e da questa nuova
visione olistica ha preso origine la PNEI
(psiconeuroendocrinoimmunologia), l’innovativa neuroscienza
ritenuta oggi rappresentare la massima espressione delle scienze
mediche ed umanistiche.
Le neuropersonalità di base si riferiscono ai 3 soggetti “puri”.
Grande è la varietà di possibili combinazioni tra i biotipi di
riferimento e di questi con la propria vita emotiva (con la propria
interpretazione emotiva delle esperienze di vita), ma le 3
neuropersonalità purosangue offrono una prima chiave di lettura e di
comprensione della PNEI.
IL NEUROCARBONICO, PERSONALITA’ SEROTONINICA
Il biotipo carbonico ha una grande produzione di SEROTONINA, dato
che per genetica ha l’attività intestinale molto pronunciata.( La
serotonina viene prodotta dall’intestino per il 90%.)
Il corpo è robusto, gli arti corti, il viso tondo. Il
neurocarbonico è un fisico-istintivo. I piaceri della tavola, del
sesso, del possesso e del potere sono le sue caratteristiche
principali, e l’istinto alla sopravvivenza è dominante.
Quando il neurocarbonico è in fase attiva, quindi sorretto da una
buona orchestrazione neuro-ormonale, sarà un dominatore, con grande
forza fisica e attitudine al potere. In fase negativa, potrebbe
essere invece un passivo, un sottoposto, un qualunquista.
IL NEUROSULFURICO, PERSONALITA’ DOPAMINICA-OSSITOCINICA
Nel biotipo sulfurico il sistema ormonale funziona perfettamente,
ed ha una vita emotiva legata alla attività della DOPAMINA e dell’
OSSITOCINA.
Il corpo è armonico, dalle giuste proporzioni. Il viso è
quadrato, la mascella è pronunciata. Il cervello
emozionale-affettivo è predominante e si esprime con emozioni forti
e manifeste. Comunicazione, predisposizione all’amicizia e alle
sane relazioni sentimentali, attitudine al gioco ed allo sport, sono
le espressività del neurosulfurico in fase positiva. In fase emotiva
passiva può divenire dipendente dai legami affettivi, e molto
incline a lasciarsi condizionare dagli altri, in coppia e in
famiglia, e dalla società. Il neurosulfurico ha bisogno di essere
amato.
IL NEUROFOSFORICO, PERSONALITA’ NORADRENALINICA-ENDORFINICA
Il biotipo fosforico si avvale del supporto del sistema nervoso e
mentale, e dei suoi specifici neuro-ormoni, la NORADRENALINA e le
ENDORFINE OPPIOIDI.
Il corpo è affusolato e gli arti sono lunghi. Il viso è ovale.
L’attività cerebrale è molto intensa, e può produrre una gran
quantità di acetilcolina e di noradrenalina dall’emisfero
sinistro, che stimola la “mente” logica, razionale,
organizzativa, e di endorfine dall’emisfero destro, che si
esprimono come mente intuitiva, fantasiosa, e di gran sensibilità
emotiva.
In fase positiva ed armonica, il neurofosforico sarà logico,
razionale, mentalmente forte e sicuro di se’. In fase passiva
esprimerà una personalità nervosa, instabile, dall’aria vaga e
distaccata dalla realtà. Il neurofosforico ha bisogno di essere
riconosciuto.
I nonni sono tra i
protagonisti della società moderna. Attenti, affettuosi e generosi,
affiancano attivamente le figure genitoriali nel loro complesso ruolo
contemporaneo. Ma come si comportano con i nipotini gli animali? I
nonni fanno parte della Natura o sono un’esclusiva dell’Homo Sapiens?
Scopriamolo insieme…
I nonni rivestono un ruolo speciale in molte società umane, spesso fondamentale per il benessere delle famiglie. (Oggi la percentuale dei bambini di famiglie dove vivono anche i nonni, è passata dal 3% nel 1970 a circa il 9% .) Certi classici comportamenti dei nonni Homo Sapiens, si ritrovano anche nel regno animale. Si tratta per lo più di eccezioni, dato che per la maggior parte degli animali del nostro pianeta, la durata della vita è breve e non consente l’affiancamento di due generazioni. Inoltre, in molte specie la competizione per le risorse è agguerrita, e i membri accettati nel nucleo familiare sono ridotti a mamma, papà e cuccioli: imbattersi in natura in un nonno-animale è quindi abbastanza difficile, ma non improbabile!
Tra i mammiferi che vivono in gruppi sociali molto affiatati, i
nonni esistono e si danno un gran da fare, come approfondisce nel suo
libro “The Social Behavior of Older Animals“, la
zoologa canadese Anne Innis Dagg. La ricercatrice descrive la figura
dei nonni del mondo animale e dei loro comportamenti socio-affettivi,
mettendone in luce status e ruoli all’interno del branco. Ad esempio,
le femmine anziane delle scimmie langur in India, vivono
insieme a figlie e nipotini. Queste nonne sono molto attive:
difendono i piccoli dagli eventuali attacchi di altri animali,
controllano che non si facciano male durante i giochi, e sono addette
alle loro numerose toelettature.
Anche molte specie di balene vivono in famiglie che includono
nonne e nonni. Secondo la Dagg, le femmine più anziane dei capodogli
fanno le nonne-sitter ai cuccioli, mentre le mamme sono in cerca di
cibo tra i fondali marini. Le nonne orca invece, vivono ancora per
decenni dopo la “menopausa”. La loro longevità e vitalità
consente alle nonnine di rivestire a lungo il ruolo di capo-branco, e
di guidare l’intera famiglia verso i posti migliori per la ricerca
del cibo. L’orca più anziana che si conosca, soprannominata
“Nonnina”, è morta nel 2016 ad oltre 100 anni di età!
I gruppi di elefanti sono composti da famiglie matriarcali. I
cuccioli vivono sempre vicini alle loro nonne e bisnonne, spesso
molte anziane e più che ottantenni! Le femmine di elefante sono
affettuose, collaborative e riescono a formare legami molto stretti
tra loro, aiutandosi reciprocamente nella cura dei piccoli. In uno
studio del 2016 si scoprì che gli elefantini hanno otto probabilità
in più di sopravvivere se cresciuti dalle nonne e dalle mamme. Un
benefico“effetto-nonna”dovuto in gran parte alla saggezza e
all’esperienza di questi magnifici animali. Se ad esempio un piccolo
rimane bloccato in una fossa, l’aiuto della nonna sarà esemplare e
tempestivo, tanta è la sua esperienza accumulata negli anni.
Altre nonne esemplari sembrano essere alcuni piccoli afidi, e gli
uccelli Cannaioli del Madagascar o Acrocephalus
sechellensis, dove le nonnine
aiutano attivamente le figlie ad allevare i pulcini.
E i nonni? Gli studi effettuati sugli esseri umani evidenziano che la vicinanza di un nonno può migliorare le attitudini mentali dei nipoti e il loro equilibrio. Nel regno animale le cose vanno diversamente. I maschi raramente socializzano con la loro progenie, per non parlare di altri discendenti. “I maschi di solito si concentrano sulla riproduzione e non sulla cura della prole” affermano gli esperti, evidenziando anche gli aspetti aggressivi e territoriali legati al ruolo maschile all’interno del branco. Beatrice Pallotta
La
Keto è la dieta più in voga del momento, soprattutto tra attori
famosi e bloggers dell’ultimo minuto, come Halle Berry e Kourtney
Kardashian. La dieta Keto – abbreviazione di “chetogenico”-
comporta il consumo di una certa quantità di grassi, di una quantità
scarsa di proteine, e di pochissimi carboidrati e zuccheri, compresi
quelli della frutta. L’alimentazione chetogenica promette perdita di
peso, aumento di energia e una maggiore prestazione mentale, ma i
risultati reali sembrano essere meno significativi. “Le diete
chetoniche possono contribuire anche ad una significativa perdita di
massa corporea magra insieme alla perdita di grasso – ha dichiarato
Melinda Manore, professore di nutrizione presso l’Oregon State
University- e come per le altre diete, si tende a recuperare peso
velocemente appena si cambia regime alimentare”. Ma c’è di più…
COME NASCE LA KETO?
La dieta Keto fu elaborata dai medici negli anni Venti non per
favorire la perdita di peso, ma per l’epilessia. Per ragioni
scientifiche ancora oggi non ben chiarite, alimentare il corpo con i
chetoni riduce la comparsa delle convulsioni. Una dieta priva di
carboidrati, dirotta il metabolismo a cercare carburante direttamente
dalla massa grassa del corpo. I grassi si convertono in acidi grassi
e poi in chetoni, che possono essere assorbiti e utilizzati per
nutrire le cellule del corpo. La dieta Keto venne trascurata dai
pazienti epilettici non appena fecero la loro comparsa gli
psicofarmaci. In compenso divenne d’ispirazione per diete dimagranti
pop e commerciali, come la celebre Atkins degli anni Duemila.
Queste diete consentono il consumo giornaliero di 50 grammi di
carboidrati, e non sono una novità, anzi, sono bene note!
Una dieta a basso contenuto di carboidrati induce nell’organismo
lo stato di chetosi, dove le cellule del corpo dipendono in gran
parte dai chetoni per produrre energia. “Ancora non sappiamo
come la chetosi porti alla perdita di peso, – ci specifica Jo
Ann Carson, Professore di Nutrizione clinica presso il Southwest
Medical Center dell’Università del Texas e presidente del Comitato
di nutrizione dell’AHA (American Heart Association) – ma la
chetosi diminuisce l’appetito e può influenzare l’attività degli
ormoni come l’insulina”.
La dieta Keto non ha niente di rivoluzionario. Già nel 2004 il Journal of American Medical Association pubblicò una ricerca che riguardava le diete low-carb, cioè con pochissimi carboidrati. Il confronto avvenne tra diete famosissime a quei tempi, come Atkins, South Beach e Zone, e quelle a basso contenuto di grassi, come la Ornish e Weight Watchers. La ricerca dimostrò che: “Le differenze di perdita di peso tra le diete esaminate sono davvero minime, quasi irrilevanti. Certamente fanno dimagrire come qualsiasi altra dieta, ma nulla di più”. Insomma, le diete Keto non fanno miracoli: “Possono senz’altro aiutarci a dimagrire, ma come tutte le altre diete, ne’ più ne’ meno”, riportano così gli studi effettuati. Come sottolineano inoltre gli esperti: “Un altro problema molto grave è che seguendo una dieta chetogenica, si esclude il consumo di frutta e di verdure, veri toccasana per la salute, in particolare per il cuore. Una dieta sana deve includere una varietà di frutta, verdura, cereali integrali, latticini a basso contenuto di grassi, pollame, pesce, noci e legumi e limitare la carne rossa, grassi saturi e i dolci. Oltre naturalmente alla giusta dose di movimento e di vita attiva!”
“Aprire al mondo quello che è del mondo” è l’obiettivo condiviso del progetto nato nel dicembre 2018 e dedicato alla “Cultura delle Comunità” che custodiscono e accolgono le Riserve Naturali Statali gestite dal Comando Unità Forestali, Ambientali e Agroalimentari dei Carabinieri (C.U.F.A.) e I Parchi Letterari.
La consapevolezza da parte di una Comunità del proprio patrimonio
materiale e immateriale, della storia, delle tradizioni e delle
peculiarità della filiera agroalimentare, è fondamentale nel lavoro
di tutela e salvaguardia dell’ambiente. La difesa sociale più
avanzata è quella culturale, strumento di sopravvivenza non solo
degli endemismi ma anche delle identità locali. Una felice
collaborazione in linea con i principi di responsabilità sociale e
sostenibilità ambientale per “costruire un percorso partecipato e
far evolvere le Riserve Naturali Statali e I Parchi Letterari in
Riserve culturali”.
Le 130 Riserve Naturali Statali sono gli habitat di notevole
pregio naturalistico, preservate e sottratte a degrado e
speculazioni, dal Corpo Forestale delle Stato prima, dal Comando
unità forestali, ambientali e agroalimentari dei Carabinieri oggi. I
Parchi Letterari (25 in Italia, due in Norvegia, due in programma in
Grecia e Albania) sono a loro volta territori caratterizzati da
diverse combinazioni di elementi naturali e umani che illustrano
l’evoluzione delle comunità locali attraverso la chiave
dell’interpretazione letteraria.
Ecco l’elenco di tutti i Parchi – in allegato i programmi
completi – LOMBARDIA Parco Letterario Regina Margherita e il
Parco Valle Lambro, Parco di Monza Il Parco Letterario Alessandro
Manzoni e Parco Adda Nord (Mi) Parco Letterario Virgilio: pascoli,
campagne e condottieri a Pietole, Borgo Virgilio (Mantova)
VENETO Parco Letterario Francesco Petrarca e dei Colli
Euganei (Padova)
LIGURIA Parco Letterario “Eugenio Montale e delle Cinque
Terre”, Parco Nazionale delle Cinque Terre (La Spezia)
EMILIA ROMAGNA Parco Letterario Le Terre di Dante (Ravenna)
TOSCANA Parco Letterario Giosue Carducci, Castagneto
Carducci (Livorno) Parco Letterario Emma Perodi e le Foreste
Casentinesi (Casentino, Ar)
LAZIO Parco Letterario Pier Paolo Pasolini, Ostia
(Roma) Parco Letterario Tommaso Landolfi, Pico (Frosinone) Parco
Letterario Marguerite Chapin e i Luoghi dei Caetani, Sermoneta e
Ninfa (Latina)
ABRUZZO Parco Letterario Gabriele d’Annunzio, Anversa
degli Abruzzi (L’Aquila)
CAMPANIA Parco Letterario Francesco De Sanctis (Irpinia –
Avellino)
BASILICATA Parco Letterario Albino Pierro, Tursi
(Matera) Parco Letterario Federico II, Melfi (Potenza) Parco
Letterario Isabella Morra, Valsinni (Matera) Parco Letterario
Carlo Levi, Aliano (Matera) Parco Letterario Francesco Mario
Pagano, Brienza (Potenza)
CALABRIA Parco Letterario Ernst Bernhard, Ferramonti di
Tarsia (Cosenza)
SICILIA Parco Letterario G. G. Battaglia, Aliminusa
(Pa) Parco Letterario Giuseppe Antonio Borgese, Polizzi Generosa
(Pa) Parco Letterario Pier Maria Rosso di San Secondo,
Caltanissetta
Fitto
di fiori rigogliosi e profumati, pieno di piante come una giungla: il
balcone può diventare motivo di orgoglio per ognuno di noi,
riempiendo di allegria e di vitalità anche un terrazzino mestamente
abbandonato a se stesso. Coltivare è un’arte semplice e naturale e,
ricordiamoci sempre, sono le piante a scegliere noi, e non il
contrario. C’è chi ha più feeling con le violette o le dalie ad
esempio, mentre altri coltivano con successo i gerani o i nasturzi. I
nostri fiori sono un biglietto da visita e, in un certo senso, ci
raccontano. E’ importante quindi sceglierli con cura ed “empatia
green”, preferendo i più semplici da coltivare per una veloce e
meravigliosa fioritura.
ZINNIA
La zinnia è una pianta semi
rustica originaria del Messico e dell’area centrale dell’America. I
fiori sono raccolti in capolini che vanno dal bianco-verdastro al
rosa pastello, al vermiglio, al violetto. Esistono zinnie molto
grandi, anche di un diametro di 10-12 cm, mentre in quelle nane si
riduce fino a 3-4 centimetri. In genere le varietà più basse
vengono coltivate in ciotole, e quelle giganti si possono anche
recidere una volta cresciute per decorare la casa. Le zinnie crescono
senza problemi in qualsiasi terreno, purché sia ricco di materia
organica. L’esposizione dovrà essere in pieno sole, al caldo. Le
zinnie non sopportano assolutamente il freddo, ne’ troppe ore
d’ombra. Nello scegliere la posizione in cui porle a dimora,
preferiamo un luogo ventilato, per evitare l’insorgenza di funghi e
muffe che ne comprometterebbero la fioritura.
Aspetti positivi di Zinnia: humor e giocosità infantili; capacità di vivere il bambino gioioso clic sta dentro di noi, leggerezza di cuore, visione distaccata di sé
CALENDULA
Le calendule sono fiori
facilissimi da coltivare ed emanano un odore molto piacevole. Le
calendule sono “fiori di luce” dalla natura versatile e da una
grande capacità di adattamento, sanno sopravvivere in quasi tutti
gli ambienti. Le essenze contenute nei loro petali svolgono un’azione
repellente per molti parassiti. Sono piante perenni e longeve. La
calendula officinalis, chiamata anche fiorarancio o marigold è la
specie più diffusa. La crescita è rapida e i fiori hanno una
colorazione che va dal giallo al bianco all’arancio. La fioritura
dura tutta l’estate fino all’autunno inoltrato. La calendula si usa
nel campo della medicina naturale e della cosmesi, e i suoi petali
sono commestibili, da gustare in insalata.
La calendula è una
pianta antibatterica e antinfiammatoria, utile contro i dolori
mestruali, in caso di colite e per le scottature.
IPOMEA (CAMPANELLA)
Le ipomee, chiamate anche
“campanelle”, possono essere sia perenni che annuali. Hanno uno
sviluppo rapidissimo e fioriscono in rosa, viola, azzurro o rosso da
giugno a settembre-ottobre. Tra le più apprezzate la Ipomoea
purpurea, che ha una ricchissima produzione di vistose campanelle
porpora-viola. I fiori durano un giorno solo, ma se ne aprono molti
ogni giorno, se vengono tagliati via via quelli appassiti. Le ipomee
formano coperture folte, con foglie tenere, grandi, cuoriformi. Danno
ottimi risultati in vaso, purché questo sia grande e profondo, con
diametro minimo di 28 cm. Si arrampicano a qualunque sostegno:
tralicci, recinzioni, altre piante. Possono essere utilizzate anche
come ricadenti. Le ipomee sono facili da coltivare se vengono
piantate in posizioni soleggiate e riparate. Le annuali seccano con i
primi freddi.
L’Ipomea Violacea, nota come Morning Glory, è originaria del
Messico e del Guatemala, dove i suoi semi venivano utilizzati nei
rituali per le loro proprietà allucinogene, causate dalla sostanza
nota come LSA. Si tratta di un composto che fornisce una vera e
propria percezione psichedelica e allucinogena della realtà,
esaltamdo i sentimenti consci e inconsci .
BOCCA DI LEONE
La bocca di leone è una
pianta dalla forma particolare. Comprende 40 specie diverse e il suo
nome scientifico, Antirrhinum, significa “simile al naso”. In
Italia è una pianta assai diffusa e cresce spontaneamente in luoghi
sassosi, sui muri, ai bordi delle strade. Le bocche di leone
prediligono il sole per regalarci una meravigliosa fioritura. In
inverno, meglio ripararle dal freddo.
L’Antirrhinum è una
pianta di facile coltivazione in quanto non richiede cure
particolari, se vengono protette dalle basse temperature. Sono piante
che richiedono una esposizione in pieno sole per poter esplodere in
una meravigliosa fioritura.
Diverse sono le proprietà benefiche che nel tempo sono state
individuate in questo fiore. Grazie alla presenza al suo interno di
mucillagini e glicosidi, questa pianta ha proprietà lenitive,
emollienti e antinfiammatorie: per queste sue caratteristiche la
bocca di leone viene utilizzata in caso di scottature solari ed
eritemi (mediante impiego topico), e contro le emorroidi.
NASTURZIO
Il nasturzio è una pianta
rampicante che si può allungare fino a 2-3 metri. Le foglie hanno un
caratteristico profumo speziato. E’ molto semplice da coltivare, in
balcone, in giardino, in campagna. La fioritura avviene in
primavera-estate. I fiori del nasturzio possono essere di un’infinità
di colori diversi come il crema, il giallo, l’arancione ed il
rosso.
Il nasturzio predilige
esposizioni soleggiate, ma va bene anche la semi-ombra. Si consiglia
di mantenere il terreno sempre leggermente umido. In estate, specie
nelle giornate più calde, aumentare le annaffiature. I nasturzi
possono sopportare anche brevi periodi di siccità.
Il Nasturzio officinale è una pianta officinale ricca di acido
folico, omega-3 e vitamina K, molto utile come diuretico e digestivo.
Inoltre è un’ottima fonte di isotiocianati naturali, preziosi
alleati nella prevenzione dei tumori
GIRASOLE
Il girasole è una pianta
annuale, che ama il sole e i terreni ben drenati. Si semina in questo
periodo, in vasi singoli abbastanza ampi, perché i girasoli hanno
bisogno di molto spazio. Bellissimo anche un solo girasole in un
angolo assolato del balcone. Esiste una varietà mignon di 50 cm che
prende poco spazio.
I semi di girasole sono ricchi di vitamine, ferro e magnesio,
sono conosciuti anche per le loro proprietà antitumorali
SHADOW DANCER (FUCSIA)
Le shadow dancer sono le
piante ideali per le zone ombreggiate. Appartengono alla grande
famiglia delle fucsie, sono arbusti a foglie decidue, con rami
ricadenti e foglie verde bottiglia, e sono originarie della Nuova
Zelanda e del sud America. Il portamento ricadente di alcune specie
le rende ideali per i balconi, dove si coltiva in vaso come
esemplare singolo o in cestini appesi. La fucsia vive bene in
posizioni fresche, in ombra luminosa, al riparo dai raggi diretti.
Non tollera il caldo intenso e il vento asciutto: un colpo di siccità
può farla appassire in poche ore. Ama l’umidità, ma non i ristagni
radicali
Favorisce il linguaggio migliorando il tono, timbro, melodia
della voce e di tutta l’espressione: chiarezza, sicurezza e
coraggio nel parlare e nell’esprimere idee, concetti, convinzioni,
anche in caso di balbuzie.
LAVANDA
Il nome lavanda deriva dal
verbo “lavare”: la pianta deve il nome al suo buon profumo di
“pulito ”. Quando fiorisce è un’esplosione di colore, il suo
buonissimo aroma si diffonde nell’aria. Le classiche spighe viola
che arrivano durante la fioritura sono molto decorative e questa
pianta è un’erbacea che non richiede molta manutenzione, si
accontenta di poca acqua e non teme la siccità. La lavanda è dunque
un fiore che si può tenere anche in vaso, purché si abbia a
disposizione una posizione molto soleggiata. Il vaso può avere
qualsiasi forma ma deve essere grande, in particolare in larghezza.
Durante la coltivazione occorre bagnare con moderazione
I fiori della lavanda sono
utilizzati per le numerose proprietà dovute alla presenza dell’olio
essenziale (linalolo, acetato di linalile, limonene, cineolo,
canfora, alfa-terpineolo, beta-ocimene), tannini, acido ursolico,
flavonoidi, sostanze amare. Questi principi attivi conferiscono alla
pianta un’ azione sedativa sul sistema nervoso, da utilizzare in
caso di ansia, agitazione, nervosismo, mal di testa, insonnia.
DALIA
Oltre ad essere di per sé una
pianta dai mille colori, la dalia possiede la qualità di essere
davvero molto variegata e sono tantissime le forme tra cui poter
scegliere. Quella gigante può crescere addirittura fino a 2 metri!
Molto caratteristica è la variante di dalia “pompon”, dai
particolarissimi fiori che formano una specie di alveare. Tra le più
classiche, la dalia gialla da un intensissimo giallo acceso. La
semina della dalia avviene per bulbo.
Il fiore è commestibile, calma la tosse, antibiotico contro
l’herpes labiale, leggermente diuretico e digestivo.
In origine la medicina
era anche un’espressione artistica di tradizioni e storie
interculturali. Dagli sciamani ai monaci benedettini, fino ad
arrivare in Oriente con la ripetizione dei mantra, le antiche arti
della guarigione facevano affidamento a particolari note musicali,
tecniche vocali e strumenti a percussione, per influenzare le
condizioni emotive, spirituali e fisiche di quelli che li
circondavano.
I medici di tempi lontani, quasi ancestrali, erano consapevoli del
misterioso potere delle frequenze vibrazionali, un enigma scientifico
che solo negli ultimi cento anni la ricerca è riuscita a risolvere.
Grazie alla tecnologia sono state individuate le frequenze che sono
effettivamente in grado di stimolare reazioni e risposte del corpo e
della mente. Oggi si guarda alla guarigione sonica come
a una valida integrazione di molte terapie mediche, e come
piattaforma vibrazionale di benessere e di relax.
Una miriade di suoni, frasi e stili musicali sono stati rivisitati
ed esaminati con strumentazioni all’avanguardia, per capire di come
il suono influenzi gli esseri umani e più in generale le forme
viventi. Ad esempio, la musica classica è stata da sempre
considerata rilassante e rivitalizzante. I primi esperimenti di fine
Ottocento misero in luce che anche le piante amano ascoltare la
musica classica, crescendo persino di più. Nel 2016, uno studio
tedesco ha scoperto che le melodie di Mozart o di Strauss Jr.
riuscivano a far scendere la pressione sanguigna e a rallentare il
ritmo cardiaco. I Canti Gregoriani invece hanno proprietà
terapeutiche soprattutto per chi li esegue. Questi cantanti durante
le loro esibizioni evidenziano pressione e battiti ridotti al minimo,
e i sintomi di eventuali malattie, dolori e depressione notevolmente
diminuiti. I benefici dei Canti Gregoriani si estendono anche a
coloro che li ascoltano, con episodi di veri e propri stati di trance
e/o di alterazione di coscienza, e sollievo da dolori e disturbi,
quando presenti.
Ma come funziona la guarigione sonica? Per capirlo è intanto fondamentale sapere che un pitch è un’onda sonora che vibra ad una particolare frequenza. Più velocemente vibra una frequenza, maggiore è il suo tono; più lentamente vibra, più il tono scende in basso. Le onde cerebrali funzionano allo stesso modo: più si accelerano, più si va in uno stato di allerta (lotta o fuga), mentre quando rallentano lo stato mentale si rilassa, si decomprime. Gli scienziati hanno scoperto che la frequenza del suono stimola le onde cerebrali ad allinearsi o trascinarsi con la frequenza di quel suono. Dato che un nervo cranico collega il timpano ad ogni organo corporeo (eccetto la milza), le frequenze del suono coinvolgono l’attività di tutto il corpo, oltre a quello mentale. Intorno al 1930, i ricercatori hanno iniziato a sperimentare frequenze sonore non udibili all’orecchio umano, come gli ultrasuoni, per diagnosticare e trattare diversi disturbi. Da allora, la scienza del suono ha trovato via via sempre più applicazioni in pratiche mediche occidentali ed olistiche, in un mix sbalorditivo di tecnologia e suoni sciamanici.
Tibetan singing bowl
LE TECNICHE PIU’ DIFFUSE
HUSO
La tecnica HUSO utilizza i meridiani dell’agopuntura per
bilanciare e armonizzare il corpo con una risonanza che contrasta lo
stress, le tossine e i campi elettromagnetici (campi elettromagnetici
tossici). A differenza di altre terapie sonore che inviano frequenze
digitali o da strumenti in varie parti del corpo, HUSO si affida
direttamente ai suoni emessi dalla voce umana e ad una visone
quantistica della realtà, dove il suono è sostenuto da
un’intenzione soggettiva molto forte.
BIOSOUND
La Biosound Healing Therapy viene
adottata soprattutto nei trattamenti disintossicanti e per
contrastare le dipendenze. Il sistema di terapia Biosound
prevedere di far sdraiare la persona su una piattaforma vibratoria,
mentre indossa cuffie e occhiali per un’esperienza audiovisiva
totale. Il fine è quello di indurre la mente a produrre le onde
Theta, o onde della guarigione.
SOUND HEALING
Un altro esempio di terapia del suono è la traccia audio Sound
Healing di Brain Sync, che si concentra sulla capacità
vibratoria di influenzare le capacità rigenerative del corpo,
mediante una combinazione di tecnologia delta-wave e di musica
da meditazione. La ricerca mostra che le onde Delta stimolano
il rilascio di ormoni benefici e l’attività del sistema immunitario,
migliorano la durata e la qualità del sonno, contrastano ansia e
depressione.
BAGNI SONORI
I bagni sonori sono ormai una pratica comune che sta crescendo in popolarità in tutto il mondo. Generalmente i partecipanti al bagno dei suoni si sdraiano sul pavimento, chiudono gli occhi e ascoltano strumentisti, gong del suono, didgeridoo, campane tibetane e tamburi a battito cardiaco. Gli effetti della full immersion acustica frequentemente si rivelano di natura spirituale e di un viaggio verso una nuova consapevolezza di se’. Alcuni riportano anche di esperienze extracorporee.
Il veganesimo incalza nel mondo. Dopo aver conquistato il marketing alimentare, ora anche la cosmesi sceglie di diventare veggie: quel che va bene per lo stomaco, va bene per la pelle…
La nota rivista The Economist ha proclamato il 2019 come
l’anno dei vegani. Un quarto
della popolazione degli Stati Uniti si dichiara veggie-friendly, e
molti vip tra i più famosi, come Beyoncè e Jaz-Z, spingono i loro
fans a diventare vegani per ragioni etiche, ma soprattutto per la
tutela di salute ed ambiente. Nel 2018 l’industria alimentare
vegana ha registrato una crescita del 20% rispetto all’anno
precedente, con un giro d’affari che ha sfiorato i 3,3 miliardi di
dollari. La richiesta di prodotti veggie è in crescita e coinvolge
molti settori, tra cui la cosmesi. “La bellezza va di pari passo
con gli alimenti perché usiamo molti degli stessi ingredienti –
ha dichiarato a proposito Tata Harper, fondatrice di un famoso brand
di cosmetica vegana – I cibi sani sono generalmente ottimi anche
da applicare esternamente. Quel che va bene per lo stomaco, va
bene per la pelle.”
Ma su quali principi si fonda la Vegan Beauty? La pura e
semplice bellezza vegana si cura esclusivamente con cosmetici del
tutto privi di ingredienti animali, e non solo “non testati su
animali” o “cruelity free”. Quindi i cosmetici vegani sono a
base di vegetali biologici. Gli ingredienti di
derivazione animale che si trovano comunemente nei prodotti di
bellezza sono: miele, cera d’api, lanolina (grasso di lana), squalene
(olio di fegato di squalo), carminio (coleotropiche), gelatina (ossa
di mucca o maiale, tendini o legamenti), allantoina (mucca urina),
ambra grigia (vomito di balene) e placenta (organi ovini). “Gli
ingredienti animali non garantiscono una migliore qualità, ed
esistono alternative vegane valide e salutari”,
affermano gli esperti della Vegan Beauty.
Ciò non significa che tutte le piante siano adatte: “Le patatine fritte sono “accidentalmente” vegane, ma non sono salutari – sottolinea la Harper –Lo stesso discorso è valido per il make-up”. Per quanto riguarda i conservanti, la cosmesi veggie opta anche qui per la natura, ma addizionata a tracce di conservanti chimici. “Usando solo ingredienti naturali, la crescita dei batteri è troppo veloce. I cosmetici vegani contengono conservanti naturali, ma anche una minima parte di additivi, per evitare che si deteriorino in fretta.”
La Black History americana documenta meglio di qualunque altro il contributo dato alla scienza da parte della popolazione nera. Ecco alcuni dei migliori scienziati della storia dei Black People, e dei loro fantastici colpi di genio.
I neri americani per lungo tempo hanno avuto opportunità limitate nel poter ricevere una formazione tecnica e scientifica. Tuttavia, molti inventori di colore hanno superato molti ostacoli e sono riusciti ad affermarsi, regalando all’umanità progresso e benessere.
Garrett
Morgan, l’inventore della maschera antigas
Nato negli anni 1870 da ex schiavi nel Sud postbellico, Garrett A.
Morgan frequentò la scuola per soli sei anni. In seguito, si pagò
un tutor personale con i guadagni del suo lavoro. Oltre alla maschera
antigas, Morgan ha inventato un sistema di segnali stradali e una
lozione contro la caduta dei capelli. Il suo brevetto della maschera
antigas, definita inizialmente come un “respiratore”, risale al
1914.
Marie Van
Brittan Brown: pioniera della sicurezza domestica
Alla fine degli anni ’60, Marie Van Brittan Brown, che lavorava
come infermiera, brevettò un’invenzione che divenne un precursore
tecnologico del moderno sistema di sicurezza domestica. Il sistema
includeva una telecamera davanti alla porta, e un ricevitore video
simile a un piccolo televisore, nonché un altoparlante e un
microfono che permettevano al proprietario di casa di comunicare con
i visitatori esterni. Aveva anche una “serratura radiocomandata”
e un allarme.
Lonnie
Johnson: il padre del Super Soaker
Mr. Johnson fece una scoperta che lo portò a creare uno dei
giocattoli più famosi al mondo: il Super Soaker. Il brevetto è
stato approvato nel 1986 e pochi anni dopo è stato acquisito dalla
Larami Corporation, un produttore di pistole ad acqua. Le vendite del
giocattolo superarono i 200 milioni nel 1992.
Mary
Beatrice Kenner: gli assorbenti “per quei giorni” sono una sua
idea
Inventrice e visionaria, Mary Beatrice Davidson Kenner ideò la “cintura igienica”, il precursore degli assorbenti intimi moderni. La sua invenzione rivoluzionò il rapporto che le donne ebbero per secoli con la gestione del ciclo mestruale. Il brevetto venne approvato nel 1956, benchè fosse già pronto da vent’anni .
Charles
Drew: inventò il modo per conservare il sangue
Prima che il Dr. Charles R. Drew inventasse un modo per preservare
il sangue -alla fine degli anni ’30- le trasfusioni dovevano avvenire
entro pochi minuti, per l’azione corrosiva del potassio sul plasma.
Drew trovò il modo per separare le cellule e il plasma usando un
contenitore particolare. Il Dottor Drew divenne il leader della Banca
del Sangue della Croce Rossa negli Stati Uniti.
Patricia
Bath: il medico che rivoluzionò la chirurgia della cataratta
Quando la dottoressa Patricia Bath scoprì come fissare la
cataratta negli anni ’80, non venne presa subito sul serio dai suoi
colleghi di oftamotologia. “Ho spiegato al coach cosa avevo
fatto, ma lui mi rispose: è impossibile!”, racconta ancora oggi la
Bath, che si sentì discriminata perchè donna e di colore. Aveva
appena scoperto come rimuovere la cataratta usando il laser, rendendo
la chirurgia meno invasiva e più efficiente. La sua “invenzione”,
che è stata brevettata nel 1988, è la “sonda Laserphaco”. La
Bath è in prima linea per l’affermazione delle donne nere nel mondo
della scienza.
Dennis
Weatherby: il chimico della lavastoviglie
Mentre lavorava come ingegnere presso Procter & Gamble a
Cincinnati, DennisWeatherby scoprì la formula del detersivo perfetto
per la lavastoviglie, il famoso Cascade. Erano gli anni Settanta, e
fino ad allora le lavastoviglie erano afflitte da detergenti che
lasciavano i piatti macchiati e maleodoranti. Il Cascade invece rese
le stoviglie brillanti e profumate di limone.
Sta destando un certo
clamore il ritrovamento di una balena nel sottobosco di una remota
palude alla foce del Rio delle Amazzoni. Il grande pesce, lungo 11
metri, era nascosto tra la fitta vegetazione nella foresta dello
stato brasiliano settentrionale di Para, non molto lontano dal
litorale.
Sono stati escogitati due tentativi separati da parte dei
lavoratori del dipartimento della salute e delle strutture
igienico-sanitarie e dell’ambiente (Semma) per raggiungere la balena,
che è stata rinvenuta grazie all’insolita ed affollata presenza in
loco degli uccelli “spazzino” che le volteggiavano sopra.
I conservazionisti dell’Istituto Bicho d’Agua, anch’essi presenti
sul posto, ritengono che la balenottera sia un cucciolo di 12 mesi
circa, scaraventato sulla terra da una tempesta. Renata Emin, a capo
dell’Istituto Bicho d’Agua, ha dichiarato: “E’ davvero
sorprendente!Si tratta di un evento incredibile, ancora non sappiamo
con certezza come la balena sia finita qui. Stiamo formulando solo
delle ipotesi. E’ molto strano per davvero.”
Senza ferite visibili, i campioni di tessuto della balena saranno
testati per determinare le cause del suo decesso, ma alcuni dettagli
della breve vita e la morte misteriosa del pesce potrebbero restare
un mistero.
Il “Latte dorato-Golden milk”è una bevanda orientale dalle origini antichissime, a base di latte vegetale o animale riscaldato con aggiunta della spezia Curcuma. Il Golden milk o Turmeric è molto popolare in India, dove è impiegato da secoli nella medicina Ayurvedica per le sue spiccate proprietà rigeneranti dell’intero organismo. Il Latte dorato infatti rinforza il sistema immunitario, è antiossidante, rinvigorente e migliore l’umore, qualità preziose e naturali riconosciute anche dai ricercatori occidentali. Il Medical News Today ha recentemente pubblicato gli esiti della ricerca sugli effetti del Turmeric sulla salute psico-fisica, confermando scientificamente le sue proprietà curative e preventive.
La ricetta originale del Golden milk è molto semplice: una tazza
di latte con mezzo cucchiaino di Curcuma portato lentamente ad
ebollizione. Insieme alla Curcuma si possono aggiungere altre spezie
come miele, Cannella, Zenzero, Cardamomo, Pepe nero fresco.
CURCUMA = CURCUMINA
Secondo il “Medical News Today”, la curcumina, la
sostanza attiva della Curcuma, è di supporto al nostro benessere in
molti modi. Il Golden milk si è rivelato come:
anti-infiammatorio: la curcumina riduce le
infiammazioni, le malattie cardiache. L’Alzheimer e alcuni tumori.
Migliora l’umore: Il Turmeric può aiutare a
stemperare la depressione. Come scrivono nella ricerca: “Può
essere utilizzato per aiutare chi soffre di depressione cronica,
senza alcuna controindicazione.”
E’ antiossidante: la curcumina protegge le cellule dai
radicali liberi, dalle tossine, dai danni da stress.
IL GOLDEN
MILK CON ALTRE PREZIOSE SPEZIE
Il Latte dorato si
può arricchire di altre spezie per un mix davvero potente! Ecco un
elenco di ingredienti da poter addizionare per aumentarne gli effetti
benefici su corpo e mente.
La Cannella protegge la funzione cerebrale in malattie neurodegenerative come il Parkinson e rallenta la perdita di memoria. La scienza ha dimostrato che la Cannella è carica di polifenoli, ed altri efficaci antiossidanti che contribuiscono ad abbassare il colesterolo, aiutano il cuore e abbassano la pressione sanguigna.
Lo Zenzero, calma e rilassa il sistema digestivo. Lo Zenzero è un “cugino” della Curcuma e ne condivide le caratteristiche anti-infiammatorie. Il principio attivo, il gingerolo, allevia nausea e vomito: è largamente impiegato in Oriente per il trattamento naturale del mal di mare.
Il miele grezzo di alta qualità è ricco di antiossidanti e di agenti che stemperano le allergie.
Il Cardamomo è un altro aroma speziato tipico delle ricette indiane e inaspettatamente negli alimenti scandinavi. I vichinghi lo presero a Costantinopoli per “adottarlo” come ingrediente essenziale dei loro piatti preferiti. La Svezia è oggi tra i Paesi che più consumano al mondo il Cardamono. Anche questa spezia è antiossidante, anti-infiammatoria e antibatterica. Combatte inoltre l’alitosi e le ulcere gastriche.
Il Pepe nero è presente da sempre nelle tradizioni culinarie e mediche. La medicina Ayurvedica lo impiega equilibrare i Dosha, per la salute respiratoria e delle articolazioni sane. Il Pepe nero è un superalimento, date le sue elevate quantità di minerali (zinco, fosforo, manganese, calcio, ferro, rame, colina). Beatrice Pallotta
L’Albero
della Vita è un simbolo-archetipo appartenente a diverse mitologie
del mondo, in particolare alla Cabala ebraica e alla cultura celtica.
L’Albero della Vita è la sorgente di energia di tutti gli esseri
umani. Ogni parte dell’Albero – le radici, il tronco, i rami e le
foglie – rappresenta un aspetto della vita stessa. Le radici
nascondono le connessioni più profonde, il tronco raffigura il
sostegno, i rami mostrano l’estensione e lo sviluppo, le foglie
raccolgono l’energia di cui l’intero albero ha bisogno. L’Albero
della Vita generalmente significa “il Mondo e l’Universo”,
oppure il micro-cosmo di una famiglia, inteso come albero
genealogico. Nella Cabala rappresenta l’intenzione di riportare
armonia in tutta la Creazione come un portatore di pace.
ANKH
L’Ankh,
o Crux Ansata, è il simbolo dell’antico Egitto che rappresenta la
vita eterna e la rigenerazione della vita attraverso l’acqua
(liquidi sessuali maschili e femminili). Il termine “ankh “
significa “respiro della vita “o“ chiave di Iside”o“chiave
dei grandi misteri”, e la sua raffigurazione è un augurio di lunga
vita e immortalità. Era ed è impiegata anche per favorire le
pratiche sessuali e l’orgasmo. La Croce Ansata è considerata un
potente talismano.
AQUILA
L’Aquila
incarna la potenza del Cosmo. Nella tradizione ariana discendente
dalla mitologia greca-romana, l’Aquila è l’immagine
dell’eroismo, della combattività, della gloria (nell’antica
Grecia l’Aquila era l’animale sacro di Zeus). L’Aquila è
inoltre un animale-totem fondamentale per le culture sciamaniche
indiane e del centro America. Le sue penne aiutano le guarigioni e la
sua visione rivela verità nascoste e conduce alla saggezza. Per le
religioni orientali invece l’Aquila e il Giaguaro rappresentano le
energie di Cielo e di Terra.
BAGUA
“Bagua”
(八卦 in
cinese) significa letteralmente “otto simboli”. È un simbolo
presente nella cosmologia taoista, nella filosofia tai ji, nel tai ji
quan e nel wu xing. Consiste di otto trigrammi, ciascuno costituito
da tre linee, che rappresentano i principi della realtà. Le tre
linee possono essere rotte (denotando energia yin) o non spezzate
(che rappresentano yang). Il Bagua viene utilizzato per analizzare
“l’equilibrio”energetico in astronomia, astrologia, geografia,
geomanzia, anatomia, in famiglia, e nel Feng Shui come una
“mappatura” della salute e della casa. Qui ciascun trigramma è
correlato a un’area specifica di una singola stanza, di tutta la
casa, di una sede aziendale o della salute dell’individuo.
CADUCEO
Il
Caduceo è uno dei simboli più antichi della storia dell’umanità,
presente in culture di diversi popoli (Fenici, Hittiti, Ebrei,
Egiziani). La sua immagine, raffigurante due serpenti attorcigliati
in senso inverso intorno ad una verga ornata d’ali, è stata
rinvenuta, oltre che nei templi greco-romani, su tavolette indiane
dell’antica civiltà vedica. Il Caduceo è stato adottato come
simbolo delle scienze mediche odierne. I doppi serpenti rappresentano
la dualità della vita: la luce contro il buio, il bene contro il
male. Il loro movimento a spirale mostra la danza delle forze
cosmiche. La staffa centrale invece è la connessione tra il mondo
fisico e quello etereo. Infine, le ali rappresentano l’ascensione e
il divino.
CROCE
Prima
di essere adottato dalla Cristianità, il simbolo della Croce è
stato utilizzato da numerose culture e religioni per esprimere il
loro credo spirituale. La figura originaria della Croce era il
Cerchio, indicativo dell’intero Universo, suddiviso nei suoi
quattro quadranti. Il Cerchio poteva anche simboleggiare il Sole ed
emanazione di energia. Da questa forma essenziale è nata anche la
Svastica, croce di origine indiana e molto popolare nell’epoca
greco-romana. La Croce rientra nel simbolismo cosmico che mette in
moto le valenze energetiche della Natura. I due segmenti disegnano le
polarità dell’esistenza: il segmento orizzontale rappresenta la
polarità negativa, la materia, la superficie terrena che separa i
due regni, gli inferi da quello cosmico; il segmento verticale, la
polarità positiva, mette in comunicazione il mondo celeste con
quello sotterraneo.
DOPPIA
FELICITA’
Il
simbolo della Doppia Felicità è di origine cinese ed incorpora due
ideogrammi separati che si traducono in “gioia”. Questo simbolo è
associato all’amore, alla fortuna e alla felicità nella vita.
Ancora oggi in Cina, Doppia Felicità rappresenta il matrimonio ed è
un portafortuna.
FIORE
DELLA VITA
Il
simbolo Fiore della Vita è stato rinvenuto in molte culture e
regioni del mondo, nei tempi, nelle piramidi, nelle chiese di Egitto,
Irlanda, Cina, Grecia, Turchia, Tibet, India o Giappone, in Lapponia,
nello Yucatan. Esprime energie potenti e positive per la salute, il
benessere e la crescita spirituale. Nel Fiore Sacro è contenuto
l’ordine universale e può generare campi energetici armonici e
benefici.
FIORE
DI LOTO
Il
Fiore di Loto è il simbolo del Buddhismo e dell’Induismo, ma è
anche presente nella mitologia dell’antico Egitto. Nel Buddhismo è
associato alla purezza, al risveglio spirituale e alla fedeltà. È
considerato un fiore puro perchè nasce da acque paludose e torbide
perfettamente pulito. Il suo fiorire alle prime luci dell’alba,
simboleggia l’Illuminazione dello spirito. Nell’Induismo il
simbolo del Fiore di Loto assume il significato di bellezza,
fertilità, prosperità, eternità.
HAMSA
E’
un simbolo popolare nelle antiche culture mediorientali, dove si
crede che la mano di Hamsa doni salute, felicità e fortuna a coloro
che la indossano. Hamsa significa “cinque”ed è nota anche come
la Mano di Fatima o Miriam, figlia di Maometto. Hamsa a volte include
nel centro il simbolo del malocchio: qui il suo scopo diventa quello
di estirpare energia negativa e di schermarsi dall’“occhio
malefico”.
KHANDA
Simile
per importanza alla Croce per i cristiani, il Khanda è il simbolo
della religione indiana monoteista Sikh. Il suo centro rappresenta
due scimitarre. Il Khanda racchiude in se’ la conoscenza e la
verità che si oppongono alle menzogne delle illusioni terrene.
OCCHIO
DI HORUS
Horus,
o Ra, era il dio del Cielo e del Sole degli Egizi. L’Occhio di
Horus è un amuleto protettivo, simbolo di guarigione e di rinascita.
Svolge una particolare funzione stimolante nei riguardi della psiche,
che verrà attivata da esso per essere più vigile ed attenta. I
marinai dell’antico Egitto e del Medio Oriente esponevano l’Occhio
sulle loro barche per garantire la sicurezza in mare. La Massoneria
ha adottato l’Occhio come suo simbolo in ricordo dei maestri
scalpellini orientali da cui discende, e per i suoi poteri mistici .
OM
Om
o “AUM” è l’origine di tutti i mantra. È composto da 4 parti:
A – simboleggia lo stato di veglia, U – Simboleggia lo stato di
sogno, M – Simboleggia lo stato di sonno profondo. La pausa del
silenzio alla fine di AUM lo stato chiamato Turiya o coscienza
infinita. Nel complesso disegno dell’Om la grande curva sul fondo
rappresenta lo stato di veglia (A), la curva mediana lo stato di
sogno (U), e la curva superiore simboleggia lo stato di sonno
profondo (M). Il punto indica il 4 ° stato di coscienza, Turiya. Il
semicerchio è “maya” o illusione come il possibile ostacolo
verso la più alta forma di coscienza. Il simbolo rappresenta la
Creazione dell’Universo e il suono della Om viene associato alla
Vibrazione Primordiale dell’Universo stesso e di tutta la
Creazione.
PENTACOLO
Il
Pentacolo, o Stella del Microcosmo, è l’immagine grafica
essenziale di una persona con braccia e gambe aperte. Si tratta di un
simbolo antichissimo dai molteplici significati, adottato dagli Egizi
come l’immagine di Horus, figlio del Sole e di Iside, nella sua
forma di Fuoco Sacro. Pitagora lo assunse come simbolo della salute e
della medicina; Leonardo ne fu ispirato per tutta la sua vita. Il
Pentacolo è anche una rappresentazione di “pura magia bianca” di
credenze Wiccan e pagane, che lo considerano come un amuleto
potentissimo dai poteri segreti. Il “Dictionary of Mysticism”così
descrive la Stella del Microcosmo: “E’ considerato dagli
occultisti il mezzo più potente per evocare gli spiriti. Quando la
Stella ha la punta diretta verso l’alto, essa è considerata il
segno del bene e uno strumento per evocare gli spiriti benevoli;
quando la Stella ha la punta in giù e altre due in alto, è il
simbolo del male, di Satana, ed è utilizzato per evocare le potenze
malefiche”. Il Pentacolo è in uso nella Massoneria come
espressione perfetta di Geometria Sacra.
PESCE
Conosciuto
anche come “Ittio” o “Pesce Cristiano”o “Ichthys” le sue
origini sono, a sorpresa, pagane. Poiché il simbolo era già stato
utilizzato da altri sistemi religiosi della mitologia greco-romana, i
cristiani lo adottarono perchè meno individuabile della Croce da
parte dei loro persecutori. Nei credi pagani Ichthys era figlio
dell’antica dea Atargatis, che era conosciuta nei vari sistemi
mitici anche come Tirgata, Afrodite, Pelagia o Delfine. Il Pesce
pagano era simbolo di sessualità, di nascita e di fertilità.
RUOTA
DEL DHARMA
Un
simbolo fondamentale degli insegnamenti buddisti, i raggi della Ruota
del Dharma disegnano gli 8 aspetti dell’Illuminazione Spirituale:
giusta visione, giusta intenzione, giusta parola, giusta azione,
giusto sostentamento, giusto sforzo, giusta consapevolezza, giusta
concentrazione. Rappresenta inoltre il percorso di liberazione dal
karma e dalla reincarnazione. La Ruota a 6 o più raggi, nel
cristianesimo significava il Cristo; nei Tarots medioevali prende
forma come carta da gioco esoterico chiamata “Ruota della Fortuna”
o del Destino.
RUOTA
DELLA MEDICINA DELLA TERRA
La
Ruota di Medicina è un simbolo molto importante nella cultura dei
Nativi Americani. Il Cerchio rappresenta il ciclo della vita, che si
esprime secondo un cammino circolare. Da est a nord in senso orario:
nascita, crescita, morte, rinascita. I quattro raggi rappresentano le
quattro direzioni, i quattro aspetti della vita umana (fisico,
mentale, emozionale, spirituale) e i loro colori. Ruote della
Medicina costruite a terra con pietre antiche di 10 mila anni, sono
state ritrovate in Canada. Erano i “Cerchi Sacri”della tradizione
sciamanica indiana. Tra le figure geometriche sacre il Cerchio è
simbolo di tutto ciò che è Celeste: il cielo, l’anima,
l’illimitato, Dio. Nella simbologia astrologica il Sole è
rappresentato da un Cerchio. Il simbolo alchemico dell’Oro è
ugualmente un Cerchio. Nell’architettura paleocristiana e bizantina
viene spesso utilizzata la pianta rotonda come simbolo dell’Universo.
Il Cerchio inoltre rappresenta protezione e guarigione.
SERPENTE
Questo
simbolo è tra i più antichi, ed è un archetipo universale nella
sua doppia funzione di Bene e Male, di Vita e Morte, di Maschile e
Femminile, di Veleno e Medicina. E’ diffuso in tutto il mondo sia
nella sua forma più semplice che in quella più elaborata di
Drago-Orobo. Ovunque il Serpente ha una valenza positiva, legata alla
Conoscenza, all’equilibrio di forze opposte e complementari, alla
Regalità, al Potere. Tra i simboli serpentini, forse quello più
conosciuto è il “Caduceo di Mercurio”, utilizzato come emblema
della medicina e della farmaceutica. Nella religione cristiana
invece, il Serpente rappresenta il Male.
SHINTO
TORII
Lo
Shinto Torii è un simbolo sacro dello scintoismo giapponese.
Significa porta, cancello, passaggio, segnando l’uscita dal
naturale e l’avventurarsi nel soprannaturale. Spesso infatti lo
Shinto Torii è posto all’apertura di un santuario, e si ritiene
sia purificatorio passarci sotto.
SPIRALE
Il
significato archetipo della Spirale si lega ai concetti di
Emanazione, Estensione, Sviluppo, Continuità Ciclica, Creazione,
Rotazione. La Spirale è una figura universale della Geometria Sacra
ed è stata ritrovata persino nei disegni delle grotte paleolitiche.
Alla Spirale vengono attribuiti i significati simbolici di Luna,
Conchiglia, Vulva, Corna e di Energia femminile e Fecondità. La
Spirale racchiude il concetto di “Pànta rèi”, tutto scorre,
tutto nasce da un centro, ed è in grado di generare potenti campi
magnetici. La spirale è un segno estremamente diffuso in tutta la
Natura, nel Cosmo, nella Psiche, come forma e movimento. Come
sottolineò Carl Gustav Jung nelle sue osservazioni sui simboli e gli
archetipi: “Non ci si può sottrarre all’impressione che
il processo inconscio sia mosso a spirale intorno ad un centro,
avvicinandosi lentamente a questo, mentre le caratteristiche del
centro si fanno sempre più distinte”.
STELLA
DI DAVID
La
stella di David, o Sigillo di Salomone, è il simbolo dell’identità
ebraica. Una pietra incisa con la Stella di David ornava una sinagoga
in Galilea risalente al 300 a.C. Tuttavia, questo simbolo non è
presente solo nella millenaria cultura ebraica. L’esagramma,
costituito da due triangoli intrecciati, appartiene anche
all’induismo, al buddismo e al jainismo. Questo simbolo raffigura
l’unione e lo scambio tra la parte materiale (corpo) e la sua parte
più “sottile”(pensiero-sentimento-volontà). Oppure, come
nell’induismo, l’esagramma “Shaktona” è la rappresentazione
del divino femminile (Shakti) e del divino maschile (Shiva) che si
uniscono nell’unità. Nella concezione cabalistica assume il
significato di Unione e Armonia tra il Microcosmo e il Macrocosmo. In
particolare la metà esagonale che ne deriva, nell’Albero della
Vita corrisponde al Sephirah del Sole. Alcune varianti della Stella
di David sono state parti della magia popolare come talismani contro
i malefici.
STELLA
E LUNA CRESCENTE
Nell’antica
Bisanzio, “La Stella e la Luna Crescente” era il simbolo della
dea protettrice Artemis-Ecate, derivante dalle effigi della dea della
Luna della mitologia romana. L’accostamento di Stella e Luna in
diverse tradizioni significa l’armonia tra il sole e la luna, il
giorno e la notte, il maschile e il femminile. Fu con l’Impero
Ottomano che questa immagine divenne uno degli emblemi della cultura
islamica, come simbolo di vittoria e grandezza.
YIN
YANG
Il
“TAI JI” o più comunemente conosciuto come il simbolo del Tao o
dello Yin Yang, rappresenta il cammino, il divenire di tutte le cose,
che si realizza con un movimento che oscilla tra due estremi: ogni
volta che uno dei due viene raggiunto, una forza spinge in direzione
contraria e così via. Il simbolo grafico si ispira ai movimenti del
sole e della luna, all’alternarsi delle stagioni, allo scorrere
ciclico del tempo. Le due metà in cui è diviso il simbolo circolare
rappresentano dunque due principi opposti e complementari al tempo
stesso: per esempio, il femminile e il maschile, il freddo e il
caldo, l’oscurità e la luce. Il Taiji è il logo del Taoismo,
sistema filosofico e mistico elaborato tra il V e il IV secolo avanti
Cristo dal filosofo cinese Lao Tzu.
Le
Orchidee hanno una presenza misteriosa, sensuale e spesso
appariscente. Sono fiori che suscitano atmosfere esotiche
sorprendenti, dalle forme inaspettate e dai colori di rara bellezza.
Intorno alle Orchidee, esistono mille leggende, storie di piante e di
erotismo, tramandate da tempi antichissimi in tutto il mondo. Se la
Rosa è il simbolo dell’amore, l’Orchidea è il fiore della
sensualità e della sessualità per eccellenza. Ma è anche il fiore
dai tanti “segreti” biologici, e coltivarlo, soprattutto in casa,
può diventare un rebus irrisolvibile. Ecco tutti i segreti delle
seducenti Orchidee…
L’Orchidea
ha bisogno di luce, acqua, aria, come tutti gli altri fiori, però
nelle giuste dosi. Le Orchidee sono piuttosto robuste, nascono
spontaneamente in Natura, in grande abbondanza e fin dall’alba dei
tempi. Preferiscono crescere arrampicandosi lungo il fusto degli
alberi, attirate dalla luce che trapela dall’alto delle fronde. La
famiglia delle Orchidee è numerosa e variegata: ne esistono più di
20.000 specie diverse, distribuite su tutta la superficie terrestre.
In Italia se ne trovano 230 tipi, di cui oltre
90 concentrati in Puglia, che detiene il primato nazionale, per
ricchezza regionale, di queste splendide piante.
Il mito dell’Orchidea, una favola moderna
Una leggenda greca narra di Orchide, giovane bellissimo e
seducente, al quale all’improvviso spuntarono sul petto due seni
femminili. Piano piano il suo corpo maschile iniziò a trasformarsi,
diventando sinuoso, aggraziato, molto femminile. Per la sua
diversità, Orchide venne emarginato ed evitato sia dagli uomini che
dalle donne. Disperato e solo, il ragazzo finì col gettarsi da una
rupe, morendo sul colpo. Ma sulla terra sulla quale Orchide finì i
suoi giorni, iniziarono a formarsi dei nuovi, spettacolari fiori,
“diversi” e conturbanti come il giovane greco: erano proprio le
Orchidee…
Il mito di Orchide ha reso l’Orchidea un simbolo perfetto
dell’unione del maschile con il femminile, in grado di evocare ampi
scenari erotici e sessuali. Il nome “orchidea” fu usato per la
prima volta dal filosofo Teofrasto (VI-V a.C.), che descrisse nei
suoi trattati di botanica di “alcune piante che presentano due
tubercoli rotondeggianti alla base delle radici come fossero
testicoli”. Da questa curiosa somiglianza, Teofrasto decise di
chiamare “Orchis”, che in greco significa appunto
“testicoli”, le magnifiche piante.
Famiglie selvagge e numerose
Le Orchidee sono i fiori più diffusi
sulla Terra, insieme a quelli della grande famiglia delle compositae,
che comprende le margherite, i crisantemi, i girasoli, la camomilla,
e molti altri fiori di campo comuni. Ad eccezione delle zone polari e
dei deserti, le orchidee si trovano in ogni ambiente, dal livello
del mare fino a 4.000 metri di altezza, come, ad esempio, lungo le
pendici delle Ande. L’origine delle orchidee ancora non è stata
chiarita, ma sembra derivino da mutamenti dei Giaggioli e dei Gigli.
Esistono Orchidee minuscole, come le Platystele, di pochi
millimetri, oppure gigantesche, come le Grammatophyllum
dell’Asia tropicale, di cui un esemplare – presentato nel 1851 al
Crystal Palace di Londra – ha raggiunto il peso di quasi due
tonnellate e un’altezza di oltre tre metri! L’Orchidea più
utilizzata resta comunque la Vanilla Planifolia messicana,
il cui frutto fornisce la deliziosa spezia vaniglia.
Una volta che il fiore è impollinato, si forma il frutto (bacello)
che impiega diversi mesi per maturare. Per ottenere la vaniglia
occorre una precisa lavorazione che può durare diversi mesi.
Come coltivare le Orchidee
In Europa c’è un interesse crescente
per le Orchidee: negli ultimi 20- 25 anni, le Orchidee Phalaenopsis
in particolare, sono diventate le piante da interni più diffuse,
soppiantando ciclamini, begonie e violette esotiche! Nella sola
Olanda ne sono stati venduti oltre tre milioni di esemplari in un
solo anno, e gli italiani che si dilettano nella sua coltivazione
sono sempre più numerosi, soprattutto tra i giovani. L’Orchidea è
molto sensibile, teme il freddo e il contatto diretto con la luce
solare, ma seguendo un prontuario di base, si può far fiorire e
rifiorire per anni, anche nei nostri appartamenti. Ecco le regole
d’oro per donare benessere alle nostre preziose Orchidee.
Temperatura e umidità
Le Phalaenopsis che si trovano
normalmente in commercio, sono ibridi che vivono nelle caldissime
zone tropicali a livello del mare. Dall’autunno alla primavera è
importante che le orchidee, come le Phalaenopsis, alloggino in un
ambiente ben riscaldato, possibilmente con temperature notturne di
almeno 18°C, mai sotto i 15°C. Attenzione poi agli sbalzi di
temperatura e alle correnti fredde.
L’umidità relativa ideale è tra il
50% e il 70%: per ottenere un microclima adatto in casa, soprattutto
quando si accendono i termosifoni, basta riunire tutte le piante
vicine tra loro, in modo che possano sfruttare vicendevolmente gli
effetti della traspirazione fogliare. Ampi sottovasi riempiti di
ghiaia o argilla espansa, tenuta costantemente bagnata, aumentano il
tasso di umidità.
Spruzzature
Spruzzare significa bagnare
delicatamente foglie e fiori in inverno per aumentare l’umidità e
in estate per abbassare la temperatura, tenendo presente che
l’eccesso di bagnato favorisce la prolificazione di funghi e batteri.
E’ buona norma spruzzare sempre sulla pianta ben asciutta.
Ventilazione
Una leggera ventilazione è un altro
accorgimento che aumenta il benessere delle Orchidee in appartamento.
In inverno, quando si tengono a lungo le finestre chiuse, si può
posizionare
vicino alle piante, di tanto in tanto,
un piccolo ventilatore da computer. Chi ha un giardino, un balcone o
davanzali, durante l’estate può portare le piante all’aperto,
purchè mai esposte alla luce diretta del sole, ne’ alla pioggia.
Luce
La maggior parte delle Orchidee è
epifita, cioè vive arrampicandosi sugli alberi, dove c’è poca
luce. In natura le Phalaenopsis vivono soprattutto lungo i grandi
fiumi, sui rami bassi di alberi dalla chioma piuttosto folta, quindi
in un ambiente ombroso. Non è sempre una buona idea posizionare la
pianta attaccata al vetro di una finestra! Un buon indicatore delle
esigenze di luce si nota dallo sviluppo fogliare: le piante che
vivono in ambienti poco luminosi, sviluppano una grande superficie
fogliare per assorbire più luce possibile, mentre per quelle che si
trovano in ambienti molto luminosi, avranno una superficie fogliare
ridotta.
Acqua
Le piante epifite hanno radici aeree
che vivono esposte all’aria. Le Orchidee quindi hanno bisogno di
un composto a base di corteccia che consenta una buona areazione
dell’apparato radicale. Il composto andrà bagnato sempre e solo da
asciutto, mai inzuppare! Il modo più pratico per capire
quando è il momento di bagnare è di
soppesare il vaso: se è leggero è ora di bagnare. In caso di
dubbio, meglio non innaffiare che bagnare troppo. È anche importante
avere l’accortezza di lasciare decantare per qualche minuto l’acqua
del rubinetto, in modo che il cloro evapori prima di irrorare.
Attenzione inoltre che l’acqua non sia troppo fredda durante
l’inverno.
Concimazione
In commercio si trovano concimi con
diversi “titoli”, cioè i tre numeri che indicano le percentuali
di azoto, fosforo e potassio presenti nel prodotto. In primavera, per
sostenere lo sviluppo delle nuove vegetazioni, si usa un concime ad
alto contenuto di azoto, il 30-10-10; per il resto dell’anno un
concime bilanciato, il 20-20-20, e per fioritura e radicazione il
10-30-20. Tutti questi concimi vanno alternati al nitrato di calcio,
perché il calcio è un elemento importantissimo per le Orchidee.
Fioritura
La fioritura delle Phalaenopsis dura a
lungo, almeno tre mesi, e sono rifiorenti. Alcune varietà possono
rifiorire in 90-95 giorni, altre in 105-110, ma la media è circa 100
giorni per tutto l’anno, esclusa l’estate. In casa la fioritura
dura da dicembre ad agosto.
Keiki
Sullo stelo di un’Orchidea si possono
formare nuove piantine chiamate “keiki”, ovvero “bambini”.
Quando le radici dei keiki saranno lunghe almeno un paio di
centimetri, si potrà staccarli con dolcezza e sistemarli in vasi
autonomi.
L’Orchidea blu
L’Orchidea blu è la regina dei fiori d’arredamento, grazie ai suoi magnifici colori e profumi. Le Orchidee blu sono piante dalle origini antichissime e provengono dall’India orientale. In botanica il suo nome è “Vanda coerulea” ed è l’Orchidea che rappresenta, nel significato dei fiori, l’assoluta bellezza e la perfezione. Ha un profumo delizioso, dalle mille sfumature, quasi irresistibile.
Questa specie comprende piante erette, ricadenti, rampicanti, adatte quindi a qualsiasi angolo della nostra casa come raffinatissima decorazione naturale. Le Orchidee blu non sono difficili da coltivare: necessitano di moltissima luce, quindi vanno posizionate in un luogo luminoso, ma mai esposte direttamente ai raggi solari, che le brucerebbe velocemente. Con l’arrivo della bella stagione, si adattano felicemente con l’ambiente esterno, all’ombra di una veranda per esempio, oppure in un gazebo. Non è mai consigliato piantarle direttamente nella terra, nemmeno nelle nostre regioni più calde. In vaso invece, potranno essere spostate e messe al riparo in caso di freddo, vento, piogge intense. Un’operazione importante da eseguire con l’Orchidea blu è la potatura, da eseguire dopo ogni sfioritura. Questo gesto consentirà alla pianta di sbocciare ogni 3-4 mesi per molti anni. Le Orchidee blu si potano tagliando di netto il gambo sotto il fiore appassito, con forbici da taglio netto e pulito. Il prezzo della pianta Orchidea blu varia dai 40 ai 50 euro: è la più costosa!
Vaniglia, cioccolato &
sensualità
L’Orchidea “Vanilla planifolia” è
l’unica orchidea che produce baccelli commestibili, da cui si
ricava la vaniglia naturale. Ogni baccello è composto per il 52% di
acqua, carboidrati, zuccheri, vitamine del gruppo B, minerali come il
calcio, il fosforo, il sodio e il potassio. La sua fragranza
dipendente dalla vanillina, un principio attivo vegetale, dalle
proprietà antiossidanti. Ogni 100 g di vaniglia ha un apporto
calorico pari a 288 calorie. La vaniglia ha proprietà stimolanti ed
eccitatorie, ed è nota sin dall’antichità per le sue proprietà
afrodisiache. Gli Atzechi la preparavano mista alle fave di cacao,
anch’esse afrodisiache, per rinvigorire le pratiche sessuali ed
ottenere una prole bella e sana: una vera bomba energetica! Agli
inizi del Novecento i medici la consigliavano per superare problemi
sessuali e la frigidità. L’olio essenziale di vaniglia è un vero
anti-aging, profumatissimo e molto, ma molto, sexy.
Il
divano svolge una funzione preziosa che lo rende protagonista di ogni
ambiente. Che un sofà si trovi in un soggiorno, in uno studio o in
un giardino, poco importa: il divano attira, accoglie, ammalia!
Nonostante sia diventato un
arredo pop a larghissima diffusione, in origine il divano venne
concepito da una elite’ ristretta a suo uso esclusivo. Infatti il
sofà venne “inventato” dagli antichi scribi orientali che,
stanchi di scrivere per ore ed ore seduti a terra o su rigide e
dolorose panche, a un certo punto pensarono di imbottirle con cuscini
e teli ripiegati. Il termine originale persiano “diwan” significa
“registro amministrativo”, che era il luogo dove lavoravano gli
scribi, cioè una panca speciale imbottita di cuscini. Da quei tempi
lontani, il divano di strada ne ha fatta tanta, diventando il centro
di ogni abitazione e un vero oggetto di culto per i designer, un
capitolo importante per la storia dell’arredamento contemporaneo.
Prendiamo le misure!
Al divano spettano funzioni
diverse e ruoli, anche simbolici, di cui tener conto come principi di
base. In un’abitazione ideale il divano sarà il fulcro dell’ambiente
più importante, l’arredo centrale del cuore della casa. Sul sofà ci
si riposa, si parla, si ama, si sogna, in un vero micro-spazio
confidenziale in linea con le nostre esigenze più private. Il divano
si sceglie seguendo il gusto personale e concentrandosi su alcuni
criteri fondamentali, come la funzionalità, l’estetica, il comfort,
la possibilità di pulirlo, la resistenza al tempo. Inoltre gli
arredatori suggeriscono di valutare attentamente gli spazi a
disposizione, al fine di evitare fastidiosi e scomodi ingombri. Ecco
le misure giuste da prendere per sistemare a progetto il nostro
salottino:
1) tra il divano e il suo
elemento d’arredo più vicino, per esempio una poltrona, la distanza
ideale è di almeno mezzo metro;
2) per separare la sala dalla
zona pranzo, occorre distanziare con un minimo di 120 cm circa il
divano dal tavolo;
3) due divani stanno bene
insieme posti l’uno di fronte all’altro, ma mai troppo vicini.
Distanza minima consigliata, 150 cm;
4) il tavolino può essere
aggiunto solo se lo si può sistemare a debita distanza dal sofà,
per consentire un comodo passaggio a tutti. Consigliati 60 cm.
I dettagli
da non perdere di vista
La struttura
interna del divano ne determina la qualità di base e la durata. I
materiali nascosti sono i veri artefici delle prestazioni del sofà,
da non sottovalutare in caso di acquisto. Il materiale migliore di
base dell’ossatura interna del divano è il legno di abete o di
pioppo, molto resistente alle sollecitazioni ed estremamente
flessibile. Un buon “molleggio”garantisce la comodità di
schienali e sedute su cui appoggiano i cuscini. Il molleggio, cioè
l’elasticità, è ottenuto tramite un intreccio di cinghie elastiche
ad alta resistenza composte da nastri di fili di gomma ricoperti di
nylon. Il giusto equilibrio di morbidezza e resistenza si trova
invece nell’imbottitura. Ecosostenibile perché privo di
clorofluorocarburi, il poliuretano espanso è considerato il miglior
materiale per le imbottiture. Ha una caratteristica struttura a nido
d’ape che conferisce leggerezza e che “respira”, sfavorendo i
ristagni di umidità. Le imbottiture più soffici si ottengono
aggiungendo al poliuretano strati in piuma d’oca, come vuole la
tradizione. Un poliuretano d’avanguardia è il viscoso “memory
foam” che si adatta perfettamente alle forme del corpo. La maggior
parte degli imbottiti si presenta con rivestimenti sfoderabili,
meglio se di cotone, lino o altre fibre naturali. Maggiore
compattezza della tessitura significa maggiore resistenza all’usura.
E’
obbligatoria per legge una scheda informativa sui materiali
impiegati, i metodi di lavorazione, le istruzioni per l’utilizzo e
la manutenzione, la destinazione d’uso del prodotto.
Divani di
tendenza
Di gran moda in
tutta Europa l’arredamento “vintage” e quello “industrial”,
due stili antagonisti ma non per questo incompatibili. Forme
geometriche, materiali grezzi e colori contrastanti generano
soluzioni originali, appariscenti, che danno brio e personalità
anche agli ambienti più comuni. Il vintage ha riscoperto
materiali dimenticati da tempo, come il pregiato velluto ed il
prezioso nabuk, riservato ai divani più raffinati e soprattutto
costosi! Insieme al vintage e alla predominanza di materie prime
naturali, le nuove collezioni d’autore europee propongono tessuti
stampati in stile “tropical” e piccoli divani da camera da letto
o da ingresso in canna di bambù. Si fanno spazio anche i colori
scuri, le tonalità neutre ed effetti argentati e futuristici. Un
colore per osare:“Ultra Violet”, un viola accesissimo e
brillante, per cuscini e rivestimenti all’avanguardia.
I Moduli
Il divano più
diffuso è ancora oggi il tradizionale “tre posti” ad uso
familiare. E’ l’ideale per guardare la Tv e per rilassarsi, ma
molto scomodo per dialogare, ad esempio. In crescita sono i sofà
modulari che, a partire da singoli elementi mono posto, i moduli,
possono comporre soluzioni di forme e dimensioni diverse, adattandosi
agevolmente a ogni genere di ambiente e di spazio. Le singole sedute
vengono agganciate tra loro tramite perni o ganci per assicurare la
massima stabilità della struttura modulare. Un divano a modulo può
ospitare teoricamente un numero infinito di persone! Il divano
“DeSede” di Domo, progettato nel 1972, è il caposcuola dei
modulari. Conosciuto anche come “il divano senza fine” ha
fatto parte degli arredi dei set di “Hunger games”. Il Club
Segreto dello Studio Pepe di Milano lo ha riproposto durante il
“Fuori Salone 2018”.
Una storia
pop
Il divano ha
origini antichissime. In Italia, più di duemila anni fa, i nobili di
Roma si allungavano sui triclini per mangiare e potersi addormentare
subito dopo, inebriati dal vino. Nello stesso periodo, nel medio
Oriente gli scribi lavoravano sul “diwan”, un sofà da lavoro,
mentre negli harem dei sultani iniziavano ad entrare in scena le
“ottomane”, lunghe distese di materassi e tappeti. Probabilmente
il divano italiano e quello francese del Settecento, che hanno dato
vita all’evoluzione e alla diffusione sociale del sofà, sono il
frutto di una convergenza tra il triclinio, l’ottomana e il diwan
persiano. Nel Novecento il divano è diventato gradualmente un arredo
di massa, uscendo dalla nicchia ristretta dei nobili e dei più
ricchi. Nel1928, si affermano la “Chaise Lounge”e prendono forma
due culti contemporanei, la poltroncina “LC-2” ed il divanetto
“LC-3” di Le Corbusier, attualmente prodotti da Cassina. Gli
arredatori ed architetti italiani invece hanno dominato la scena
internazionale durante i fantastici anni ’60 e ’70. Vico
Magistretti firma il suo capolavoro, il divano “675 Maralunga”,
disponibile anche come poltrona e pouff. Nel
1972, lo Studio 65 di Torino firma il divano underground più famoso
in assoluto, il “Bocca”.
realizzato in tiratura limitata, soprannominato “Marylin” perché
ridisegna le labbra morbide della Monroe. Il pop e il vintage hanno
reso il divano un oggetto artistico su cui giocano forme, colori,
citazioni di quegli anni rivoluzionari. Il “ Marshmallow Sofa”
dell’architetto americano George Nelson, è un altro esempio
luminosissimo di arredamento pop. La
linea audace, le superfici semplicissime da pulire e la struttura
trasparente del Marshmallow, hanno creato una frattura con gli
ingombranti divani che dominavano nei soggiorni di quegli anni. Il
“ Marshmallow Sofa” è ancora in produzione grazie a Vitra.
L’icona assoluta, il
Chesterfield
Il
divano Chiesterfield è una vera opera d’arte dalle origini incerte.
Concepito in pelle, è
caratterizzato, com’è noto, da decine di bottoni che ne punteggiano
il rivestimento, con braccioli e schienale allineati. Probabilmente
il nome deriva dallo statista inglese Philip
Dormer Stanhope, di 4th Earl of Chesterfield,
che a metà del 1700 ordinò un sofà in pelle con lavorazione
“capitonnée”. La notorietà del Lord e dei suoi salotti fecero
da spot pubblicitario al nuovo divano inglese, che divenne in
brevissimo tempo un oggetto di culto intramontabile. Attualmente, con
la riaffermazione dello stile vintage, il Chesterfield si ripropone
nei cataloghi di tutto il mondo. Poltrona
Frau ha riscoperto il “Chester One”,
disegnato nel 1912 da Renzo Frau. Di Divani&Divani
by Natuzzi è “King”,
un vero ‘re’ da salotto. Disponibile in versione 2 o 3 posti e in
12 tipi di finiture di pelle. Inoltre il Chesterfield è nel catalogo
Maison du Mond in versione rock & roll, e in quello del brand
Berto
Salotti,
che lo propone in diversi modelli, con 2 o 3 posti. I rivestimenti
sono in pelle per chi ama il classico, oppure contemporanei, in
tessuto.
Accessori e altre storie
Il divano è per molti di noi
una seconda, amatissima casa. I suoi accessori, pensati ad hoc per
aumentarne il comfort, sono utilissimi e a volte indispensabili. I
tavolini migliori per le esigenze contemporanee sono quelli a forma
della lettera “C”, che avvolgono il divano, permettendo di avere
ogni cosa ben visibile e a portata di mano. Alcuni sono forniti di
supporti minori per il tablet, il pc, il cellulare. Le tasche di
stoffa sui braccioli invece rappresentano un accessorio più
classico, ritornato in voga insieme allo stile vintage. Perfette per
libri e riviste, oggi accolgono anche telefonini e telecomandi. Un
altro tipico gadget è il plaid che, secondo il trend del momento,
deve essere gigantesco! I cuscini sono stati il primo accessorio da
sofà della storia, evolvendosi insieme ai cambiamenti culturali.
Oggi ne producono serie “funzionali”, come quelli che si
accendono e diventano lampade, oppure forniti di tasche porta
smartphone, tablet e simili. Un discorso a parte merita il divano
letto, una variazione geniale del sofà.
Venne ideato nel Seicento da Jean
Tapisserie,
ma è solo nel Novecento, con il palermitano Bernardo
Castro,
che venne realizzata una versione efficace del “richiudibile”.
Raccontano le cronache che Castro, trasferitosi in America a quindici
anni, aprì un negozio di arredamento durante la Grande Depressione.
A causa della diffusa povertà, non riusciva a vendere i divani,
ritenuti costosi e non adatti agli appartamenti minuscoli dei tempi
della crisi. Decise allora di progettare una fusione tra il letto e
il sofà, una soluzione economica e soprattutto salva-spazio. Il
successo del divano letto di Bernardo Castro fu immediato, clamoroso,
diffondendosi rapidamente in America e in Europa.
Le piante da appartamento sono tra i migliori arredi di ogni
tipo di abitazione. Rendono confortevoli e belli gli ambienti,
filtrano e rigenerano l’aria che respiriamo, e aggiungono vivacità
e freschezza ad angoli disadorni. In realtà molte di queste piante
tropicali sono difficili da trattare, richiedono cure particolari ed
esperienza da “pollice verde”che non tutti hanno la fortuna di
possedere. Ma per questo problema una soluzione esiste e si chiama
idrocoltura, una tecnica di coltivazione davvero semplicissima!
Praticare l’idrocoltura è facile, richiede poche operazioni e rende
le piante più belle, longeve, e a prova di pollice… nero! E,
dulcis in fundo, non si devono nemmeno più innaffiare: le piante
così trattate infatti diventano “autonome” sul lungo periodo,
rivelandosi l’ideale per chi si assenta da casa per le vacanze, ad
esempio.
La coltivazione in acqua offre quindi moltissimi vantaggi
funzionali, estetici e pratici. Dal nord Europa, dove è la tecnica
più adottata per gli interni di case, scuole ed edifici pubblici,
l’idrocoltura si sta diffondendo in tutto il mondo. Attualmente fa
parte di grandi progetti di verde urbano italiani come i “muri
verticali”, ed è utilizzata
nelle produzioni industriali agro-alimentari di tutta Europa.
TUTTI I VANTAGGI DELL’IDROCOLTURA
Il concetto di giardinaggio urbano è ormai un tema di ricerca in
molte città europee, le comunità di giardinaggio sono in voga, le
persone possono coltivare il proprio cibo su un balcone o in un
cortile, e l’idrocoltura (o idroponica) è una tecnica utile anche
a questi scopi. Ma vediamo al dettaglio quali sono i vantaggi del
nuovo trend:
RESISTENZA: maggiore salute e longevità della pianta garantite
dall’assenza di agenti patogeni del terreno e per l’ossigenazione
ottimale dell’apparato radicale;
SEMPLICITA’: innaffiature mensili, nessuna necessità di
rinvasi e pochissime cure – in più si sa esattamente quando e quanto
bagnare e concimare;
ECONOMICITA’: meno innaffiature e consumo d’acqua, oltre
alla manutenzione semplificata;
PRATICITA’: maggiore leggerezza, ovvero piante più facili da
spostare e più sicure da posizionare su pavimenti e tappeti di
pregio;
ESTETICA: piante sempreverdi da interno, ideali per spazi da
vivere e godersi in qualunque stagione;
PULIZIA: l’assenza di terra elimina sporcizia, muffe e
parassiti.
IDROCOLTURA FAI-DA-TE
Coltivare una
pianta secondo la tecnica dell’idrocoltura è semplice, divertente e
molto creativo! Ecco cosa procurarsi:
Acqua
Un vaso di vetro
Ciottoli o sassolini
Fertilizzante per piante
Naturalmente la pianta prescelta!
COME
SI PROCEDE
Sfilare
dolcemente la pianta dal vaso originale, rimuovendo con delicatezza
la terra dalle radici;
Sciacquare in acqua corrente l’apparato radicale.
Sistemare la pianta nel vaso, ancorandola al fondo con
ciottoli, sassolini e la vostra fantasia.
Ora si può aggiungere l’acqua. Per mantenere il livello
costante, se ne aggiungerà dell’altra periodicamente, ogni due, tre
settimane circa.
Nell’acqua diluire la metà, anche meno, del normale
dosaggio di fertilizzante liquido naturale che si darebbe ad una
pianta da terra.
IN ACQUA, LE PIU’ BELLE!
L’idrocoltura fa dell’acqua il cuore pulsante della pianta,
escludendo completamente l’uso della terra. I recipienti in
materiale trasparente contribuiscono ad esaltare la bellezza del
“soggetto” vegetale, mettendo in mostra le radici immerse nel
liquido e argilla espansa o sassolini come ulteriori elementi
decorativi. In commercio si trovano vasi di questo tipo di dimensioni
ridotte per la coltivazione di una sola pianta, ma anche contenitori
più grandi per composizioni di varie dimensioni. Ma quali sono le
piante più adatte per le coltivazioni idriche? La risposta è
sbalorditiva: praticamente tutte! Ma alcune tra esse si sono
dimostrate maggiormente idonee all’idroponica come:
Ficus Benjamin, Philodendro, Yucca, Photos, Dieffenbachia,
e generalmente le piante i cui fiori non cadano troppo in fretta,
dato che inquinano l’acqua.
IL FICUS BENJAMIN
Scegliere di tenere nella propria casa un ficus benjamin
coltivato con la tecnica dell’idroponica o dell’idrocoltura,
favorisce il benessere di questa pianta ornamentale. Il ficus
beniamino ha un portamento caratterizzato da rami dalle forme
eleganti e da una chioma rigogliosa, ed è molto diffuso come pianta
da appartamento non solo per il suo aspetto raffinato, ma anche
perché si adatta facilmente in ogni tipo di ambiente, purchè
luminoso. Il ficus è in grado di assorbire molte sostanze
tossiche contenute nell’aria, tra le quali anche la formaldeide che è
prodotta dal fumo, dallo smog, dalle plastiche e dai tessuti,
risultando quindi perfetto per uffici e luoghi pubblici. Per trattare
il benjamin in idrocoltura basterà immergere le radici in un
vaso trasparente con acqua e argilla espansa, che darà sostegno ed
ancoraggio alla pianta, aggiungendo nuova acqua ogni 3/4 settimane
circa. In commercio si trovano contenitori specifici da idrocoltura,
composti in due parti: l’idrovaso (o vaso da coltura) per l’argilla
espansa e il vaso esterno per l’acqua, collegati tra loro da
forellini. Il ficus ama l’umidità e teme il secco, essendo di
origine tropicale. Si consiglia quindi di nebulizzare le foglie una,
due volte al mese.
FILODENDRO (PHILODENDRO)
Il filodendro è una pianta che appartiene alla famiglia
delle Aracee, molto apprezzate per la particolarità e la bellezza
delle foglie. Crescendo produce radici aeree con le quali, nel suo
habitat naturale cioè la foresta, si aggrappa ai tronchi degli
alberi sui quali vive. La coltivazione idroponica rende ancora più
interessante questa pianta da ufficio o da appartamento, in quanto
agevola la sua crescita. Si coltiva con poche ma importanti cure: per
eseguire al meglio la tecnica della idrocoltura è necessario
prestare attenzione al livello dell’acqua e alla temperatura
dell’ambiente, che non dovrà mai scendere al di sotto i 13 gradi. Il
filodendro ama la luce ma non
quella diretta del sole. Unitamente alla proprietà di
purificare l’aria e di filtrare gli agenti inquinanti, e di crescere
magnificamente in acqua, il filodendro da’ ottimi risultati in
idrocoltura. Le sue grandi e bellissime foglie si impolverano con
molta facilità. Vanno pulite con un panno morbido ed inumidito,
evitando i prodotti lucidanti industriali, che a lungo andare le
danneggerebbero.
YUCCA
Il “tronchetto” Yucca è
una pianta d’appartamento tra le più conosciute. Proviene dai
paesi con clima tropicale secco come il Messico, l’Arizona, i Caraibi
e la California, dove può raggiungere anche i dieci metri di
altezza. Viene apprezzata per la sua particolare forma che risulta
eretta, grazie a fusti legnosi e lisci, con poche ramificazioni dalle
quali si sviluppano foglie verdissime che sono lunghe, carnose,
rigide e appuntite. Il tubero dello Yucca è commestibile. Simile
alla patata, come questa è ricco di amido e povero di proteine.
L’assenza di glutine ne fa un valido alimento adatto anche ai
soggetti celiaci. Il tubero va consumato previa cottura. Si usa come
addensante sia nelle soup che nelle minestre, ma specialmente in
pasticceria. La farina di manioca deriva proprio da questa
preziosa radice. Lo yucca cresce bene in acqua e ha bisogno di
tanta luce.
PHOTOS
Il genere Photos comprende circa 50 specie originarie
dell’Asia, dell’Australia, delle isole del Pacifico e del
Madagascar. E’ una pianta rampicante con tralci lunghi, legnosi, e
con foglie a forma di cuore, verde vivo con macchiette e variegature
bianche o dorate. La luce intensifica il colore e le sfumature del
bel fogliame ricadente. Uno dei metodi per la coltivazione del
photos è l’idrocoltura, che permette alla pianta di assorbire
in quantità sufficiente l’acqua di cui necessita. Si può
iniziare già con una semplice talea messa a radicare in acqua, o
trasferire una pianta che ha iniziato il suo ciclo vegetativo nel
terreno. Basterà sistemare la pianta nel vaso di acqua e sali
minerali, dopo aver lavato via tutta la terra dalle radici. Un
esemplare giovane supererà la fase di adattamento meglio di uno più
adulto. Durante questa fase infatti l’attività del vegetale si
moltiplica, si verifica la caduta delle radici “terrestri” e la
formazione di radici “acquatiche”, bianche e carnose, che
assorbono rapidamente le sostanze nutritive contenute nell’acqua
del vaso.
DIEFFENBACHIA
Le Dieffenbachia, note nei paesi anglosassoni col nome di
“Dumb Cane“, sono native del centro e Sud America,
dal Messico, Caraibi, Sud del Brasile. Anche se nelle zone d’origine
crescono nelle foreste pluviali come piante da sottobosco, le
Dieffenbachia si adattano bene al clima che si può trovare
all’interno di una casa o di un ufficio. Queste bellissime piante
ornamentali sono caratterizzate da un fusto erbaceo, carnoso ed
eretto, dal quale dipartono foglie ovoidali molto grandi, di diverse
tonalità di verde (a seconda della specie) e molto appariscenti. La
particolarità di queste foglie è quella di non avere un colore
uniforme, ma tante macchioline di tonalità verde chiaro, quasi
bianco. Queste sfumature circolari possono essere disposte a “macchia
di leopardo”o come piccole lentiggini. La dieffenbachia è
sensibile al freddo e alle correnti. La temperatura ideale ha
un range compreso tra 18° e 23° C: più ci allontaniamo da queste
temperature e più la crescita rallenta. Essendo originaria del
sottobosco vegetativo, questa bella pianta non tollera esporsi in
pieno sole, che è causa di bruciature alle foglie. L’esposizione
ideale è un luogo luminoso, senza sole diretto, se non nelle ore
prossime all’alba o al tramonto. E’ una pianta tossica, da tener
lontana dai bimbi e dagli animali domestici. Per la sua coltivazione
in acqua, si preferiscono vasi dai colli ampi e lunghi.
Lo
Stile Urban è lo specchio della filosofia di vita metropolitana.
Pareti di mattoni a vista, legno, tubi di ferro, rame, sono i
materiali espressivi di questo design essenziale, funzionale, a volte
aggressivo.
In una casa Urban si respira
aria di città, di industrie, di magazzini di periferia abbandonati e
poi recuperati come spazi abitativi. Questo stile, nato in relazione
alla conversione di edifici già utilizzati come uffici o depositi in
loft ed open spaces, si iniziò ad affermare negli Anni Cinquanta a
New York, durante il recupero di spazi industriali dismessi e
riproposti per uso abitativo. L’arredamento degli inediti open space
venne ideato ad hoc per esaltarne la bellezza e il grande potenziale
funzionale. In prima battuta il nuovo design venne chiamato “stile
Industrial” che diventò in seguito “Urban”, grazie alla
notorietà e alla diffusione che raggiunse in pochi anni. La
popolarità del nuovo stile metropolitano arrivò al culmine quando
famose serie tv e film americani ambientarono i loro set in spazi
Industrial. Un’ulteriore spinta commerciale venne dal contributo
della Pop Art e dalle opere di Andy Warhol. Oggi la tendenza generale
al riciclo di aree in disuso e di oggetti, unita alle esigenze sempre
più specifiche delle abitazioni di città, hanno rinvigorito la fama
del design “Urban”. In Europa come negli Stati Uniti, le nuove
tendenze dell’arredamento affondano le radici negli anni Sessanta. Il
genere Industrial-Urban, uno dei simboli culturali della generazione
di quegli anni, nel corso del tempo ha maturato e generato nuovi
gusti ed orientamenti stilistici, come le linee Industrial
chic, Industrial design, Metal style, stile Factory, Urban Jungle.
Vintage
ed alluminio
Lo stile Urban originaleè un genere di arredamento contemporaneo che crea atmosfere metropolitane e industriali. Si tratta di uno stile all’avanguardia del più ampio contesto del modernismo da cui deriva, di cui ha conservato intatte le caratteristiche di minimalismo, essenzialità e morbidezza delle linee. E’ uno stile particolarmente ricercato e versatile, adatto a residenze private, uffici, negozi, locali delle grandi città, ma di grande effetto anche al di fuori di contesti metropolitani. L’arredamento Urban puro, quello cioè concepito per i lofts newyorkesi, trova la sua massima espressione in ambienti ampi dai soffitti alti, che regalano all’istante una piacevole sensazione di ariosità, rafforzata da elementi d’arredo essenziali e da pareti a colori neutri. Per aumentare l’effetto open space, lo stile Urban ha rivalutato tra l’altro il ruolo delle scale come elemento d’arredo, riportandole a vista. Gli elementi Urban derivano dallo stile Industrial e dalle sue escursioni nel passato. Il vintage compare con oggetti d’epoca, macchine da scrivere Olivetti 32 e bauli della nonna, orologi a parete, scaffali in ferro degli anni Sessanta. Ogni oggetto retrò è consentito, ma in modo discreto ed ordinato. Per ravvivare l’ambiente si ricorre a mobili Shabby-Chic o Provenzali, che possano creare contrasti interessanti e riscaldano ogni grigio mood urbano,
Urban Pure
Un’altra
particolarità del design metropolitano è la scelta dei materiali
della struttura interna dell’ abitazione. Lo stile Urban purosangue
impone pareti di mattoni a vista, soffitti alti con travi visibili,
complementi d’acciaio di seconda mano, pavimenti in resina o in
cemento puro. I colori predominanti sono in larga parte neutri, come
bianco, grigio, crema o color mattone. Le decorazioni vengono
impiegate per accendere ed incuriosire, come macchie di colori acidi
alle pareti, quadri e stampe contemporanee o underground. Il metallo
grezzo o il legno scuro possono aggiungere un tocco country alla
composizione Urban nel suo insieme.
Un loft in casa
Realizzare il sogno di una casa simile ad un loft urbano di New York non è difficile, dato che lo stile Industrial-Urban, generato in seno al modernismo, non si discosta eccessivamente dagli standard. I suoi tratti estetici sono unisex, ma si possono adattare facilmente a personalità decisamente maschili o femminili. Lo stile newyorkese si concentra soprattutto su alcuni dettagli inconfondibili:
1) per i canoni estetici “urban”, la bellezza non è nella perfezione, ma dipende dal suo valore oggettivo e dalla sua utilità. Bello sì, ma soprattutto utile. 2) Le pareti divisorie sono ridotte al minimo indispensabile. Lo spazio è open, assolutamente aperto, senza confini. 3)Le linee degli arredi più importanti sono orizzontali o verticali, nette e precise. Da accostare elegantemente con elementi vintage e riciclati. Per dare un tocco femminile, si possono aggiungere decò Shabby e punti luce e di colore. Un gusto più maschile invece, sarà rimarcato da oggettistica in ferro, cuoio, acciaio. 4) Complessivamente tutti gli spazi devono essere simmetrici, senza divisori, e soprattutto molto comodi! 5) I giochi di contrasti tra luci ed ombre rendono ancora più affascinanti gli ambienti Urban. Un’illuminazione minimalista e la lucentezza di elementi metallici di lampade da terra e di lampadine appese a un filo, sottolineano profondamente l’atmosfera dettata dal design metropolitano, essenziale e veritiera.
Altri dettagli Urban
Per aumentare ulteriormente l’atmosfera Urban, bisognerà avere la parete più in vista con i mattoni scoperti, come detta la tradizione americana. (Evitare la carta adesiva con le finte mattonate!) Le altre pareti andranno tinteggiate con il bianco – per illuminare; il beige – per riscaldare; il marrone – per l’eleganza. L’arredamento sarà minimal abbinato per contrasto con elementi personali, vintage, artistici, come ad esempio un divano moderno accompagnato da una poltrona jungle, oppure antiche cristallerie esposte su scaffali industriali. Un posto speciale spetterà ad elementi upcycling o riciclati, credenze, comò, armadietti del secolo scorso reinventati anche attraverso nuove tinteggiature accese. I pavimenti migliori dell’Urban contemporaneo sono in legno: il parquet concorre a riscaldare l’ambiente ed aggiunge un tocco di eleganza in più. Molta attenzione andrà all’allestimento delle decorazioni, che saranno ricche di dettagli di vita e di creatività metropolitana. Le pareti potranno ospitare quadri geometrici, astratti, psichedelici, e graffiti d’autore disegnati su muro. L’oggettistica sarà di diversa provenienza e stile, ma mai disordinata. I tessuti delle camere e del salone utilizzati saranno in preferenza chic, eleganti e preziosi, come il velluto e la pelle per i divani, la seta per coperte e cuscini.
La giungla ispira gli artisti
Un trend vincente del 2018 è lo stile Jungle, un’evoluzione della grande famiglia metropolitana Urban. Il Jungle è un arredamento tropicale ed esotico che, con la sua allegria e naturalezza, ha conquistato l’attenzione degli stilisti e degli appassionati di decor di tutto il mondo. Questo stile così vicino alla natura, ci riporta a scenari di foreste, palme, spiagge incontaminate e a mille accessori dal sapore esotico. La casa in questo stile diventa un luogo fantastico ed imprevedibile, piena di immagini da sogno e di riferimenti tropicali. Le piante qui hanno il ruolo di primedonne, affiancate da elementi d’arredo in bambù, come divanetti e separatori. La natura predomina ovunque, anche sulle pareti, rivestite di carta stampata con cactus, foglie, animali selvaggi. Abitare Jungle significa vivere immersi nel colore verde in tutte le sue sfumature, in una suggestiva ed accogliente cornice esotica. La presenza di tante piante, vere o finte, a volte con foglie davvero gigantesche, rende la casa “informale”, ma vivace ed accogliente. A volte basterà una sola parete Jungle a cambiare l’atmosfera in una stanza, o in bagno o in cucina. Per esempio applicandola nella zona doccia, oppure in un ingresso dietro ad un appendiabiti in canna di bambù. Lo stile Jungle è perfetto per le stanze dei bambini e dei ragazzi.
In casa come
all’aperto, non c’è niente di più decorativo di una pianta
rampicante. L’insieme di foglie, fiori, rametti sinuosi che si
arrampicano con eleganza, abbelliscono qualsiasi ambiente.
Aggrappate ai muri, ai tronchi d’alberi, a grate, a reticolati sulle pareti di casa o di un ufficio, le piante rampicanti creano delle vere barriere verdi a volte impenetrabili. Possono svolgere diverse funzioni sia in giardino che in balcone, creando suggestive pareti verdi, muri divisori, pergolati, disegni decorativi verticali. Le piante rampicanti del genere sempreverde sono perenni, mantengono cioè le foglie in tutte le stagioni dell’anno. Sono l’ideale per questa stagione perchè colorano di allegria i nostri ambienti all’aperto, ingrigiti dalle austerità dell’inverno. Con le rampicanti si può dar vita ad una nuova dimensione del gardening, quella del modernissimo giardinaggio verticale. L’altezza spesso ignorata di muri, cancellate, tronchi e fusti di alberi, si può rivestire di bellissime piante che si “arrampicano”. Sono perfette per piccoli balconi e giardini di città, per le ringhiere dei palazzi, per coprire crepe ed imperfezioni dei muri. Negli spazi più grandi invece, possono realizzare divisioni d’ambienti ecosostenibili o maestose siepi in terrazze e balconate. Le piante rampicanti comprendono diverse e variegate specie, adatte ad ogni tipo di esigenza ambientale e climatica. Sono numerosi gli esemplari di rampicanti rustici ben adattati al freddo e compatibili con l’inverno del nord Italia; altri invece sono più delicati, amano il clima temperato delle coste del mare e dei laghi. Esistono infine alcune varietà tropicali che crescono esclusivamente in appartamento, al riparo da correnti d’aria e lontane dai termosifoni. Una prerogativa che rende le piante rampicanti tutte simili fra loro, è la capacità di svilupparsi in poco tempo, ottenendo risultati sbalorditivi e di semplice realizzazione.
LE SEMPREVERDI DA FREDDO
Le
rampicanti sempreverdi
sono
piante molto rustiche che resistono al freddo anche intenso. Tra le
più conosciute ed apprezzate troviamo il Gelsomino
d’inverno, la Bignonia, l’Edera, la Passiflora, la Clematide, il
Caprifoglio, il Glicine.
Quando le rampicanti non trovano un sostegno per arrampicarsi,
possono diventare il “tappezzante”di un terreno, dato che si
espandono anche in senso orizzontale. Per questo scopo, le piante
più indicate sono la Clematide Alpina e Macropetala, e l’ Hedera
Hibernica.
IL GELSOMINO D’INVERNO
Le varietà di Gelsomino sono oltre 200, ma alcune sono più
diffuse di altre meno conosciute. I Gelsomini vengono
classificati in tre principali gruppi in base alla loro resistenza al
freddo, in delicati, semirustici e rustici. La coltivazione dei
Gelsomini varia secondo le specie, ma le rustiche sono le migliori
per il clima invernale. Il Gelsomino invernale è un rampicante che
si coltiva in giardino per abbellire muri, pergolati, graticci,
staccionate, cancelli, e può anche essere piantato in vaso nei
balconi. Questa pianta profumatissima fiorisce in abbondanza in piena
luce, ma tollera anche la mezzombra. I fiori sopravvivono persino a
una gelata: il Gelsomino a fioritura invernale, infatti, sa resistere
a temperature rigidissime, fino a -10°C!
LA BIGNONIA
La Bignonia è una pianta rustica, facilissima da
coltivare. In Italia, può essere piantata praticamente ovunque. La
Bignonia campsis radicans ha un’ottima resistenza al gelo e
può sopportare temperature minime inferiori ai -18° C. Le Campsis
inoltre hanno un’ottima resistenza alla siccità e possono
sopravvivere a lunghi periodi senza piogge. Si tratta in generale di
piante rampicanti vigorose e rigogliose, resistenti al freddo, con
foglie pennate, costituite da foglioline lanceolate, con margine
dentellato, di colore verde chiaro, caduche. Dall’inizio
dell’estate fino oltre l’autunno, producono grandi fiori a
trombetta, nei toni dell’arancio, riuniti in grandi mazzi. Si
coltiva in vaso o in piena terra; durante l’inverno è in completo
riposo vegetativo e perde il fogliame, per questo sopporta molto bene
il freddo ed il gelo, e non necessita di protezione.
L’EDERA
L’Edera è ideale per trasformare un muro o una cancellata
in una bellissima siepe di rampicanti, in grado di offrire una
privacy totale. L’Edera resiste benissimo all’inverno,
formando un fittissimo tappeto rampicante verde in ogni stagione.
Abbinandola alla Clematide Montana, o al Caprifoglio o
al Glicine, ci si assicura fioriture a siepi miste per tutto
l’anno. Sono le soluzioni perfette per creare una parete green con
fiori coloratissimi, in grado di garantire al massimo la privacy, e
di offrire tanta bellezza.
LA PASSIFLORA
La Passiflora è una pianta dal fiore meraviglioso di
colore bianco, azzurro e viola, il celebre “fiore della
passione“. E’ un’arbustiva sempreverde rampicante originaria
del centro e sud America. Facilissimo da coltivare, è un arbusto
particolarmente resistente alle avversità climatiche. Ha foglie
dalle forme differenti e di colore verde intenso, che tendono a
cadere solo se le condizioni climatiche si fanno problematiche,
troppo rigide o troppo calde. La Passiflora deve essere
posizionata in un luogo soleggiato, meglio se orientato a sud, per
ottenere una fioritura più rigogliosa. D’inverno, meglio ripararla
con protezioni specifiche per le piante. La
Passiflora caerulea in
particolare, è la migliore per il nostro clima invernale: E’
apprezzata per le sue lunghe ramificazione, adattissime a ricoprire
muri, recinzioni, pergole.
LA CLEMATIDE CIRRHOSA
Le Clematidi appartenenti alla varietà “cirrhosa”
sono rampicanti sempreverdi che possono raggiungere anche i 3 metri
d’altezza. Fioriscono da fine inverno a inizio primavera sui getti
dell’anno precedente. I fiori penduli di piccole dimensioni, circa
4-6cm, composti da 4 petali, sono portati singolarmente o in piccoli
mazzetti, di solito il colore è bianco crema. I fiori della varietà
‘Freckles’, invece, presentano numerose macchie rosso
porpora all’interno. Come rampicante sempreverde con fiori anche la
Clematide richiede posizioni soleggiate, in modo che ne possa
godere almeno quattro, cinque ore ogni giorno. Questo bel rampicante
si adatta a crescere in vaso su terrazzi e balconi, perché è una
pianta leggera, veloce nella crescita, e spettacolare quando è in
fiore. Si può utilizzare per movimentare grigliati e altri tipi di
traliccio, o gazebo in ferro battuto, ad esempio.
IL CAPRIFOGLIO
L’inverno è l’ideale per mettere a dimora un Caprifoglio
invernale, evitando solo i periodi in cui il terreno è troppo
bagnato, gelato o innevato. In inverno, quando ben poche altre piante
fioriscono, il Caprifoglio invernale sorprende con i suoi
fiori e il suo profumo. E’ una pianta rampicante a portamento
rigoglioso, con foglie ovali di colore verde brillante e
infiorescenze a grappoli formate da fiori tubulosi bianchi e
profumati, che generano frutti
velenosi, ornamentali, piccole e lucide bacche di colore rosso. È
una pianta che prospera alla luce, ma può svilupparsi senza grandi
problemi anche in zone caratterizzate da una mezzombra. Si usa per
creare pergolati all’interno dei giardini e balconi, o per
ricoprire graticci applicati alle pareti esterne delle case. Ha uno
sviluppo rapido e in poco tempo riveste grandi spazi.
Il Caprifoglio rampicante
si sviluppa in maniera vigorosa e quindi ha bisogno di elevati
quantitativi d’acqua. In estate la pianta deve essere annaffiata
quotidianamente.
IL GLICINE (Wisteria)
Il Glicine è di rapida crescita, specie se riprodotto da
seme. È una pianta molto robusta che forma fusti e chioma con
diametri elevati. La bellezza di questo rampicante raggiunge l’apice
in marzo-aprile quando si ricopre di lunghi grappoli profumati
blù-lillà, rosa-bianchi. Il Glicine si pianta in pieno sole,
durante il riposo vegetativo che è compreso tra fine novembre e fine
febbraio. Richiede una struttura solida sulla quale crescere, meglio
se con robusti cavi d’acciaio, fissati con tasselli al muro, in
modo tale da consentire la crescita potente. Per coltivare il Glicine
in vaso sul balcone o terrazzo, sarà sufficiente un contenitore di
40-50 cm di larghezza, in modo da andare incontro alle esigenze della
pianta rinviando l’operazione del rinvaso. Non appena la terra a
disposizione della pianta apparirà diminuita, se ne aggiunge
dell’altra. Durante l’inverno è bene proteggere la pianta con una
pacciamatura naturale.
LE STRUTTURE E GLI UTILIZZI
Le piante rampicanti fiorite, sempreverdi o da balcone, si
arrampicano verso la luce, hanno dunque bisogno di un supporto su cui
crescere e svilupparsi in verticale. Solitamente sono sufficienti le
irregolarità della muratura, ma non tutte le piante riescono ad
aggrapparsi a queste superfici. Alcune di esse infatti hanno la
necessità di arrampicarsi lungo un graticcio, mentre altre ancora si
adattano a crescere su un palo, come il Glicine. Quindi è importante
fornire ad ogni singola pianta il suo giusto supporto. Le piante
rampicanti inoltre, possono svolgere ruoli e funzioni diverse:
per bordura a parete, scegliere piante con ventose, spine, aculei; su reticolato, rampicanti con viticci; su fili, soprattutto viti e viticci. Pergole ed archi si rendono spettacolari grazie ad una corona di fiori rampicanti profumatissimi, come quelli dei Gelsomini, dei Rosai, delle Madriselva, delle Clematidi. Sugli alberi sono da preferire le rampicanti spinose, da piantare direttamente alla base dei tronchi. Sui colori autunnali e invernali perfette sono le rampicanti a fioritura tardiva, come le Clematidi dai fiori gialli “Golden tiara” o quelle dai fiori azzurri come “Rhapsody”. Per ricoprire il suolo si usa qualsiasi tipo di rampicante vigoroso, come l’Edera, il Polygonum e la Madreselva. Spettacolare a terra, l’Ortensia rampicante!
SUPPORTI ARTIFICIALI: in
commercio si trova un’ampia scelta di bordure, reticolati, grate,
pergolati, di tutte le dimensioni. Alcune si fissano alle pareti,
altre nella terra dei recipienti. I contenitori migliori sono quelli
in plastica, che resistono molto bene alle intemperie.
Photoshop è da lungo
tempo un ostacolo per l’autostima, in particolare per i più giovani.
La possibilità di modificare e cancellare i cosiddetti difetti
corporei e le imperfezioni, è una moda, fa tendenza, ma non è priva
di effetti collaterali per l’equilibrio psicologico.
Il bello è che oggi si può scaricare una app del fotoritocco
simile a Photoshop e gratuitamente anche sullo smartphone. In pochi
secondi è possibile cambiare il proprio aspetto e postarlo come
foto-profilo ufficiale. Il fotografo inglese Rankin ha raccolto una
serie di selfie di ragazze ritoccate con la app, riflettendo su
quanto possano essere dannose. Il progetto fotografico si chiama
infatti “Selfie Harm”, “Il danno del selfie”.
Rankin ha fotografato 15 adolescenti di età compresa tra i 13 ei
19 anni. Ha poi chiesto a ogni adolescente di modificare una delle
loro foto per renderla pronta per essere pubblicata su un
social-media, utilizzando un’applicazione per smartphone gratuita.
“Le immagini, come qualsiasi altra cosa, possono essere
salutari o dannose, avvincenti o nutrienti”, ha dichiarato
Rankin in un comunicato stampa.“E ora, più che mai, questo è
diventato un problema enorme con l’enorme impatto culturale dei
social media: ogni piattaforma è piena di immagini iper-ritoccate e
altamente sfalzate, diffondendo molta confusione e alzando i livelli
collettivi di ansietà. Un bel casino!”
Le foto fanno parte di una mostra chiamata Visual Diet, un
progetto di M & C Saatchi, Rankin e MTArt Agency che sta
esplorando l’impatto delle immagini sulla nostra salute mentale.
“Siamo alimentati con la forza di decine di migliaia di
immagini ogni giorno, ed è solo in aumento, ma ci fermiamo mai e
pensiamo a ciò che questo sta facendo alle nostre menti?”
Ancora oggi non si conoscono del tutto le complessità del funzionamento del cuore, centro di vita e specchio delle emozioni. Il cuore ha un suo cervello, del tutto indipendente dal sistema nervoso centrale. Nel cervello del cuore le emozioni vengono identificate e rielaborate in messaggeri chimici, in informazioni, che raggiungeranno con il flusso sanguigno ogni centimetro del corpo. Nei ragionamenti del cuore ci sono il piacere, l’amore, la paura, il dispiacere, dunque le emozioni più importanti per il genere umano. Un antico testo indiano dice: “Vasto come questo spazio esterno è il minuscolo spazio dentro al nostro cuore: in esso si trovano il cielo e la terra, il fuoco e l’aria, il sole e la luna, la luce che illumina e le costellazioni, qualunque cosa quaggiù vi appartenga e tutto ciò che non vi appartiene, tutto questo è raccolto in quel minuscolo spazio dentro al vostro cuore”
TRASMISSIONE E CONNESSIONE
Quando viene concepito un bambino, il suo cuore inizia a battere prima che l’organo deputato ad essere la “mente” dell’intero organismo, cioè il cervello, si sia formato. A dare il segnale di avvio al battito del muscolo cardiaco fetale è un minuscolo circuito di gangli neurali, un mini-cervello posto nel miocardio. Il “cervello del cuore” è la prima sorgente di input e di informazioni dell’intero organismo, e ha una sua vita neurale del tutto indipendente da quella cerebrale. Il cuore è intelligente, produce una sua energia e ha una sua specifica “coscienza”. La neuro-cardiologia lo descrive come fonte di un ampio campo elettro magnetico (circa 60 volte) più grande di quello delle onde cerebrali) che agisce da segnale sincronizzatore in tutto il corpo. Il cuore orchestra l’intero equilibrio psico-fisico dell’essere umano, e le sue variazioni dipendono soprattutto dalle emozioni. Il campo elettrico cardiaco si irradia all’interno, ma si espande anche all’esterno, con una grande onda dall’ampiezza di circa 3 metri. Il campo energetico si propaga ad onde circolari e si può connettere con altri campi vitali per uno scambio di reciproche informazioni. (Gli animali sanno avvertire le onde magnetiche cardiache anche da 20 metri di distanza La frequenza del battito e la gittata cardiaca coinvolgono bio-chimicamente ogni cellula del corpo, stimolando l’intera attività ormonale e neurale. Il cervello cardiaco produce ormoni specifici come l’ANF, neuro-peptide anti-stress, e l’oxitocina, meglio conosciuta come l’ormone dell’amore: messaggeri chimici fondamentali per la sopravvivenza e per la generazione di nuove vite. L’oxitocina, stimolatore del parto e dell’allattamento, è un ormone coinvolto anche nei processi cognitivi, nelle capacità di tolleranza e di adattamento, nei comportamenti sessuali, nei legami affettivi e sociali, e le sue concentrazioni sono le stesse di quelle del cervello. Dal cuore provengono anche i flussi adrenalinici, eccitatori dell’intero organismo. Quando il cervello del cuore si sincronizza con il cervello della testa, tutto il corpo funziona a pieni regimi del benessere, e l’energia è elevata. In caso di disarmonia tra i due organi, il cuore inizia a produrre l’ormone antistress ANF, per ristabilire l’omeostasi.
VERSO LA COERENZA CARDIACA
Per equilibrare corpo e mente e per mettere in armonia i cervelli
del cuore e della testa, per creare quindi la “coerenza cardiaca”
esistono diverse tecniche, antiche e moderne di tipo respiratorio, ed
altre all’avanguardia di stampo tecnologico. La naturopatia moderna
si rivolge a questo scopo alle tecniche di respirazione e al training
autogeno. Le emozioni che generano il miglior stato di coerenza
cardiaca, secondo gli studi scientifici, sono: la gratitudine,
l’amore, la generosità, la compassione, la pace interiore, la
gioia, l’appagamento.
Il pianeta Terra è popolato da oltre 800 mila specie di insetti, di cui 20 mila sono farfalle. Molte fra queste, sono in via di estinzione, a causa dei drastici cambiamenti dei loro habitat, dovuti alle sconsiderate azioni dell’homo sapiens…
Metalmark de Lange: questa farfalla si trova nelle dune di sabbia lungo la sponda meridionale del fiume Sacramento, dove si nutre di foglie di grano. L’uomo colpisce drasticamente il loro habitat , tuttavia, il territorio fa ora parte del “Rifugio nazionale della fauna selvatica delle dune di Antioquia”…Speriamo bene!
Luzon Peacock: scoperta nel 1965 su un’isola nel nord delle Filippine, Luzon Peacock preferisce vivere al di sopra dei 1500 metri, richiamando l’attenzione sui suoi colori: il suo corpo può essere verde, nero, rosso, blu e persino viola. Fa purtroppo parte dell’elenco delle specie minacciate di estinzione.
Farfalla blu: vive nelle zone tropicali dell’America Latina, dal Messico alla Colombia. La sua aspettativa di vita è molto bassa, poiché vive, in media, solo 115 giorni e trascorre la maggior parte del tempo alla ricerca di cibo.
La Farfalla della regina Alessandra: è la farfalla più grande del mondo e vive solo nelle foreste della provincia di Oro in Papua Nuova Guinea. Chiamata così nel 1906, in onore della regina Alessandra di Danimarca.
Kaiser-i-Hind: Per trovare questa specie “è semplice”, basta cercarla in Himalaya! Kaiser-i-Hind si muove rapidamente sulle cime degli alberi ad alta quota. Come altri rari tipi di farfalle, è in estinzione, anche se vive in un luogo così remoto.
Piccola Leonablu: questa piccola farfalla è stata scoperta nel 1991 e si nutre solo di nettare di grano saraceno, e usa questa pianta per deporre le uova. Questo insetto è unico e soffre per mano dei cacciatori, che lasciano la specie minacciata di estinzione.
Farfalla di “marmo”: Considerata estinta dal 1908, è stato riscoperta durante un’altra ricerca del 1998, sorprendendo tutti. Vive nelle isole di San Juan a Washington.
Gloria del Buthan: ci sono molti tipi rari di farfalle che si potrebbero citare per completare questo elenco, ma Gloria del Bhutan si sta estinguendo per davvero o è solo rara? Mentre alcuni affermano che questa specie ha perso gran parte del suo habitat, gli appassionati però continuano a trovarla!
Nel 2019 i casi di morbillo nel mondo hanno raggiunto il livello record degli ultimi 23 anni, e dal 2016 allo scorso anno i decessi sono raddoppiati per arrivare a oltre 207mila. Lo afferma un rapporto dell’Oms, secondo cui a causare l’impennata è stato il declino nelle coperture vaccinali.
Secondo il documento nel 2019 i casi nel mondo della malattia sono stati circa 870mila, il numero più alto dal 1996, con aumenti in tutte le regioni dell’Oms, che hanno vanificato i progressi ottenuti tra il 2010 e il 2016, quando si è toccato il minimo storico.
“Sappiamo come prevenire i focolai e le morti per morbillo – afferma Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Oms -. Questi dati mandano un chiaro messaggio che stiamo fallendo nella missione di proteggere i nostri figli dal morbillo in tutte le zone del mondo. Dobbiamo lavorare insieme per raggiungere tutti e ovunque con il vaccino e fermare questo virus mortale”.
La copertura mondiale della prima dose del vaccino, si legge nel rapporto, è stabile ormai da un decennio tra l’84% e l’85%, mentre per la seconda dose c’è stato un aumento negli ultimi anni ma il tasso rimane intorno al 71%, cifre molto lontane dal 95% richiesto per l’immunità di gregge.
MA IL MORBILLO PUO’ COMBATTERE IL CANCRO?
Distruggere il tumore utilizzando una dose massiccia di virus del morbillo, che riesce a infettare e uccidere le cellule cancerose, risparmiando i tessuti sani. Sono riusciti a farlo i ricercatori statunitensi della Mayo Clinic di Rochester, in Minnesota, in una prima prova effettuata su due pazienti malate di mieloma multiplo che non rispondevano alle altre terapie disponibili e avevano già avuto diverse ricadute. In particolare, una delle due donne, una 49enne che lottava con la malattia da nove anni, pare essere in remissione completa da sei mesi, per cui gli studiosi sperano possa essere sulla via della guarigione. Anche l’altra partecipante alla sperimentazione, una 65enne malata da sette anni già sottoposta a vari trattamenti senza successo, ha beneficiato della cura, con una riduzione sia del tumore a livello del midollo osseo che delle proteine di mieloma. L’articolo è per ora comparso sulla rivista edita dallo stesso ospedale in cui lavorano i ricercatori, Mayo Clinic Procedeenigs ma la ricerca prosegue e gli studi sono promettenti.